Quando il Terminillo era ancora selvaggio: la storia di Angelo Sebastiani
Sciatore, alpinista e protagonista della vita montana del Terminillo, Sebastiani è stato il pioniere reatino che ha amato la montagna di casa finché la guerra non si è preso la sua vita.
Articolo scritto da Filippo Del Vecchio
La storia di Angelo Sebastiani è quella di un atleta e di un uomo di montagna, cresciuto tra le valli e le creste del Monte Terminillo quando lo sci e l’alpinismo erano ancora territori di pionieri. Nato nel capoluogo reatino il 6 agosto 1912, apparteneva a una famiglia numerosa e molto conosciuta in città, apprezzata tanto per la dedizione al lavoro quanto per le qualità sportive.
Insieme ai fratelli Mario e Gino, anch’essi tragicamente destinati a una fine violenta durante la guerra, Angelo si distinse fin dall’età giovanile per una straordinaria versatilità atletica. Sciatore e alpinista tra i più forti della zona, rappresentava una generazione che stava contribuendo a costruire l’identità sportiva del Terminillo, quando ancora non esisteva una vera industria turistica e ogni salita verso il paese omonimo, aveva il sapore dell’esplorazione.
Prima ancora dei risultati, però, c’era il rapporto con la montagna. Una conoscenza diretta dei versanti, delle condizioni della neve, dei tempi e dei silenzi dell’Appennino.
Le gare, lo sci e lo spirito della montagna
Negli anni Trenta Sebastiani fu protagonista di numerose competizioni sciistiche, in un’epoca in cui le gare si svolgevano su percorsi lunghi, duri e spesso al limite delle possibilità fisiche. Nel 1934 partecipò al campionato italiano di marcia e tiro per pattuglie di sciatori, distinguendosi soprattutto nelle prove in coppia, dove emersero le sue qualità di resistenza e determinazione.
Le cronache raccontano di sfide combattute fino all’ultimo metro, dopo chilometri di fatica sulla neve. Sebastiani era uno di quegli atleti capaci di prendere la testa fin dalla partenza e mantenerla fino al traguardo, incarnando uno stile diretto e generoso, tipico di chi la montagna la vive prima ancora di sfidarla.
Pur specialista dello sci di fondo, seppe mettersi in luce anche nelle prime gare di discesa libera organizzate sul Terminillo, contribuendo a scrivere le prime pagine dello sci locale. Le sue imprese si inseriscono in quel periodo di fermento che porterà alla nascita della “montagna dei romani”, quando il Terminillo cominciava lentamente a trasformarsi senza perdere il suo carattere selvatico.
La parabola sportiva di Angelo Sebastiani, come quella di molti uomini della sua generazione, fu, però, bruscamente interrotta dalla Seconda guerra mondiale. Dopo l’8 settembre 1943 il Terminillo cambiò volto. Gli alberghi furono requisiti dalle truppe tedesche e la montagna divenne un territorio sospeso, segnato dalla presenza militare ma ancora capace di offrire isolamento.
Nonostante tutto, Sebastiani continuò a salire ogni volta che poteva. Tornava a sciare tra Pian de’ Valli e le creste circostanti che conosceva così bene, mantenendo un legame profondo con la montagna anche nei momenti più difficili. Tra gli amici circolava una frase che racconta molto del suo carattere: trovare un rifugio tra i monti dove attendere la fine della guerra. Un luogo che lui stesso aveva individuato sulle pareti del Terminilletto, osservate durante le sue esplorazioni.
Quel desiderio di libertà e isolamento non poté però realizzarsi. Il 9 giugno 1944 Angelo Sebastiani venne ucciso a soli 31 anni, pochi giorni dopo la morte dei fratelli Mario e Gino, in uno dei momenti più drammatici per il territorio reatino.
Il ricordo di uno sciatore di montagna
Oggi la figura di Angelo Sebastiani resta legata a una stagione irripetibile del Terminillo, quando sciatori e alpinisti erano prima di tutto uomini capaci di vivere la montagna in modo diretto e profondo.
La sua storia è quella di una passione vissuta con intensità, dove lo sport non era separato dall’ambiente ma ne era una naturale espressione. Raccontarla significa ricordare una generazione che ha contribuito a costruire il rapporto tra uomo e montagna nel cuore dell’Appennino, lasciando un segno che va oltre i risultati e le classifiche.
A testimoniare quanto questo legame sia ancora vivo è il Rifugio Angelo Sebastiani, dedicato alla sua memoria e affacciato come un balcone naturale sulle vette più alte dei Monti Reatini. Un luogo che ancora oggi custodisce il suo nome e il ricordo di un uomo che quelle montagne le ha vissute e percorse fino in fondo.
In occasione dei sessant’anni dalla sua costruzione, il presidente della sezione del CAI di Rieti ricordava così lo spirito con cui nacque: “In tale opera abbiamo profuso tutta la nostra fede di montanari, direi la nostra testardaggine; per essa abbiamo sofferto, lottato pur di riuscire”.
Queste parole raccontano non solo la storia di un rifugio, ma anche quella di uomini come Angelo Sebastiani, per i quali la montagna non era soltanto un luogo, ma una parte essenziale della propria vita. La propria casa.









