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Eiger 1961 e 1966, due prime invernali eroiche

Sessant’anni fa, il 17 febbraio 1966, un team di alpinisti tedeschi e uno anglosassone affrontano la Nord per una via diretta. Escono in vetta il 24 marzo, ovvero 40 giorni dopo, dopo che una caduta è costata la vita a John Harlin. Cinque anni prima, Toni Hiebeler e compagni avevano salito d’inverno la via classica

Sul cuore della Svizzera si affacciano tre montagne famose. La muraglia di rocce e ghiaccio dell’Oberland, scintillante e severa anche in estate, culmina nei 4158 metri della Jungfrau, la “Vergine”, e nei 4099 del Mönch, il “Monaco”. Da quasi un secolo, però, l’attenzione degli alpinisti si concentra sull’Eiger, “l’Orco”, 3970 metri, l’unico del terzetto a non raggiungere quota quattromila.

“L’Eiger si alza sui pascoli come una cattiva sorpresa” scrive l’alpinista francese Gaston Rébuffat. “Fa paura, e per quello è famoso” sintetizza l’austriaco Heinrich Harrer, componente della cordata che nel 1938 compie la prima ascensione della Nord, la parete più difficile della montagna. Alta due chilometri, battuta da frequenti scariche di sassi, alterna pilastri di calcare verticale e friabile a ripidissimi pendii di neve e ghiaccio.

Il primo tentativo di salirla, nell’estate del 1935, si conclude con la morte per sfinimento dei bavaresi Karl Mehringer e Max Sedlmayer. Un anno dopo tentano Edi Rainer e Willy Angerer, austriaci, con i bavaresi Anderl Hinterstoisser e Toni Kurz. Vengono investiti da una bufera, muoiono nel tentativo di scendere. Kurz, impigliato nella corda, si spegne a spegne a pochi metri dai soccorritori.

Ha un esito tragico anche il tentativo dei vicentini Bortolo Sandri e Mario Menti, che precipitano dalla parete. Il mito della Mordwand, la “parete assassina” si diffonde. La vittoria arriva nel 1938 grazie agli austriaci Heinrich Harrer e Fritz Kasparek e ai bavaresi Ludwig Vörg e Anderl Heckmair, che sulle fessure di uscita formano una sola cordata.

Anche la storia delle prime ripetizioni è drammatica.

Prima della salita invernale compiuta dai bavaresi Toni Hiebeler, Toni Kinshofer e Anderl Mannhardt e dall’austriaco Walter Almberger, di fronte a 47 alpinisti che hanno superato la Nord, ben 17 vi hanno lasciato la vita. A ideare l’impresa e a risolvere i molti problemi organizzativi è Hiebeler, noto anche come scrittore di montagna, fotografo e direttore del mensile Alpinismus. Ad arrampicare da primo è quasi sempre Kinshofer, un fortissimo alpinista destinato poi a cadere sulla falesia di Battert, nei pressi di Baden Baden dopo essere stato protagonista di una drammatica spedizione sul Nanga Parbat durante la quale riportò gravissimi congelamenti.

Dopo un tentativo respinto dal maltempo, i quattro tornano all’attacco attraverso lo Stollenloch, il tunnel di aerazione della ferrovia dello Jungfraujöch che sale all’interno della montagna. Il racconto di Hiebeler è un susseguirsi di “condizioni proibitive”, “passaggi spaventosi”, “pochissime possibilità di assicurazione”. La Fessura Difficile e la Traversata Hinterstoisser sono incrostati di ghiaccio, ma “Kinshofer arrampica come un dio. Buono, grande meraviglioso Toni!”.

Sui tre grandi nevai della Nord le cose vanno un po’ meglio, ma la Rampa è corazzata di ghiaccio, e sulla Traversata degli Dei la bufera investe i quattro alpinisti. Nel budello ghiacciato del Ragno il tempo torna al bello, ma un volo di Hiebeler rischia di trascinare nel vuoto i compagni. La mattina del settimo giorno Almberger, Mannhardt, Kinshofer e Hiebeler si abbracciano al gelido sole della vetta.

L’impresa del 1966

Cinque anni dopo, ai piedi dell’Eiger, si crea un’atmosfera sorprendente. Negli alberghi della Kleine Scheidegg, giornalisti e curiosi arrivati da tutto il mondo assediano i due team rivali – uno tedesco, l’altro anglo-americano – che tentano di aprire d’inverno una via diretta sulla Nord.

Negli anni precedenti, con gli exploit di Walter Bonatti, René Desmaison e compagni, l’alpinismo invernale sulle grandi pareti delle Alpi ha trovato il suo spazio sui media. La via individuata con il binocolo e sulle foto è di difficoltà estrema. La competizione tra i due gruppi ricrea il clima – in cui la stampa ha sguazzato – che si è creato otto anni prima sulla parete Nord della Cima Ovest di Lavaredo, quando gli svizzeri Albin Schelbert e Hugo Weber hanno gareggiato con gli Scoiattoli di Cortina.

Nel 1966, come scrive Toni Hiebeler, “le redazioni di Quick, Stern, Epoca e Paris Match sono colpite da un’epidemia di “eigerite””. Agli inviati dei settimanali illustrati più diffusi in Europa si affiancano le troupe delle televisioni.

I tedeschi Karl Golikow, Peter Haag, Jörg Lehne, Siegfried (Sigi) Hupfauer, Rolf Rosenzopf, Günther Schnaidt, Günther Strobel e Roland Vötteler attaccano l’Eiger il 17 febbraio, tre giorni dopo è la volta degli statunitensi John Harlin e Layton Kor, e degli scozzesi Dougal Haston e Don Whillans. Chris Bonington, un’altra star dell’alpinismo britannico, dovrebbe fare solo l’inviato del quotidiano Daily Telegraph, e invece dà una mano ai compagni.

Grazie alle corde fisse e alle grotte-bivacco scavate nel ghiaccio gli alpinisti si alternano velocemente in parete, e la competizione diventa accesa. Nel primo tratto i due team fissano delle linee di corde parallele, ma l’assurdità di questo modo di fare è evidente. Alla Kleine Scheidegg Lehne propone a Bonington di unire le forze. L’inglese è d’accordo, ma John Harlin, che è formalmente il capospedizione, ha dei dubbi.

Il 21 marzo quattro tedeschi sbucano sui pendii del Ragno, ormai in vista dell’uscita. Dietro di loro, Harlin e Haston passano la notte sul terrazzino del “bivacco della morte”, dove nel 1935 si sono spenti Mehringer e Seldmayer. Entrambi i team sono preoccupati perché il meteo annuncia l’arrivo in 24/48 ore di un’ondata di maltempo. Poi arriva la tragedia.

La mattina del 22, mentre Pete Gillman, che collabora con il team anglosassone, sta osservando la parete con un cannocchiale, vede una sagoma scura che cade. Bonington gli chiede se possa trattarsi di uno zaino, ma Pete è certo di aver visto gambe e braccia in movimento.

Qualche ora dopo, Chris e Layton salgono con gli sci alla base della parete, e trovano il corpo di John Harlin, “grottesco, sfigurato dall’impatto di un volo di 1500 metri, ma ancora orrendamente riconoscibile”. A causare la tragedia è stata la rottura di una corda fissa.

L’interruzione delle corde impedisce agli alpinisti rimasti in basso di salire. I cinque rimasti sul Ragno discutono brevemente se rinunciare, ma decidono di continuare anche per rendere omaggio a John. Hanno finito le corde, e per proseguire devono recuperare quelle fissate più in basso, tagliando la loro via di fuga.

Il 23 marzo, mentre il tempo diventa rapidamente pessimo, Dougal Haston si lega in cordata con Jörg Lehne, Sigi Hupfauer, Günther Strobel e Roland Vötteler. Due giorni di lotta in una bufera infernale portano i cinque alpinisti sulla cima. All’inizio del nevaio sommitale, un pendio di ghiaccio a 60°, la corda fissata dai primi Lehne e Strobel viene strappata dal vento, e Haston, che guida la seconda cordata, deve salire per una cinquantina di metri senza piccozza né martello. “E’ la volta che sono stato più vicino ai confini della vita” scriverà.

Sui 3970 metri della vetta, Chris Bonington attende gli alpinisti che escono dalla parete Nord, e li accompagna a una grotta di ghiaccio che ha scavato insieme a Mick Burke e a Toni Hiebeler, anche lui in veste di giornalista. Nella notte, il fumo delle Gauloises di Burke rischia di soffocare gli altri, l’indomani la nebbia complica la discesa lungo la via normale, poi inizia il tourbillon delle interviste per televisioni e giornali. La nuova via viene dedicata a John Harlin. “E’ stata la più terribile avventura della mia vita” racconta semplicemente Jörg Lehne.

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