Cronaca

Howse Peak, sette anni dopo: la montagna e l’eredità di David Lama, Hansjörg Auer e Jess Roskelley

Il 16 aprile 2019 una valanga sull’Howse Peak, nelle Canadian Rockies, travolge David Lama, Hansjörg Auer e Jess Roskelley. Dopo giorni di attesa, le evidenze confermano la tragedia.

Dicono che bisogna farci il callo, ma ci sono notizie a cui non ci si abitua mai e che arrivano come un colpo secco. Come quella del 16 aprile 2019 quando, in discesa dopo aver raggiunto la vetta dell’Howse Peak, nelle Canadian Rockies, una valanga travolge tre alpinisti tra i più forti e rappresentativi della loro generazione: David Lama, Hansjörg Auer e Jess Roskelley. Sono passati sette giorni da quell’evento. Per giorni si era cercata una conferma, una conferma che sembrava non voler arrivare. La speranza era che le cose fossero andate diversamente.

Ma le evidenze raccolte dalle autorità canadesi, il distacco valanghivo lungo la linea, i detriti, l’assenza di segnali, chiudono ogni spazio di interpretazione. Non è un incidente spiegabile con una scelta sbagliata o una leggerezza. È qualcosa di più essenziale, è la montagna con i suoi risvolti positivi e negativi. È quella percentuale di rischio che non si può calcolare, che va semplicemente accettata.

L’incidente

Quando David Lama, Hansjörg Auer e Jess Roskelley arrivano nelle Canadian Rockies nell’aprile del 2019, il loro obiettivo è chiaro: cercare una nuova linea sul Howse Peak. La parete scelta è quella est, un grande sistema di canali e rampe che si sviluppa per centinaia di metri. Non una linea evidente e continua, ma un terreno da interpretare, dove la progressione richiede adattamento costante. È esattamente il tipo di salita che i tre stavano cercando: tecnica e impegnativa. Dopo l’avvicinamento e i primi giorni di osservazione, Lama, Auer e Roskelley entrano in parete e riescono a raggiungere la vetta. Il 16 aprile, mentre sono impegnati nella discesa dalla montagna, una valanga di grandi dimensioni si stacca dalla parete e investe il loro itinerario.

L’Howse Peak è una cima complessa per le caratteristiche ambientali. Le Rockies canadesi sono un terreno particolare. Le loro condizioni nivologiche, in primavera, sono di difficile interpretazione, anche ai più esperti. Tra strati deboli persistenti, accumuli da vento e forti escursioni termiche sono, a volte, un rebus dove districarsi non è sempre facile. È in questo contesto che si inserisce la salita di Lama, Auer e Roskelley. Una salita coerente, preparata, in linea con il loro modo di fare alpinismo. Ma anche inevitabilmente esposta a una componente di incertezza che, in ambienti come questo, non può essere annullata. L’ho già scritto, nell’introduzione, ma forse è proprio questo il punto più difficile da accettare: la consapevolezza che, anche quando tutto è fatto “nel modo giusto”, esiste una parte della montagna che resta fuori dal controllo umano.

David Lama

David Lama è stato una delle figure più rappresentative dell’alpinismo contemporaneo. Nato nel 1990 da padre nepalese e madre austriaca, cresce tra le falesie e le competizioni, diventando giovanissimo uno dei talenti più brillanti dell’arrampicata sportiva internazionale.

Ma è lontano dalle gare che costruisce la parte più significativa del suo percorso. Negli anni compie una transizione progressiva verso l’alpinismo, scegliendo obiettivi sempre più complessi e uno stile sempre più essenziale. La salita del Cerro Torre nel 2012, lungo la Via del Compressore dopo la tanto dibattuta rimozione dei chiodi, segna un passaggio simbolico: non solo una grande impresa tecnica, ma una presa di posizione sul modo di stare in montagna.

Da lì in avanti Lama orienta le sue scelte verso un alpinismo pulito, leggero, in cui conta tanto il risultato quanto il come lo si raggiunge. Tra le sue realizzazioni più significative anche la prima salita del Lunag Ri (6907 m) nel 2018, in Nepal, portata a termine in solitaria dopo diversi tentativi. Una salita che gli sarebbe valsa il prestigioso Piolet d’Or, l’oscar dell’alpinismo. Glielo avrebbero assegnato ormai postumo, a riceverlo i genitori tra i pianti di commozione, incapaci di parlare davanti a una platea gremita, tutti in piedi a onorare il ricordo di un interprete lucido di una nuova idea di alpinismo: meno esposta, più consapevole, capace di tenere insieme difficoltà, stile ed etica.

Hansjörg Auer

Hansjörg Auer è stato uno degli interpreti più puri e radicali dell’alpinismo moderno. Nato nel 1984 in Austria, si fa conoscere a livello internazionale nel 2007 con la salita in free solo della via Attraverso il Pesce sulla parete sud della Marmolada: circa 900 metri di via, con difficoltà fino al 7b, affrontati senza corda in poche ore.

Negli anni successivi Auer continua a esplorare le Dolomiti con lo stesso approccio essenziale, firmando salite significative spesso in solitaria. Questa visione trova una delle sue espressioni più complete nel 2017 con il progetto “Dolomites Crossover”: in una sola giornata Auer scala in free solo tre grandi vie dolomitiche – la Vinatzer-Messner sulla Marmolada, lo Spigolo Abram sul Piz Ciavazes e il Grande Muro sul Sass de la Crusc – spostandosi tra le pareti in parapendio e portando con sé tutto il necessario. Un concatenamento che racconta meglio di qualsiasi definizione il suo modo di vivere la montagna.

Parallelamente, il suo sguardo si sposta verso le grandi catene dell’Asia. Nel 2013 realizza, insieme al fratello Matthias Auer e a Simon Anthamatten, la prima salita del Kunyang Chhish East (circa 7400 metri) nel Karakorum pakistano, una delle ascensioni più significative dell’anno, candidata ai Piolet d’Or. Negli anni seguenti continua a cercare linee nuove e impegnative in stile alpino. Nel 2018 arriva una delle sue realizzazioni più importanti: la prima salita del Lupghar Sar West (7157 m), nel Karakorum, in solitaria. Anche a lui, come a Lama, viene concesso il Piolet d’Or nel 2019, postumo. È la consacrazione definitiva del suo percorso.

Jess Roskelley

Nato nel 1982 a Spokane, nello stato di Washington, Jess Roskelley cresce in un ambiente profondamente legato alla montagna: suo padre, John Roskelley, è uno dei protagonisti dell’alpinismo statunitense. Il rapporto tra i due segna l’inizio del suo percorso, ma Jess costruisce rapidamente una propria identità. A soli vent’anni, nel 2003, raggiunge la vetta dell’Everest insieme al padre, diventando in quel momento il più giovane americano ad averla salita. Prima ancora, aveva già maturato una notevole esperienza come guida sul Mount Rainier, dove lavora fin da giovanissimo, arrivando a numerose ascensioni.

Negli anni successivi Roskelley orienta sempre più la propria attività verso l’alpinismo esplorativo, in particolare in Alaska, dove alterna il lavoro di saldatore a spedizioni su montagne remote. Nel 2012 apre una nuova via sul Mount Wake, mentre nel 2013 firma, insieme a Ben Erdmann e Kristoffer Szilas, la prima salita dell’Hypa Zypa Couloir sul Citadel, nelle Kichatna Mountains: una linea tecnica e impegnativa che conferma la sua capacità di muoversi su terreni complessi. Il suo percorso racconta un alpinismo meno esposto mediaticamente, ma estremamente concreto, fatto di esperienza accumulata sul campo, di spedizioni condivise e di una progressiva ricerca di qualità nelle salite. Era un alpinista completo. Un profilo che, ancora oggi, rappresenta bene una certa idea di alpinismo profondamente vissuto.

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