Alpinismo

Everest chiuso anche da Sud

KATHMANDU, Nepal — E’ ufficiale. Il Nepal ha accettato la richiesta cinese di chiudere anche il versante sud dell’Everest. Nessun alpinista potrà andare oltre il campo base fino al 10 maggio. "Non vogliamo essere strumentalizzati dal movimento separatista tibetano" ha spiegato il ministro del turismo nepalese alla stampa.

"Le spedizioni – ha dichiarato il ministro Prithvi Subba Gurung – non saranno autorizzate a lasciare il campo base nepalese dell’Everest nei primi dieci giorni di maggio".

"La Cina ci ha chiesto di non avere nessuno sulla montagna quando passerà la fiamma olimpica – ha spiegato il ministro alla Reuters – e noi non vogliamo impedire che qualcuno si infiltri in Nepal per organizzare manifestazioni pro Tibet o per creare problemi alla salita olimpica".  

La notizia ha raggelato il mondo alpinistico. Ieri un corteo di Sherpa, capispedizione, organizzatori e personale di staff ha marciato verso la sede del Ministero del Turismo di Kathmandu, chiedendo chiarezza riguardo ciò che sta accadendo sulla montagna.

Non si capisce ancora, infatti, se gli alpinisti potranno accedere al campo base prima del 1 maggio. E se sì, quante spedizioni potranno farlo. Al momento, infatti, nessun permesso ufficiale di scalata è stato ancora rilasciato.

L’accesso alla montagna prima di quella data riveste un’importanza fondamentale per la possibilità di riuscire ad arrivare in vetta. Gli sherpa, infatti, hanno bisogno di alcuni giorni per attrezzare l’icefall, e gli alpinisti del tempo per acclimatarsi. Il mese (scarso) che resterebbe agli alpinisti se l’accesso fosse possibile solo dopo il 10 maggio, sarebbe troppo poco se si dovesse partire da zero.

Il governo ha promesso risposte entro il 20 marzo. Ma questo non ha sedato gli animi degli alpinisti.

"Le olimpiadi cinesi non dovrebbero avere ripercussioni in Nepal" ha detto Pemba Dorje Sherpa, uno dei più noti alpinisti nepalesi. "Queste cose andavano decise prima" ha rincalzato Susmita Maskey, membro della spedizione femminile nepalese.

Nel frattempo, crescono le tensioni politiche, che sfociano sempre più spesso nella violenza. A Lhasa, dove l’esercito cinese continua a fronteggiare la rivolta dei tibetani, si parla di un centinaio di morti. Anche se il governo cinese sementisce seccamente la notizia.

"La versione dei fatti data dalla stampa occidentale è ridicola – avrebbe detto alla stampa Qiangba Puncog, presidente della Regione Autonoma del Tibet -. I morti sono stati solo 13 e tra di essi nessun tibetano. Solo i manifestanti hanno usato armi da fuoco, peraltro contro i civili".

Ma la protesta non si limita al Tibet. Manifestazioni per l’autonomia della regione si stanno diffondendo a macchia d’olio in tutto il mondo. La violenza è arrivata anche in Europa, con il tentato assalto all’ambasciata cinese dell’Aia.

Ma più che altro si tratta di cortei pacifici di solidarietà con i tibetani e più in generale per la difesa dei diritti umani. Come quella organizzata ieri a Roma dai radicali e la sinistra arcobaleno: i manifestanti si sono stesi a terra, davanti all’ambasciata cinese, per circa un minuto.

Non solo. Sono sempre di più le voci che invocano il boicottaggio dei Giochi di Pechino. La cosa, però, è stata sconsigliata dallo stesso Dalai Lama, che ieri ha condannato duramente quanto sta accadendo in Tibet definendolo un "genocidio culturale".

Nella foto (courtesy of Explorersweb) una delle bandiere piantate dai cinesi al campo base dell’Everest l’anno scorso, durante le prove per l’ascensione olimpica.

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