Alpinismo

Simon Gietl, una pedalata durissima

47 ore e 16 minuti, tre pareti, due alpinisti in sella a due biciclette. È la storia di Simon Gietl e Vittorio Messini, i due forti alpinisti che hanno da poco portato a termine un’incredibile esperienza bike&climb dimostrando che sulle Alpi si può fare ancora qualcosa di interessante unendo più discipline in un’unica grande esperienza che ci facciamo raccontare da uno dei due protagonisti, Simon Gietl.

I due ragazzi si sono cimentati in un interessante progetto che prevedeva la scalata di tre pareti Nord (Ortles, Cima Grande e Grossglockner) in sequenza. A unire i tre obiettivi alpinistici una bicicletta e tanti colpi sul pedale.

 

Da cosa nasce “North3”?

Si tratta di un progetto nato quattro anni fa, quando ho realizzato la salita veloce della Supercanaleta al Fitz Roy. Un progetto durato 32 ore, veramente bello.

Comunque, dopo quella realizzazione, avevo in progetto di fare qualcosa di bello e lungo sulle Alpi. Di intessere un progetto che unisse resistenza fisica e scalata, così ho pensato di riprendere il progetto che era stato di Kammerlander e aggiungere una parete.

Perché usare la bici per andare da una parete all’altra?

La bici è un mezzo vecchio, della tradizione. Un modo per guardare indietro, un modo per dire che qualche volta un passo indietro vuol dire anche un passo avanti.

La bici è quasi una rinascita della tradizione, un legame con il passato.

Va bene, torniamo all’esperienza… non avete trovato una meteo perfetta…

Temporali, pioggia e anche grandine. Sia durante l’avvicinamento alle Tre Cime che durante il tentativo di scalata.

Veniva giù talmente tanta acqua che la parete nord della Cima Grande sembrava una grande cascata d’acqua. Abbiamo provato comunque a salire lungo la Comici-Dimai. Abbiamo salito i primi due facili tiri, fino a cinquanta, sessanta metri prima di scegliere per la ritirata. Non c’erano le condizioni per salire.

Non volevamo però lasciar perdere l’intero progetto e così abbiamo optato per lo spigolo giallo della Cima Piccola. Lì la roccia era meno bagnata e più protetta.

È stata più dura la pedalata o la scalata?

Una domanda facile: la pedalata. Avevamo più paura a pedalare che a scalare perché non siamo ciclisti e non abbiamo l’esperienza su strada.

Non parliamo di stanchezza. Eravamo molto allenati, ci siamo preparati per tutto l’inverno. Però mancavamo di pratica sulle strade, in mezzo al traffico.

Con questa realizzazione volete farvi portavoce di un alpinismo by fair means?

In realtà la nostra idea era molto più facile. Non avevamo intenzione di portare avanti molti ideali o pensieri. Volevamo solamente collegare tre montagne famose con la bicicletta. Si tratta di un progetto che non porta né a un passo avanti per l’alpinismo, né a un passo indietro.

C’era però uno scopo benefico…

Si, c’era l’intenzione di raccogliere fondi per Sudtirol Hilft, una fondazione benefica che aiuta le famiglie in difficoltà, chi ha perso il papà o la mamma.

Una causa che mi è sembrata giusta sia perché sono Sudtirolese, sia perché se con quello che faccio ho l’opportunità di dare un aiuto concreto non posso che essere contento. Ho visto che molti hanno scelto di fare donazioni e non posso che essere contento.

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