Cronaca

Huber racconta i drammatici giorni dei soccorsi di Aguiló e Korra Pesce sul Cerro Torre

“Dopo i soccorsi non è stato facile tornare alla normale vita alpinistica” scrive sui suoi canali social Thomas Huber. Sono passati quasi tre mesi dal fatale incidente che ha ucciso l’alpinista italiano Corrado “Korra” Pesce e ferito gravemente il compagno Tomás Roy Aguiló, eppure è come se qualcosa si fosse inceppato nella mente di chi ha prestato le sue capacità per i soccorsi, come se tutto fosse ancora fermo a quei giorni. Dopo un lungo silenzio Huber deve aver sentito la necessità di raccontare, di buttare fuori per liberarsi da un peso.

“Per un momento non siamo riusciti a vedere i nostri sogni, il motivo per cui siamo qui” continua. “Cercavamo lo stretto legame con la comunità e cercavamo di capire cosa fosse realmente accaduto nei giorni precedenti. Abbiamo parlato molto della vita, della morte, dell’amore, della nostra passione e abbiamo cercato di capire perché accettiamo il rischio di morire nel tentativo di raggiungere i nostri obiettivi. Huber si racconta svelando i pensieri che gli alpinisti soffocano dietro l’azione, quei tormenti che esistono ma di cui non si parla quasi mai. Piuttosto ci si beve una birra, in ricordo, poi si torna a scalare. Una reazione apparentemente fredda, ma l’unica capace di permettere di andare avanti, di sorridere di fronte alla perdita. “Siamo rimasti lontani dalle montagne e abbiamo fatto bouldering. Eravamo profondamente connessi alla natura, sentivamo che siamo tutti parte dell’universo e che la vita è un dono temporaneo. Alla fine, tocca a noi arricchire questa vita di bellezza, amore e grandi momenti. Questa saggezza della natura ci ha riportato sulle nostre tracce, nell’attesa di una grande finestra di bel tempo per restituire qualcosa a queste montagne”.

Il soccorso

L’alpinista tedesco non ha solo raccontato stato d’animo e sensazioni, qualche giorno prima ha speso molte parole rivivendo i giorni dei soccorsi. “C’era una finestra incredibile” scrive. “Era soleggiato e non cera vento. Ricordo un caldo patagonico. Alcuni coraggiosi alpinisti erano riusciti in imprese strabilianti sulla catena del Torre. Non poteva andare meglio, almeno fin quando abbiamo visto un segnale luminoso di SOS provenire dal Cerro Torre. Era la mattina di venerdì 28 febbraio e i giorni da sogno si sono presto trasformati in un incubo.

Una scarica di roccia e ghiaccio aveva colpito Tomy Aguiló e Korra Pesce mentre erano in discesa per la parete nord. I due avevano da poco completato l’apertura di una nuova via, “una delle migliori salite della Patagonia” la definisce Huber.

“Il segnale ha subito messo in moto una reazione a catena. Nel giro di poco abbiamo scoperto che Tomy era in grado di calarsi in doppia grazie a un piccolo spezzone di corda mentre Korra era gravemente ferito e incapace di muoversi”. Tomy riesce così a calarsi fino al triangolo di ghiaccio, a circa 400 metri dalla base della montagna. “Con una piccola squadra sono andato ai piedi del Cerro Torre. Luka Lindic e Luka Kranjnc hanno compiuto delle osservazioni con il binocolo dall’altro lato della valle fornendo informazioni via radio”. Poi è avvenuto l’incontro con i Ragni di Lecco, scesi dal Torre lungo la Via del Compressore e con Roger Schaeli, arrivato ai piedi della montagna con il primo gruppo di soccorritori. “Ci siamo uniti e abbiamo risalito la parte inferiore del nevaio in 3 ore, raggiungendo Tomy prima che facesse buio” spiega Huber. “Era ferito, molto debole, ma molto lucido. Poteva ancora muoversi e aveva un’incredibile voglia di sopravvivere. Insieme a Roberto Indio, un membro argentino della squadra di soccorso, ho organizzato la discesa in corda doppia di Tomy. Matteo e Roger hanno cercato di continuare a salire fino a raggiungere Korra. Dalle cronache conosciamo già il tragico esito di questa ricerca.

“Quella notte ci siamo spinti tutti al limite. Per 30 ore senza sosta e senza dormire. Alla fine abbiamo salvato Tomy, ma non siamo riusciti a raggiugere Korra” va chiudere Huber. “È stato un incredibile lavoro di squadra, da parte di alpinisti argentini e internazionali, che può essere valutato molto al di sopra di un successo in vetta sul Cerro Torre. Alla fine resta la dolorosa perdita di un grande amico della nostra comunità alpinistica”.

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