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Il Club Alpino Accademico contro l’iniziativa “Save the mountains” sulle Orobie

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Il dibattito sull’iniziativa del Cai di Bergamo Save the Mountains non è destinato a concludersi. Dopo aver dato voce al promotore, il presidente della sezione di Bergamo Paolo Valoti, abbiamo accolto anche l’opinione di chi si sta opponendo all’evento con una raccolta di firme che ad oggi ha ottenuto un grande riscontro anche tra nomi di spessore del mondo della montagna, tra cui Alessandro Gogna.

Alla discussione ora si aggiunge il contributo dell’illustre Club Alpino Accademico Italiano, il cui presidente Alberto Rampini ha voluto condividere con noi le valutazioni e considerazioni su un cruciale tema come quello dello sviluppo delle attività in montagna.

 

“Ne abbiamo viste tante, abbiamo combattuto tanto e sinceramente pensavamo che aberrazioni del genere non avrebbero mai trovato spazio nel rapporto tra l’uomo e la natura e men che meno nel rapporto tra la natura e le istituzioni che se ne dovrebbero prefiggere la tutela e la promozione sostenibile.

Cai, nuova sfida da Guinness, portare 10 mila persone sulle Orobie così titolava con enfasi l’Eco di Bergamo portando la notizia dell’iniziativa della Sezione di Bergamo del Cai, sottolineata da una foto a piena pagina di una folla in montagna aggrappata a una corda che saluta festosa un elicottero che sorvola le cime circostanti.

Già nel 2018 le Orobie erano entrate nel Guinness dei primati con oltre 2800 persone convogliate in quota e legate in unica cordata. Ora l’obiettivo è più ambizioso: arrivare a 10 mila persone contemporaneamente nei rifugi del Cai Bergamo dislocati sulle Orobie.

Ma sono questi i record che ricerchiamo in montagna e che ci aspettiamo da essa? Se di primati si vuole parlare in montagna credo si debba parlare del primato della pace, della tranquillità, del rispetto e di una frequentazione in punta di piedi e, anche in prospettiva, sostenibile per l’ambiente.

L’iniziativa del Cai di Bergamo, per quanto denominata “Save the mountains”, sembra muoversi in direzione completamente opposta. Non basta battezzare l’evento come salvifico e cercare di convincere (e forse convincersi) che più persone si portano in montagna più sono le occasioni per insegnare che la montagna va frequentata con rispetto e misura: un ossimoro. Come dire: venite tutti che vi insegno a non venire più in questo modo!

Credo che la montagna vada assolutamente tutelata come bene non fungibile, delicato e difficilissimo da mantenere, figuriamoci da ripristinare dopo l’aggressione di folle immense. In montagna andiamo per ricercare quello che la società moderna ci ha tolto in pianura e nelle città, una naturalezza dove lo spirito trova pace, si ristora ed entra in contato profondo con sé stesso. Portare in montagna le stesse folle vocianti che frequentano la domenica i centri commerciali difficilmente promuoverà la sensibilità ambientale di queste mentre sicuramente toglierà alla montagna una delle sue prerogative più significative. È vero, alla sera tutti tornano a valle. Si dice quindi che la montagna ritorna se stessa e la gente si è arricchita di consapevolezza. Credo invece che le ferite, soprattutto culturali, inferte alla montagna da eventi come questo e come altri del genere (vedi il programmato concerto Jovanotti a Plan de Corones, per citarne uno) siano assolutamente nefaste. Queste manifestazioni di massa anche solo con il parlare che se ne fa e con la ripetizione che ormai si sussegue, fanno diventare quasi “normale” il concetto che in montagna questi eventi sono “ormai” naturali e si affiancano e gradualmente sostituiscono i valori che da sempre sono stati riconosciuti all’ambiente montano. Il consumismo e la massificazione omologatrice avanzano dalle città verso le terre alte e ne compromettono progressivamente e in modo definitivo l’identità.

E la cosa più preoccupante è che ad organizzare l’evento “Orobie” sia una Sezione del Cai con la benedizione di altissime personalità dell’ambiente. Le Sezioni del Cai sono associazioni private autonome e libere nello svolgimento della loro attività, ma non dovrebbero mai andare contro i principi statutari del CAI centrale che ha ad esempio approvato e sempre riconosce le Tavole di Courmayeur, il Bidecalogo e altri infiniti documenti a tutela della montagna, che, tutti, richiamano alla sobrietà e al senso della misura. Abbiamo combattuto per anni le spinte alla mercificazione della montagna da parte dei privati e adesso ci troviamo a dover far i conti con questo tipo di iniziative organizzate dal Cai. Nutriamo la speranza che i promotori si rendano conto di quello che stanno facendo e riconducano l’evento entro l’alveo della ragionevolezza e del decoro.

Se così non fosse vogliamo nutrire un’altra speranza, che cioè la casa madre, il Cai centrale, Ente Pubblico retto da una normativa statutaria chiara e stringente, intervenga direttamente per fermare l’iniziativa o quanto meno per prenderne le distanze in modo chiaro.”

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