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Carlo Budel, gestore di Capanna di Punta Penia sulla Marmolada: “Ho sentito un rombo spaventoso e il terreno tremarmi sotto i piedi”

«Ero in cucina come al solito, a quell’ora, quando ho sentito un rombo spaventoso e il terreno tremarmi sotto i piedi come durante un terremoto. Poi ho visto i clienti che correvano verso la croce per affacciarsi sul ghiacciaio e quando sono arrivato anch’io, non restava che una lunga striscia di ghiaccio, detriti e rocce che segnava il versante giù fino al Pian dei Fiacconi. Nel corso del pomeriggio tutti coloro che si trovavano in quota sono stati evacuati in elicottero, ma io ho deciso di fermarmi quassù per custodire il rifugio e rielaborare la tragedia che è accaduta».

Carlo Budel ha ancora la voce rotta dall’emozione, il tono alto e concitato di chi parla con un’abbondante dose di adrenalina che gli scorre nelle vene. Sono passate quasi 24 ore dal distacco del seracco alla Marmolada che – nel momento in cui scriviamo – ha provocato 7 decessi accertati e 18 alpinisti dispersi; ma forse non basterà tutta una vita per dimenticare il rombo infernale e la colata di ghiaccio che precipita verso valle spazzando tutto ciò che si trova davanti.

Per chi non lo conosce, Carlo è il gestore della Capanna di Punta Penia, il piccolo rifugio appollaiato ai 3343 metri della cima più alta della Marmolada, quella che la maggior parte degli alpinisti coinvolti nel crollo avevano raggiunto in mattinata e da cui stavano scendendo al momento della disgrazia. Si è reinventato rifugista pochi anni fa, dopo una vita trascorsa alla catena di montaggio in fabbrica e ha deciso di raccontare la sua esperienza scrivendo due libri e con il proprio profilo Instagram che gli ha regalato una buona notorietà anche tra i non appassionati di montagna.

«Mi definisco una “sentinella della montagna” – commenta Budel – perché mi piace stare qui, vedere e percepire la magia della montagna per poi raccontarla a coloro che abitano 3000 metri più in basso. Effettivamente da qualche giorno sentivo i ruscelli d’acqua che scorrevano sotto il ghiacciaio e mi ero preoccupato perché era la prima volta da quando sono salito qui 5 anni fa. E a coloro che mi chiedevano informazioni sulle condizioni di salita dicevo espressamente che il ghiacciaio faceva schifo, che così secco e grigio non lo avevo visto nemmeno l’anno scorso ad agosto. Ma voglio smentire categoricamente quanto mi è stato attribuito, cioè che questa fosse una tragedia annunciata e che qualcuno avrebbe potuto evitarla. Ma stiamo scherzando?! Chi mai avrebbe immaginato un distacco di quelle dimensioni e soprattutto di domenica, nell’orario di massimo affollamento in zona? Qui possiamo soltanto prendercela con la fatalità e con la sfiga!»

Budel ha una capacità indiscussa a comunicare le emozioni e i sentimenti che la montagna suscita in lui e nelle migliaia di persone che hanno letto i suoi libri e seguono la sua attività social. Questa volta è titubante, cerca di scavare nell’animo per pescare le parole più adatte e alla fine sbotta. «Tristezza e senso di colpa, non riesco a esprimere altro per le oltre 20 persone che non ci sono più e per tutti quelli che ho portato qui, a cui ho raccontato le meraviglie della montagna e che ora stanno cercando, come me, una risposta di fronte a ciò».

Poi il senso di responsabilità del rifugista prende il sopravvento. «C’è un ultimo messaggio che devo diffondere: la Marmolada ora è chiusa. Non venite qui per nessun motivo e da nessun versante. Non da quello settentrionale che percorre il ghiacciaio ovviamente, ma nemmeno dalla ferrata alla cresta ovest o dalle vie di arrampicata alla sud. Diamo il tempo ai soccorritori di fare il loro lavoro e ai professionisti di verificare ulteriori altri danni provocati alla montagna».

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2 Commenti

  1. foto n.10 :non si capisce cosa sia una striscia nerastra verticale che confluisce nello scivolo inclinato alla base del distacco. Forse da questa si incanalava acqua di fusione nel crepaccio?
    Se “il ghiacciaio faceva schifo, che così secco e grigio non lo avevo visto nemmeno l’anno scorso ad agosto. ” cosa invitava a percorrerlo non ostante lo scarso appagamento estetico?Da molti filmati postati di imprese di gruppo di salita a punta Penia per la normale del Ghiacciaio, pare di capire che la parte piu’ emozionante consistesse nel superamento delle roccette con la sicurezza del cavo e poi il raggiungimento della capanna con pernottamenti e merende e foto., cioe’ IL VERO OBBIETTIVO FINALE ATTRAENTE.Il percorso sul residuo del ghiacciaio, molto ritirato in alto rispetto al disastrato rifugio pian dei Fiacconi, sembra dalle riprese una marcia su neve incoerente e acqosa , dentro la quale gli scarponi affondavano.Inutili ramponi e piccozze e corde…una palta ( poltglia).Il messaggio “NON VENITE”troverà voci contrarie?ESISTONO ANCHE ZONE CON SPERONI DI ROCCIA E PINNACOLI SOTTO CONTROLLO GEOLOGICO DI ZONE DI FRATTURA E FESSURAZIONI DEI QUALI NON CONVIENE FARE NOME, ALTRIMENTI IL TURISMO SI BLOCCA.MA FORSE IL PASSAPAROLA VIAGGIA TRA GLI ABITANTI AUTOCTONI.

  2. Meglio far da mangiare male, molti sono attratti specialmente dalla propsettiva della mangiata finale a coronamento dell’impresa.

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