14 gennaio 2026, oggi Rob Hall compirebbe 65 anni
L’alpinista neozelandese, scomparso nel 1996 sulla Cima Sud dell’Everest, è stato uno dei pionieri delle spedizioni commerciali in Himalaya. La sua fine, raccontata da libri e film, continua a commuovere il mondo
Se non fosse morto nel maggio del 1996 sulla Cima Sud dell’Everest, oggi Robert Edwin Hall, nato il 14 gennaio del 1961 a Christchurch, in Nuova Zelanda, festeggerebbe con i suoi cari i 65 anni. Invece la tempesta che ha investito la montagna in quel pomeriggio di ventinove anni fa lo ha fatto entrare nella storia come protagonista e vittima di una delle tragedie più note (e più raccontate) della storia dell’alpinismo.
Rob, nato in una famiglia modesta, scopre l’alpinismo sulle Alpi neozelandesi. Dopo aver interrotto presto gli studi, lavora come progettista e manager presso alcune fabbriche di materiale da montagna. Prima di compiere i vent’anni scopre l’Himalaya nepalese, salendo vette impegnative come l’Ama Dablam e il Numbur. Poco dopo la seconda ascensione, nel giugno del 1981, partecipa alla prima salita invernale della Caroline Face del Mount Cook, la cima più alta del suo Paese.
Poi inizia a lavorare come guida per il Programma Antartico della Nuova Zelanda. Tocca per la prima volta gli 8848 metri dell’Everest nel 1990, insieme ai connazionali Gary Ball e Peter Hillary, figlio di Edmund Hillary che era arrivato in vetta nel 1953 con Tenzing Norgay. Nei mesi successivi, ancora con Ball, Rob Hall sale in un tempo da record le Seven Summits, le vette più alte di tutti i continenti.
Queste ascensioni spingono i due a fondare nel 1991 la Hall and Ball Adventure Consultants, una delle prime agenzie di spedizioni commerciali del mondo. Il successo è immediato, perché nell’anno successivo i due neozelandesi conducono gruppi di clienti sull’Everest, sull’Aconcagua e sul Mount Vinson.
Nel 1993, dopo il secondo successo insieme a clienti paganti sull’Everest, Ball muore di mal di montagna dopo un tentativo al Dhaulagiri insieme a Rob Hall. L’amico lo aveva aiutato a scendere e a salvarsi, un anno prima, dopo un’altra crisi respiratoria sul K2. Ma l’agenzia dei due Kiwi, ribattezzata semplicemente Adventure Consultants, continua a operare.
Nel 1994, per la quarta volta, Rob sale l’Everest con i suoi clienti. Nel 1995, invece, il ritardo e la troppa neve fresca lo spingono a fare dietrofront sulla Cima Sud. Per questo motivo, nella preparazione della spedizione del 1996, la guida neozelandese insiste sulla necessità di rinunciare in caso di cattive condizioni della montagna o ritardi.
Ma le cose non vanno così. La mattina del 10 maggio 1996, una lunga fila di alpinisti e di Sherpa sale verso gli 8848 metri dell’Everest. Alcuni rinunciano, ma ben 24 persone arrivano in vetta, e gli incroci tra chi sale e chi scende sulla cresta e sullo Hillary Step costringono ad attese e ritardi.
Poi arriva il maltempo. Una violenta perturbazione si abbatte sull’Himalaya, e la discesa si trasforma in una fuga per la vita. Alcuni alpinisti si lasciano morire sulla cresta, altri crollano sul pianoro del Colle Sud dove la bufera rende impossibile orientarsi. Altri ancora riescono a trascinarsi fino alle tende nonostante i gravi congelamenti.
Alla fine della giornata il bilancio è di otto morti, in maggioranza clienti di Adventure Consultants e della sua concorrente Mountain Madness dell’americano Scott Fischer. Nei mesi e negli anni successivi, si discute a lungo se la competizione tra i due team abbia contribuito alla tragedia.
Rob Hall, che aveva sottolineato più volte l’importanza di scendere in tempo, arriva in vetta solo alle 15 con il suo cliente Doug Hansen. Sulla cresta di discesa, nel maltempo, Hansen scompare. Hall riesce a raggiungere la Cima Sud, dove crolla privo di forze.
Le sue ultime chiamate con un telefono satellitare alla moglie Jan Arnold, medico e alpinista che è in attesa della loro prima figlia, sono una tragedia nella tragedia. Anche Scott Fischer si accascia sulla neve e muore mentre scende verso il Colle Sud.
Nei mesi e negli anni che seguono il libro di Krakauer Into Thin Air, Aria sottile nella versione italiana, diventa un best-seller mondiale. Lo seguono i volumi scritti da altri protagonisti del dramma. Uno di loro è Anatolj Boukreev, guida kazaka di etnia russa, che lavora per Mountain Madness, che ha salvato la vita a vari dispersi sul Colle Sud e morirà qualche mese dopo, travolto da una valanga sull’Annapurna.
Seguono il film Everest in formato IMAX, la cui troupe diretta da David Brashears e che comprende Ed Viesturs Araceli Segarra e Jamling Tenzing è sulla montagna nei giorni della tragedia, e l’omonima pellicola del 2015, diretta da Baltasar Kormákur, in cui Rob Hall è interpretato da Jason Clarke. Documentari, episodi di serie e canzoni che escono raramente dal mondo di lingua inglese.
“Se sposi un alpinista che sale gli 8000 speri di invecchiare insieme a lui, ma ho sempre saputo che sarebbe potuto non accadere. Capivo i rischi, capivo che nulla era garantito” spiegherà Jan Arnold, anni dopo, alla televisione della Nuova Zelanda.
“Quando Rob stava morendo, e io stavo parlando con lui, non ho cercato di combattere, sapevo che dovevo lasciarlo andare. Nel 1992 ero stata sull’Everest con lui, e il giorno della sua morte mi sono ricordata perfettamente del piccolo avvallamento sotto la Cima Sud da cui mi stava parlando. E stato un momento terribile e straordinario”.




