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Addio a Elisabetta II, la regina dell’Everest

La regina Elisabetta II, che si è spenta ieri a 96 anni, è stata una straordinaria sovrana, una protagonista della scena mondiale, un riferimento per generazioni di Britannici e non solo. Il suo regno, durato 70 anni e sette mesi, ha stabilito molti record. Elisabetta non era una donna di montagna, amava la campagna, i cani e i cavalli, eppure è passata alla storia anche come la “regina dell’Everest”. 

Il 2 giugno 1953, durante il fastoso corteo per la sua incoronazione, nelle strade di Londra e davanti a tre milioni di sudditi entusiasti, gli altoparlanti lungo il percorso hanno annunciato che quattro giorni prima, il 29 giugno, Edmund Hillary e Tenzing Norgay avevano raggiunto gli 8848 metri dell’Everest.  I due alpinisti, un neozelandese e uno Sherpa, facevano parte della spedizione britannica diretta dal colonnello John Hunt. Il grande pubblico ha vissuto la vittoria sulla cima più alta della Terra come l’ennesima gemma sulla corona di un Impero che aveva già iniziato da tempo a sfaldarsi, ma che otto anni prima aveva sconfitto il Terzo Reich di Adolf Hitler. Per chi sapeva di alpinismo e avventura, o ricordava gli avvenimenti di tre decenni prima, era la conclusione di un’avventura iniziata con la spedizione del 1921, e che era entrata nel mito con la scomparsa nel 1924 di George Mallory e di Andrew Irvine a poca distanza dalla vetta del “Big E”. 

Nella lunga storia dell’Everest, e in quella oggi celebre della spedizione del 1953, la vicenda di quella notizia, e del suo arrivo a Londra just in time, appena in tempo, merita di essere raccontata. 

Hillary e Tenzing arrivano sugli 8848 metri della cima alle 11.30 (ora di Kathmandu) del 29 maggio, e impiegano il resto della giornata per tornare sul pianoro del Colle Sud. Non hanno con loro una radio, nessuno li vede arrivare sul punto più alto, né dal Colle né dai 6400 metri del campo-base avanzato, dove sono in spasmodica attesa il capospedizione John Hunt e gran parte degli alpinisti e degli Sherpa. George Lowe, l’altro neozelandese della squadra, va incontro alla cordata di punta con un thermos di minestra calda, ed è il primo a sapere della vittoria. We knocked the bastard off!, “Abbiamo buttato giù il bastardo!” gli urla il suo amico Hillary. Per trasmettere la notizia ai compagni, Wilfrid Noyce e un altro alpinista raggiungono la cima dello Sperone del Lhotse, e si sdraiano per qualche minuto sui sacchi a pelo formando una “V”, che significa Victory, Vittoria. Rischiano di morire di freddo, e nessuno li vede. 

Per sapere com’è andata, il colonnello John Hunt e gli altri membri della spedizione devono attendere il giorno dopo, 30 maggio, quando la comitiva che scende lungo la parete del Lhotse esulta in maniera vistosa. Esplode una gioia selvaggia, ed è giusto. Ma il campo-base, Kathmandu e Londra sono ancora drammaticamente lontani. Poi entra in scena James Morris, il corrispondente del Times, il grande quotidiano britannico che ha l’esclusiva sull’impresa. Morris è un grande giornalista, scrive in maniera straordinaria, qualche anno dopo cambierà sesso e continuerà a lavorare firmandosi Jan invece che James. In quelle ore, però, mostra una rapidità straordinaria, e riesce in un exploit che entra nella storia del giornalismo.

Morris, accompagnato da alcuni Sherpa, scende di gran carriera al campo-base, traversando la seraccata del Khumbu che il caldo ha reso più pericolosa di prima. Scrive un breve dispaccio, lo affida a un runner, un messaggero, e questi corre letteralmente sull’interminabile sentiero che collega il campo-base a Namche Bazaar, il villaggio popolato da Sherpa dove funziona, sotto controllo indiano, l’unica radio dell’intera regione. 

Il Times ha pagato a caro prezzo l’esclusiva, e un messaggio trasmesso in chiaro per radio potrebbe essere captato da chiunque. Quello inviato da Morris recita “condizioni neve cattive stop, base avanzata abbandonata ieri stop, attendiamo miglioramenti”. Quando viene decifrato a Londra, però, il significato è ben diverso. “Vetta dell’Everest raggiunta il 29 maggio da Hillary e Tenzing”.   

Mentre il Times manda in stampa un’edizione straordinaria (più tardi arriverà anche un supplemento a colori), tre milioni di sudditi di Elisabetta II sono già per le strade di Londra, e molti di loro hanno passato la notte sul marciapiede per garantirsi un posto in prima fila. Poi, mentre il corteo si mette in marcia da Buckingham Palace per raggiungere l’Abbazia di Westminster, gli altoparlanti iniziano a dare la notizia. La ascoltano, e urlano la loro gioia, i tre milioni di persone che assistono alla sfilata, la ascoltano i 29.000 militari del corteo e i governanti del Canada, dell’Australia, della Nuova Zelanda (che è la patria di Hillary), di tutti i Paesi del Commonwealth e di decine di altri Stati Sovrani. La ascolta la regina madre Mary, che viaggia nella seconda carrozza, e sfoggia sulla corona il Koh-i-Noor, il diamante dei record, da 105 carati. La ascolta il principe consorte Filippo. La ascolta anche Elisabetta II, che è nata due anni dopo la scomparsa di George Mallory e di Andrew “Sandy” Irvine. 

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Un commento

  1. Gli inglesi dicono da secoli:
    Il Re è morto, viva il Re,
    Ma anche: Il Re è morto, lunga vita al Re.

    Strano popolo, anche oggi per esistere ha bisogno di pochi simboli.

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