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Donne, arabe e alpiniste: libere di scegliere

Tra i film che recentemente Netflix ci ha messo a disposizione ce n’è uno davvero particolare: Le nuotatrici, della regista Sally El Hosaini. Non un film splendido (il giudizio bilanciato di Rotten Tomatoes dà un 82% di gradimento, ma critiche negative non sono mancate), una storia comunque memorabile. Narra di due giovani atlete siriane che fuggono da una Damasco straziata dalla guerra e si rifugiano in Germania, dove riescono a riprendere gli allenamenti e a partecipare alle Olimpiadi di Rio de Janeiro del 2016. La trama si ispira liberamente alla storia vera di Yusra Mardini, specialista dello stile farfalla: fuggita insieme alla sorella su un gommone, nel 2015, aveva portato in salvo l’intero gruppo di profughi, nuotando per più di tre ore accanto all’imbarcazione per mantenerla stabile. Alle Olimpiadi partecipò poi nella squadra dei Rifugiati. In seguito, dopo aver scritto la sua autobiografia (in Italia edita da Giunti: Butterfly, da profuga ad atleta olimpica), è stata nominata ambasciatrice per l’Unicef.

Sfidando l’hijab

Lo sport è spesso presente nelle storie di riscatto delle donne arabe. Pensiamo a Wodjan Shaherkani, prima judoka saudita a partecipare a un’Olimpiade nel 2012; alla tunisina Ines Boubakri, bronzo nel fioretto a Rio; o alla squadra egiziana di beach volley femminile. Donne che calcano il tatami, tirano di scherma, alzano schiacciate sulla sabbia con il fazzoletto in testa, e persino con l’hijab. Non tutte le atlete però si sottomettono al dress code islamico: non la climber iraniana Nasim Eshqi, che appoggia le rivolte giovanili ancora in atto in Iran e ha deciso di abbandonare il suo paese; non Elnaz Rekabi, che per aver “dimenticato” di coprire in capelli in una gara di arrampicata (accadeva a ottobre 2022, in Corea) è stata incarcerata e le è stata distrutta la casa di famiglia.

Proprio l’alpinismo sembra essere uno dei terreni più fertili per il movimento di liberazione delle donne arabe. Anche se, salendo in alta quota, lo stile e i linguaggi sembrano cambiare. Quando parliamo di donne arabe alpiniste (si contano sulle dita di due mani, e tanto più fanno notizia) emerge un certo pattern che ha come tappe: Everest, Seven Summits, Explorer Grand Slam. Cioè, un alpinismo ad altezza Instagram, spesso a servizio di nuovi brand da lanciare su un qualche mercato. Troviamo questo schema, per esempio, nella storia di Suzanne Al Houby, prima donna palestinese e prima araba in assoluto a raggiungere il Tetto del Mondo nel 2011 e a completare le sette cime più alte dei sette continenti: Suzanne, studi negli States e residenza negli Emirati Arabi, ha creato una sua compagnia di viaggi-avventura, ma anche una fondazione per i bambini palestinesi bisognosi di cure. Lo schema ricorre anche nella curiosa storia del giordano Mostafa Salameh e delle sue cinque improbabili atlete, che già abbiamo raccontato su Montagna.tv. E ora in una storia più recente.

Protagonista è la prima donna libanese (seconda araba dopo la Al Houby), a salire l’Everest e aggiudicarsi le Seven Summits: Tima Deryan. L’impresa risale al 2019, quando Tima (diminutivo di Fatima) aveva 26 anni; poi, nel dicembre 2022 la ragazza ha raggiunto il Polo Sud con gli sci, e ora punta a ripetersi al Polo Nord, e ad aggiudicarsi dunque l’ambito Explorer Grand Slam, il trofeo (immateriale) che alle sette cime aggiunge per l’appunto i due Poli. Consiglio di dare un’occhiata al suo sito timadeyran.com, per vederla sulla cima di tante altissime montagne, mentre sorride (senza velo) come una bambina nel giorno del compleanno e spiega davanti all’obiettivo la bandiera del Libano, con al centro un bel cedro verde. Siamo lontanissimi dai modelli drammatici del passato, da Messner e Amundsen. Ma anche dall’obbligo di hijab.

Direte ora: con i soldi si va ovunque. E Tima, come Suzanne, appartiene senza dubbio alla classe più agiata. Come tanti suoi connazionali della diaspora libanese vive all’estero, a Dubai, dove si occupa di finanza e di moda, anzi “slow fashion”, con il suo marchio Feministyia, e attraverso le sue attività riesce a finanziare le spedizioni. Sullo sfondo, però, non ci sono solo una facile popolarità sui social (che comunque bisogna saper usare!) e un alpinismo da copertina patinata. Le parole chiave che troviamo sul sito e in bocca a Tima sono awareness, social inequalities, sunstainability, climate change. E soprattutto c’è il tema del women empowerment, il “nuovo femminismo” basato sull’autostima, sul controllo diretto delle proprie scelte e sulla capacità di influenzare i cambiamenti sociali, che nei paesi arabi ha un significato e un valore ben diversi che in occidente. Ed è qui che la storia di un’alpinista privilegiata delle upper class libanese si ricompone con quella delle nuotatrici profughe, delle olimpioniche velate, delle climber imprigionate.

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Un commento

  1. perche’ non fate un articolo sulle donne italiane costrette ad inocularsi un siero sperimentale protetto da segreto di stato per poter lavorare?

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