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In edicola il numero speciale di Meridiani Montagne “Emilio Comici e le Alpi Giulie”

È in edicola il nuovo numero speciale di Meridiani Montagne “Emilio Comici e le Alpi Giulie”, secondo volume da collezione della collana “I Grandi Alpinisti Italiani” dedicata ai grandi nomi dell’alpinismo italiano. Una monografia tutta dedicata a Emilio Comici, alla sua vita e imprese con un focus sulle Alpi Giulie, territorio della sua formazione alpinistica, a 120 anni dalla nascita dell’alpinista.

Il numero sarà presentato dal direttore di Meridiani Montagne Paolo Paci martedì 19 ottobre 2021, alle ore 19, presso la sede della Società Alpina delle Giulie – Sezione di Trieste del Club Alpino Italiano. 

A parlarci del volume “Emilio Comici e le Alpi Giulie”, il direttore Paolo Paci.

Parola al direttore

Ricorrono quest’anno i 120 anni dalla nascita di Emilio Comici. Davvero un uomo di un altro secolo, anagraficamente, eppure così moderno, un innovatore, un comunicatore, a suo modo un divo: in epoca social lo definiremmo un influencer. La sua influenza, davvero, è stata fondamentale per la storia e l’evoluzione dell’alpinismo che allora si definiva “acrobatico”. Comici mostrava grande rispetto per i maestri come Julius Kugy, ma non aveva paura di guardare oltre, oltre la verticale. E non per nulla quando tornò vittorioso dalla Nord della Grande di Lavaredo (la sua impresa più celebrata, forse non la più importante), lo stesso Kugy guardò a quella scalata con sufficienza, dicendo che il suo allievo, salendola (con troppi chiodi, sottinteso), aveva dimostrato che era impossibile: “Ma questo” commentava Kugy, “noi vecchi alpinisti già lo sapevamo”. La storia poi diede ragione a Comici: i chiodi che piacciano o non piacciano si sono moltiplicati, sono diventati i moderni spit, e le scarpette che Emilio calzava sul sesto grado non sono così distanti da quelle di un Adam Ondra sul 9b.

Come innovatore e profeta dell’alpinismo contemporaneo, Comici è il protagonista del secondo volume della nostra collana Grandi alpinisti italiani. Ma non solo e non soprattutto sugli aspetti tecnici ci siamo concentrati. Come già per Gervasutti nella prima puntata, di Comici abbiamo esplorato il lato umano, i luoghi della sua formazione. Abbiamo scoperto le luci e le ombre, la sua figura pubblica, tanto vitalistica e celebrata (persino dal regime fascista, che ne volle fare un simbolo politico), come la sua dimensione privata, così ben raccontata (al limite dell’agiografia) dal solito Casara. Dai suoi primi passi nelle profondità carsiche ai suoi trionfi sulle pareti nord delle Dolomiti, dalle Tre Sorelle al Civetta, alla Grande di Lavaredo, emerge un personaggio capace di rivoluzionare l’arte dell’arrampicata e di comunicarla al grande pubblico attraverso mezzi allora all’avanguardia, come la fotografia e il cinema.

E siamo risaliti ai primi passi dello scalatore, come ci racconta (benissimo) Marco Albino Ferrari: “Lascia la scuola a quindici anni, chiamato dall’esigenza di contribuire, lui primogenito, al bilancio famigliare. Viene assunto come impiegato ai Magazzini Generali vicino al porto. Un buon lavoro fisso, per sei giorni alla settimana. E alla domenica, con quelli della XXX Ottobre, parte sull’altopiano carsico alle spalle di Trieste in cerca di avventure. Prova il brivido del “grottista”. E poi ritorna al sole, sulle pareti calcaree della vicina Val Rosandra. Saranno quelle rocce la palestra ideale dove affinare la tecnica, e poter affrontare le grandi pareti delle Giulie, le sue montagne d’elezione”.

Oltre che ai racconti, abbiamo affidato il ricordo di Comici a un “album” davvero importante di vecchie fotografie: dalla famiglia alla Trieste degli anni Trenta, dalla scuola di roccia da lui fondata (e sempre piena di belle ragazze) alle foto d’azione in parete. In queste immagini Comici spesso sorride. Difficile trovare una sua foto (delle tantissime che furono scattate: Comici era fotogenico e ne era consapevole) in cui non guardi in camera sorridendo di genuina felicità: in cima a una montagna, in barca, con l’ombrello o l’inseparabile chitarra tra le mani. Il triestino sapeva trasmettere la gioia dell’alpinismo e della vita. Tranne, forse, che nell’ultimo suo ritratto: quello scattato da Severino Casara sulla cima del Campanile al Sassolungo, nell’agosto 1940. In quell’immagine troviamo un eroe stanco, segnato dalla fatica e, forse, da punta di malinconia. Fin troppo facile vedervi una triste profezia: Comici sarebbe morto di lì a due mesi per un banale incidente, una morte la cui assurdità non fa che sottolineare la straordinarietà della sua vita.

Nell’ultima fotografia Emilio Comici non c’è più. La stella del VI grado si è spenta nel momento della massima luminosità e forse non poteva essere altrimenti. Ai piedi della palestra in Val Gardena rimangono una corda e una chitarra, sintesi perfetta di una vita felice e incompiuta.

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