Rifugi

Rifugio Emilio Comici – Emil Zsigmondy

Il rifugio Emilio Comici – Emil Zsigmondy (2224 m) è una costruzione in muratura bianca situata ai Piani di Rio di Sopra, alla testata della Val Fiscalina, sul suo versante sinistro orografico, ai piedi settentrionali della Croda dei Toni e di fronte alla dorsale Popera-Cima Undici.

Accesso e vie

Vi si accede da Piano Fiscalino, in Val Fiscalina presso l’hotel Dolomitenhof, seguendo il segnavia n° 103 e transitando dal rifugio Fondovalle (2 h, E). Più lungamente, si può anche partire dalla Val d’Ansiei, in località Giralba, con il sentiero n° 103 che rimonta la Val Giralba, transita dal rifugio Carducci e valica la Forcella Giralba (5 h e 30 min, E).

Molto frequentato da escursionisti e alpinisti, il rifugio Zsigmondy-Comici è base d’appoggio per le ascensioni alla Croda dei Toni, al Monte Popera, alla Cima Undici, alla Cima Una, alle Crode Fiscaline, al Monte Giralba di Sopra. Numerose e di grande bellezza anche le traversate, che oltre al vicino rifugio Pian di Cengia, da dove spingersi al rifugio Locatelli per la Forcella Pian di Cengia, conducono al rifugio Lavaredo, al rifugio Carducci per la Forcella Giralba, al bivacco De Toni passando dalla Forcella della Croda dei Toni. È inoltre il punto di partenza ideale per percorrere la splendida Strada degli Alpini, con la quale portarsi al rifugio Berti per il Passo della Sentinella o verso i Prati di Croda Rossa o il rifugio Fondovalle.

Storia e curiosità

Il rifugio venne costruito dalla sezione di Padova del Cai nel 1929 sui resti del rifugio Zsigmondy, a sua volta edificato dal Duöav (Deutschen und österreichischen alpenverein) nel 1886 e distrutto all’inizio della Prima Guerra Mondiale. È dedicato a due figure mitiche dell’alpinismo europeo: Emil Zsigmondy ed Emilio Comici.

Emil Zsigmondy (1861-1885), insieme al fratello Otto e a Ludwig Purtscheller, è stato uno degli iniziatori dell’alpinismo senza guida; medico e botanico, dopo molte ascensioni in Austria arrivò nell’estate del 1881 in Dolomiti, salendo la Cima Undici, il Monticello delle Marmarole, il Sorapiss e la Punta dei Tre Scarperi per vie nuove; inoltre, è stato uno dei primi a ripetere le vie di Innerkofler alla Cima Piccola, di Grohmann alla Croda Rossa, di Diamantidi al Sass Maor. Nelle Alpi Occidentali ripeté il Canalone Marinelli sulla parete est del Monte Rosa, oltre a salire lo Zinalrothorn, il Weisshorn e il Cervino. Morì nel 1885 in Francia in un tentativo di salita alla Meije: il punto da dove precipitò è ancora chiamato Brêche Zsigmondy, e la parete da lui tentata fu salita solo nel 1912 da un’altra figura storica dell’alpinismo, la guida cortinese Angelo Dibona.

Emilio Comici (1901-1940) rappresenta invece la punta massima dell’arrampicata in Dolomiti espressa dall’alpinismo italiano nella prima parte del Novecento. Nato a Trieste, iniziò la sua carriera sportiva nelle file dell’Associazione polisportiva XXX Ottobre: l’attività prescelta da Comici inizialmente era la speleologia, praticata nelle numerose grotte del Carso con gli amici e abbandonata per l’alpinismo negli anni 1927-28. Negli anni seguenti aprì oltre 200 nuove vie, molte di estrema difficoltà per l’epoca, tra le quali sono da ricordare: nel 1929, con Fabjan, la Sorella di Mezzo del Sorapiss, prima via di sesto grado italiana; nel 1931, con Benedetti, la parete nordovest del Civetta; nel 1933, con i fratelli Dimai, la parete nord della Cima Grande di Lavaredo; sempre nel 1933, il formidabile Spigolo Giallo sulla Cima Piccola di Lavaredo. Lasciato l’impiego a Trieste, Comici si trasferì in Val Gardena, dove svolse la professione di guida alpina e maestro di sci, e nel 1938 divenne podestà di Selva in Val Gardena. Perse la vita nel 1940 in un banale incidente in una palestra di roccia della Vallunga, in Val Gardena, dove era andato ad accompagnare alcuni amici: durante una discesa in corda doppia, un cordino si ruppe lasciandolo esanime ai piedi della parete. Comici è soprattutto ricordato per la sua “etica” alpinistica. Rincorreva, infatti, non soltanto la vetta, ma la bellezza del gesto e della via: per questo non considerava l’alpinismo come uno sport, ma come un’espressione artistica. Disse: «Intendo l’arrampicamento soprattutto come un’arte. Come per esempio la danza o, se vuoi, l’arte del violino. Perché se sei padrone assoluto della tecnica, puoi facilmente dare espressione ai tuoi sentimenti, proprio come nella musica e nella danza. Nei passaggi difficili io mi abbandono completamente all’impressione di vivere nella roccia, e che la roccia viva in me».

Ogni scalata costituiva un momento estetico, idealizzato dalla ricerca della linea di salita logica, elegante, possibilmente perfetta: la “via della goccia che cade”. Proprio per questo occupa un ruolo di primaria importanza nell’evoluzione dell’alpinismo: fu il primo per il quale la bellezza dell’arrampicata sta nell’arrampicata stessa prima ancora che nel raggiungimento di una cima; in questo anticipò di alcuni decenni l’arrampicata sportiva. Così Dino Buzzati descrive la morte di Emilio Comici (Sulle Dolomiti, “Meridiani Montagne”): «Quando ebbe i cordini, lui ne passò uno intorno a un piccolo spuntone e vi si appese per provarne la resistenza. Il cordino teneva. Allora si abbandonò in fuori nel vuoto per discendere. Il cordino si spezzò. L’uomo precipitò nel vuoto. Raccontano che, in allenamento, egli usasse esercitarsi anche nelle cadute o meglio nei voli che capitano abbastanza spesso ai capicordata sul sesto grado: l’importante era staccarsi dalle rocce in modo da poter cadere sui piedi quando la corda, trattenuta da un chiodo o dal compagno, fosse venuta in tensione. Guai invece a tenersi attaccati alla parete, in modo da sbattere contro ogni sporgenza. Ebbene, dicono che, mentre volava giù, questa volta senza nessuna speranza che un compagno lo tenesse, con la presenza di spirito e la perfezione di movimenti che avrebbe potuto avere in una innocua palestra, egli facesse con le braccia e le gambe, ritmicamente, il gesto di respingere da sé la roccia. Capiva che l’unico eventuale scampo era di andare a cadere su un prato, o su un pendio di ghiaia. L’urto diretto con la roccia sarebbe stato comunque fatale. Infatti piombò in fuori, sull’erba. Ma era un volo di 40 metri. Restò ucciso sul colpo».

Informazioni

Proprietà: Provincia autonoma di Bolzano
Contatti: tel. 0474710358; www.zsigmondyhuette.com
Periodo di apertura: da metà giugno a fine settembre
Numero posti: 80 (6 locale invernale)

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