Meridiani Montagne

Marmolada, la regina decapitata

Una decina di morti. Eppure nessuno ha evocato, questa volta, la montagna assassina. Colpevoli piuttosto siamo tutti noi, l’ha detto per primo Carlo Budel, il custode della Capanna di Punta Penia, l’abbiamo pensato in molti. Perché ormai il discorso ecologista ha ribaltato le vecchie figure retoriche: crudele non è la Natura, piuttosto chi la maltratta. E così, nessun processo per la Marmolada, anzi, in questi giorni di lugubre protagonismo sulle prime pagine, la Regina delle Dolomiti è descritta come la dodicesima vittima, regina decapitata della sua corona di ghiaccio.

Paradossalmente la tragedia ha riportato la Marmolada in primo piano, a pochi giorni da un’altra notizia: lo studio del CNR che dà per certa l’estinzione del suo ghiacciaio entro il 2050. Il crollo di Punta Rocca conferma, e forse anticipa, il verdetto. Per quella data, peraltro, sarà scomparsa la maggior parte dei ghiacciai alpini sotto i 3500 metri. Ma certo impressiona di più la violenta fine dell’ultimo vero ghiacciaio delle Dolomiti, quel lenzuolo candido, inconfondibile cartolina turistica che si osservava dai vari belvedere. E che oggi, come una tigre ferita, ha dato la sua ultima, incolpevole zampata.

Storia di un ghiacciaio e della sua montagna

Quel versante nord è entrato nella storia della conquista delle Dolomiti. Anche tra i Monti Pallidi le prime salite avvenivano prevalentemente per pendii e canali di ghiaccio, molto più rassicuranti delle rocce: accadde su vette all’apparenza inaccessibili come il Cimon della Pala, Cima Brenta, il Sassolungo, la Croda dei Toni. E tanto più sulla Marmolada: il primo aspirante salitore di cui abbiamo memoria fu un prete, don Giuseppe Terza, parroco a Livinallongo, che scomparve per l’appunto in un crepaccio nel 1803. Anche John Ball e la guida Victor Tairraz (non per nulla uno specialista del Monte Bianco) scelsero il ghiacciaio per la conquista di Punta Rocca, nel 1860. E due anni più tardi Paul Grohmann, in compagnia di Pellegrino Pellegrini su Punta Rocca (dove trovò il beffardo biglietto di Ball), e nel 1864 sull’agognata vetta principale, Punta Penia, con Angelo e Fulgenzio Dimai. Nella sua relazione Grohmann fu onesto: “La cima principale della Marmolada è più facile da salire”, scrisse. “Non riesco a immaginare di aver fatto qualcosa di particolare, perché secondo il mio punto di vista raggiungere la cima esige sì una certa assenza di vertigini e una certa dose di agilità, ma non può essere considerata una vera impresa”. Chissà tuttavia quali dimensioni imponenti, “occidentali”, aveva il ghiacciaio a quei tempi!

Un primo ridimensionamento, se non altro concettuale, avvenne nel 1970, con l’apertura del terzo tronco di funivia fino a Punta Rocca. Dismesso il suo status alpinistico, la Nord della Marmolada diventava campo di gioco per lo sci più consumistico. Ricordo la mia prima discesa del ghiacciaio, a piedi per risparmiare sul biglietto, nel 1975: si aggiravano grandi crepacci e si arrivava all’auto, al Passo Fedaia, quasi con i ramponi ai piedi. La Città di Ghiaccio della prima guerra mondiale era ancora lì intatta, con le gallerie ostruite, le gavette arrugginite e soldati austroungarici ibernati. Tuttavia già allora lo scioglimento era cominciato, e nessuno se ne voleva accorgere: c’era lo sci estivo, la crisi energetica era alle spalle e tutti erano ottimisti.

Poco dopo, negli anni Ottanta, iniziarono i gridi d’allarme, le prime manifestazioni di Mountain Wilderness, e le previsioni dei climatologi che, di volta in volta, rimandavano l’estinzione del ghiacciaio di decennio in decennio. Ora, pare che il manto della regina, che a fine Ottocento si estendeva per 680 ettari, si sia ridotto a meno di un quarto: 150 ettari la misurazione del 2020. E continui ad arretrare alla media di sei metri l’anno, perdendo uno spessore di due/tre metri. Pian dei Fiacconi, un tempo partenza di scialpinistiche fino a luglio inoltrato, è un orizzonte di sassi. Il Lago di Fedaia, collettore delle acque, tristemente basso.

Una nuova scala della sicurezza

Ormai è ufficiale. La Nord della Marmolada, tra i nuovi prevedibili crolli e il consueto scioglimento estivo, diventerà un deserto di pietra. Instabile e pericoloso. Sarà proprio la valutazione dell’instabilità dei terreni, nei prossimi anni, il nuovo paradigma della sicurezza in montagna. Un aspetto sempre più importante: dovranno tenerlo presente gli estensori di guide, i rifugisti, i responsabili del soccorso, le guide alpine, e tutti noi quando decideremo le nostre mete. E l’allarme non viene solo dal ritiro del ghiaccio di superficie, quello visibile, ma dallo scioglimento del ghiaccio “invisibile”, il permafrost che finora ha mantenuto incollate (e apparentemente solide) le nostre montagne. Alla scomparsa del ghiaccio fossile sono da addebitare le maggiori frane degli ultimi anni: alle Cinque Torri (2004), alla Nord del Cengalo (2017), al Sorapiss (2021), e ripetutamente al Monviso e al Cervino, dove l’ordinanza di chiusura dei sentieri (come oggi in Marmolada) è sempre dietro l’angolo.

Intanto il pubblico televisivo è in attesa di nuove catastrofi annunciate: una su tutte, il ghiacciaio pensile di Planpincieux, spiato da anni da una webcam. Mentre passano quasi sotto silenzio (forse perché troppo lontane dalle nostre case) altre emergenze climatiche, potenzialmente ben più gravi per il pianeta. Gli incendi in Australia, per esempio, il continente che per primo sperimenterà gli effetti della siccità estrema. O ciò che sta accadendo nell’Artico. Perché il cambiamento climatico, che sulle Alpi misuriamo in decenni, ai Poli corre a una velocità sei o sette volte più alta. Il Mare di Barents quest’anno ha registrato temperature superiori di 4 °C, il che prelude allo scioglimento delle calotte, allo stravolgimento della microfauna sottomarina, alla rivoluzione del clima planetario. È il battito d’ali della farfalla polare che provoca una tempesta sulle nostre montagne.

Undici morti sono tanti, troppi. Ma la partita vera si sta svolgendo altrove. E come ci avverte Budel, custode della Marmolada, nessuno di noi può dirsi incolpevole.

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5 Commenti

  1. Nel pianeta vivono 8 miliardi di persone . 100 anni fà erano poco piu di 2 miliardi.Cosa facciamo?Rinunciamo totalmente alle nostre comodità?Facile,ora,dire è colpa dell uomo, rispettiamo quello che abbiamo , cercando di migliorare ,a livello ambientale,lo stile di vita

    1. Difficile che si cerchi di migliorare, deve accadere qualcosa di peggiore, ma di molto.
      Leggo che solo il 3% dei proprietari di condizionatori è disposto a rinunciarvi.
      E le auto piacciono solo grandi e potenti.
      In più viaggiare in aereo è “figo”.

  2. ecco..ogni tanto qche pezzo di ghiacciaio crolla e fa vittime:val ferret anni fa,marmolada oggi..
    stupisce che Zaia si stupisca del fatto che sia crollato”un condominio di ghiaccio”e che il procuratore della repubblica dica di concerto che esclude la prevedibilita’dell’evento..
    faccio notare che a Chamonix e Argentiere,EDF si e’ sempre preoccupata di far saltare “condominii di ghiaccio”pericolanti..anche se anche loro hanno avuto tragedie(crollo di seracchi tra la Vallot e il rifugio dei Grands Mulets..mi pare 6 vittime in un corso guide italiane tra cui il figlio di T.Gheser..).
    ma con un protrarsi continuo per piu’giorni di zero termico sopra i 4000 mt nn dovrebbe far pensare,soprattutto una guida?certo che poi se i turisti vedono partire le guide,anche tardi,si accodano..vuoi mai che capiti qcosa?

  3. L’evento raro catastrofico improvviso che miete molte vittime in una sola volta, è piu’mediatico e amplificato da mille articoli ,di incidenti mortali o gravi che avvengono per cause “ordinarie”.Basti leggere le statistiche annuali del CNSAS. QUINDI PIU’PRUDENTE PREVENIRE:SCIVOLATE, SMARRIMENTI DI SENTIERO, SCARSO ALLENAMENTO, CONDIZIONIDI SALUTE PRECARIE NOTE, CALZATURE E D EQUIPAGGIAMENTO INADATTI, FREDDO E MALTEMPO E VALANGHE PREVISTI DALLE ARPA.PERICOLI OGGETTIVI INCOGNITI CHE SI SCATENANO REPENTINAMENTE..VANNOMESSI NELNOVERO DELLEPOSSIBILITà( NON DELLE PROBABILITA’ STATISTICAMENTE STIMATE E MISURATE DA STUMENTI COSTOSISSIMI DI MONITORAGGIO. Quanto ai mutamenti climatici, centinaia di migliaia di frequentatori che vanno ai monti in auto o esplorano mete esotiche con viaggi transcontinentali in aereo, hanno dato il loro bel contributo.

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