Cronaca

Se chiude il bar, muore il paese: Carmine Del Grosso racconta la provincia con “Bar Test” a Propaganda Live

Il comico Carmine Del Grosso racconta la genesi di "Bar Test" (o Test Bar), la rubrica di Propaganda Live su LA7 che attraversa i bar della provincia italiana, accendendo i riflettori su fragilità e resistenza delle aree interne.

Quando muore, davvero, un piccolo paese? Verrebbe da dire quando l’anagrafe si azzera, o quando l’ultimo treno cancella la fermata (se questa esiste). Ma la verità è più intima, legata a un rumore specifico: quello di una saracinesca che si abbassa per sempre. Forse un paese muore davvero quando chiude il suo ultimo bar.

Perché nelle aree interne d’Italia, quelle che la geografia frettolosa delle mappe chiama “marginali”, il bar non è un semplice esercizio commerciale. Non è il luogo del consumo rapido, del caffè al volo prima dell’ufficio. È l’ultimo presidio sociale, una trincea di calore umano, l’unica piazza coperta rimasta capace di far sedere allo stesso tavolino traballante un ventenne con lo smartphone e un anziano con la memoria lunga. Se togli il bar, togli il palcoscenico a una comunità, spegni la luce sull’ultimo punto di ritrovo eterogeneo rimasto. Di questa preziosa “funzione sociale”, fatta di resistenza silenziosa e ironia amara, si occupa Bar Test (o Test Bar, cit.), la rubrica cult curata dal comico, autore e podcaster Carmine Del Grosso per Propaganda Live su LA7.

Il format è un viaggio itinerante e poetico che attraversa la spina dorsale della provincia italiana, muovendosi dalle Alpi agli Appennini. Le telecamere di Bar Test entrano senza bussare nei microcosmi più disparati: dai caffè storici di Trieste nel Friuli-Venezia Giulia ai vicoli di Vallata e Castelpoto in Campania, fino ai baluardi d’alta quota, come Capracotta in Molise. Il meccanismo è apparentemente semplice: Carmine entra, ordina, scambia quattro chiacchiere genuine con baristi e avventori, e infine assegna un voto al locale. Ma dietro la scusa del punteggio si nasconde qualcosa di molto più grande: l’intrattenimento si trasforma in un prezioso documento antropologico, uno specchio fedele delle aree interne.

D’altronde, questa Italia che resiste all’angolo, Del Grosso non ha bisogno di studiarsela sui libri: la conosce sulla pelle. Originario di Circello, un paesino di poco più di duemila anime della provincia di Benevento, sa cosa significano i tempi dilatati, la diffidenza che si scioglie davanti a un sorriso e il valore terapeutico di una partita a carte. Proprio per questo, gli abbiamo chiesto di raccontarci come è nata l’idea di Bar Test, una rubrica che accende i riflettori su luoghi e persone fuori dal palcoscenico principale dell’Italia.

 

Carmine, partiamo con l’inquadrare il tuo legame con i luoghi che stai raccontando nella tua rubrica: attualmente vivi a Milano, ma da dove arrivi?

Sono originario di un paesino della provincia di Benevento che si chiama Circello e conta circa duemila abitanti.

Quindi appartieni alla categoria di coloro che si sono trovati a dover emigrare dalle aree interne verso la città. Questo legame lo hai portato con te nei tuoi sketch o viene fuori per la prima volta con la rubrica Bar Test?

Di base la provincia mi accompagna da sempre. Ho fatto in passato diversi video e lavori riguardanti gli anziani e la provincia, due temi portanti della mia produzione video. Vi cito un episodio: avevo proposto a Rai 2, per un programma che si chiamava B come sabato, di fare dei video su “sport estremi”, che in realtà erano sport tradizionali come la ruzzola del formaggio. Il tutto era sempre in chiave ironica, ma con lo scopo di fare infotainment, come dicono gli inglesi: un prodotto di intrattenimento con un altro livello narrativo, che è quello della scoperta. Alla fine quel video non si rivelò adatto per il programma, così lo misi sui social e divenne virale. Mi è rimasta da allora questa tendenza a raccontare la provincia. Un paio di tentativi successivi sono andati falliti, ma nella sperimentazione è un elemento da mettere in conto, finché non è arrivato Bar Test qualche mese fa.

Ci racconti come è nato Bar test?

È nato da un’idea direi embrionale che ho sottoposto a un carissimo amico — Flaminio Muccio, all’inizio regista e montatore della rubrica, mentre oggi al montaggio c’è Flaminio e alla regia si è aggiunto Tony (Antonio Troiano, ndr) –  e insieme abbiamo realizzato la prima puntata a Castelpoto. Non siamo partiti con l’intenzione di realizzare un video per LA7, ma quando lo abbiamo sottoposto è stato molto apprezzato e così abbiamo proseguito lungo quella via.

Quindi l’idea è tua, non nasce da una proposta arrivata da LA7…

No, ci tengo a ribadire la paternità di questa idea (ride).

Andando più nel dettaglio logistico, i paesi che state toccando nella rubrica, vengono selezionati secondo qualche criterio specifico? In sintesi, come li scegliete?

Una delle fortune di questo genere di contenuti è che creano rete, quindi le segnalazioni iniziano ad arrivare dal pubblico stesso. Il primo input, però, è stato mio, perché il bar ha sempre rappresentato per mela vera piazza del paese, un punto di ritrovo eterogeneo in grado di unire le varie generazioni. Trovi il ragazzo come trovi l’anziano, e non credo che oggi ci sia un altro luogo capace di unire nell’intrattenimento una fascia di età così ampia. Di base la scelta è un po’ casuale, si adatta anche agli spostamenti che faccio per i miei spettacoli. Ad ogni modo, se c’è un gancio sul territorio è sempre meglio, perché facilita l’entrare in contatto con i baristi. Ma ci capita anche di andare in avanscoperta.

Hai trovato finora un barista o un cliente che si siano opposti alle riprese o espresso diffidenza?

Non abbiamo mai trovato vera resistenza o opposizione. A livello di approccio, magari ci può essere il personaggio inizialmente più schivo, ma la provincia in tal senso aiuta molto. Trovi un ambiente aperto e accogliente; penso che troveremmo maggiori difficoltà a girare video simili nei bar di città, dove le persone vanno di fretta e sono di base più diffidenti. Quando uno arriva con una telecamera in un piccolo paese, è un evento. Ovviamente molto dipende anche dall’approccio che uno ha.

Selezionato il bar X, come ti comporti? Punti sull’improvvisazione o hai un canovaccio da seguire una volta varcata la soglia?

È tutto improvvisato, non c’è nulla di costruito in quel che vedete nei video. Anzi, la puntata forse più bella — almeno per quanto mi riguarda — che è stata registrata a Buonalbergo (BN), nasce da una casualità assurda. Dovevamo andare in un altro bar ma, mentre ci spostavamo verso la provincia di Avellino, abbiamo avvistato un gruppo di anziani che giocavano a bocce in un campo da calcio. Ci siamo fermati perché mi ero incuriosito. Questi anziani vedono arrivare me, Flaminio e Antonio con le telecamere e ci chiedono: “Dove andate?”. Rispondo che eravamo diretti in un bar al confine tra il Sannio e l’Avellinese, e mi sento dire: “No, guarda che si è sposata la figlia del proprietario, è chiuso”. Di rimando ho chiesto consiglio su un bar alternativo dove girare il nostro servizio, e ci hanno suggerito il Bar del Campo, a cento metri da lì. E così è successa la magia.

Prima ci facevi cenno alla potenzialità di un bar di provincia come punto di aggregazione di un’ampia fascia di età. State trovando giovani nei vostri giri?

Ci capita di incontrare sia giovani che anziani. C’è da dire che spesso arriviamo nei bar in orari e giorni in cui la presenza degli anziani è maggiore, proprio perché vedono nel bar il loro principale punto di ritrovo e intrattenimento. Oggi forse è anche difficile che i giovani vadano al bar per passare il tempo, ma non si può generalizzare, perché ad esempio nelle mie zone è ancora così. È chiaro poi che nella nostra narrazione cerchiamo di evitare alla base la presenza di minorenni per questioni di privacy, il che ci spinge a scegliere fasce orarie più “da anziano”. C’è anche da aggiungere che gli anziani sono narratori preziosi: si prestano a raccontare storie anche lunghe, vanno a ruota libera e offrono una visione personalissima del territorio.

In una delle tue puntate sei entrato nel bar di Capracotta. Emblematico è stato un cliente che alla domanda “Una cosa bella del Molise?” ti ha risposto in modo convinto: “No, niente”. In media, qual è la visione che tendono a fornire di questi paesi sempre più marginali? Si sentono abbandonati dalle istituzioni?

Non è solo senso di abbandono, si nota anche un forte spirito di resistenza da parte di chi rimane e prova a sdrammatizzare. Però capita di ricevere risposte molto lapidarie, ad esempio quando sottopongo una delle mie richieste classiche, che è quella di condividere un pensiero per aiutare l’umanità. Il signore che ho intervistato in Molise è stato veramente tranciante su tutto, però come dargli torto… La provincia sta morendo, anche se la mia — diciamo che è più una speranza — è che si arriverà alla saturazione delle città e si tornerà nei paesi. Ma so perfettamente che si tratta di una mia visione molto romantica del futuro.

Possiamo dirti una cosa? Quella che tu descrivi come speranza romantica ci è stata descritta di recente da Filippo Tantillo, un ricercatore territoriale esperto di aree interne, come uno scenario futuro tutt’altro che improbabile. Dunque, o siamo tutti sognatori, o forse quella che oggi chiamiamo speranza un giorno potremmo chiamarla realtà. Ovviamente tutto dipende dal se e quando si riuscirà ad assicurare servizi idonei per poter rimanere in questi territori.

Effettivamente ho letto anche io diversi articoli sul tema, ad esempio sul fenomeno di richiamo generato dalle aree interne post-Covid o sul ritorno al Sud di molti lavoratori emigrati al Nord, complice lo smart working. Un ritorno che, in un primo momento, ha regalato un senso di libertà e appagamento legato a una qualità della vita migliore, determinata dalla natura, dai tempi più dilatati e dal conseguente benessere psico-fisico. Dall’altra parte, però, ti ritrovi a dover affrontare una carenza di servizi disastrosa, che porta a chiedersi: “Ma io che ci faccio qua?”. Questo mi devasta. Di recente ho visto un film, a mio avviso il più bello del 2025, che si intitola Le città di pianura. Tratta la storia di due ubriaconi, classici cinquantenni di provincia che non hanno più nulla da perdere e la sera fanno il giro dei bar. Questo film ha mostrato uno spaccato della provincia a chi non la conosceva, ma io stesso non riesco a decifrare se sia un’immagine romantica o nostalgica, una di quelle visioni che ti fanno pensare: “Bello, ma non ci vivrei”.

Tu ci pensi mai a tornare a Circello?

Il mio piano di vita personale è di vivere ancora un po’ in città, anche per il tipo di lavoro che faccio. Spero però, in futuro, di arrivare a un’età in cui non avrò più la stretta necessità di stare in un grande centro e poter tornare in provincia.

Con la speranza di avere un ospedale in zona…

Esatto, il problema è proprio quello.

Al di là del far sorridere, vi augurate che Bar Test possa contribuire ad accendere i riflettori su questi luoghi “secondari” e sui loro problemi?

Nel mio piccolo spero di smuovere qualcosa. C’è stato chi mi ha scritto di essere andato a visitare i bar che abbiamo mostrato nei nostri video. Il nostro obiettivo fondamentale non è tanto suscitare una risata, quanto far scoprire posti che hanno senso di esistere e che conservano una funzione sociale. L’intrattenimento rappresenta il 50% del format; il restante 50% è dato dalla possibilità di posizionare una lente di ingrandimento su zone, luoghi e persone che altrimenti non passerebbero sotto i riflettori.

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