Medicina e benessere

Covid, psiche e montagna

Testo di Giancelso Agazzi, membro della Commissione Centrale Medica del CAI

In occasione del convegno dal titolo “Covid e Montagna”, tenutosi in occasione del Trento Film Festival 2020 e dove ho preso parte con l’intervento “Ieri e oggi al tempo delle pandemie, la Spagnola in montagna”, è stata presentata anche un’interessante relazione dallo psichiatra Paolo Di Benedetto dal titolo “Covid, psiche e montagna”. Il tema è come affrontare e uscire dal drammatico periodo della pandemia.

La pandemia, un evento traumatico

Vari sono gli interrogativi che ci si può porre a proposito della pandemia e del suo rapporto con la montagna. Si è trattato di un evento trasformativo: l’incontro con il SARS-CoV-2 ha rappresentato un trauma, un imprevisto in grado di durare nel tempo, capace di provocare un forte disagio. Nella storia dell’umanità due circostanze simili sono state la Grande Guerra e la guerra del Vietnam negli anni ’60. Ci si è trovati infatti di fronte a una situazione di grande stress, di nuova concezione, che ha richiesto una buona resilienza e altrettanto efficienti meccanismi di difesa. L’impatto con questo evento in alcuni ha prodotto sintomi simili a quelli che si osservano nella sindrome post-traumatica da stress. Tra questi, l’angoscia incontenibile dovuta alla disintegrazione delle capacità difensive e integrative, la sensazione di morte imminente, l’inibizione motoria e affettiva (freezing), l’agitazione psicomotoria scomposta.

L’angoscia viene prodotta dall’incontro dell’individuo con la realtà che lo avvolge. Si tratta di una minaccia costante, intrusiva. In poco tempo tutto è cambiato con l’avvento della pandemia e la morte e la follia coesistono in una società di spettatori soggetti alla ripetizione del trauma. Ci troviamo in una dimensione mediatica totalizzante che ci ha investito. Sorpresa e spavento hanno aggredito gli uomini, come una grande onda anomala, inquietante, spingendoli verso la perdita e la morte. Si sono avute una sofferenza di prima linea per i sanitari, impegnati nell’assistere e curare i malati e le loro famiglie, e una di seconda linea nella sospensione dell’attività ordinaria. Si è assistito ad una incapacità di capire ciò che stava accadendo, qualcosa di inarrestabile. I sanitari si sono trovati a curare gli ammalati e nel contempo a poter essere i contagianti. È difficile sapere se ritornerà tutto come prima. Si tenta di prefigurare un futuro.

La montagna come insegnante

La montagna possiede una sua cultura, generando il contatto con gli altri e aspetti disfunzionali possono diventare positivi. La montagna ha un suo effetto trasformativo: ci insegna a prendersi cura di sé e degli altri.  Si ha una valorizzazione antropologica ed educativa dei percorsi. Il camminare, nella sua dimensione orizzontale e verticale, rappresenta un’attività trasformativa con la sua componente clinica, culturale e didattica attraverso la pratica dell’escursione, del cammino, del viaggio nella dimensione di gruppo e individuale. L’uomo ha in sé una pulsione viatoria intrinseca che lo spinge a camminare ed esplorare il mondo per ricrearlo costantemente. Il cammino rappresenta inoltre una metafora della vita (il viaggio all’interno di noi stessi), un’esperienza terapeutica, un’esperienza collettiva e possiede una dimensione pedagogica.  Tutto quello che incontriamo nel camminare è ciò che viviamo dentro di noi: il faticare nel procedere, il cercare il sentiero, la paura di perdersi, la vertigine nell’affacciarsi, la gioia dell’arrivo sono concretizzazioni di processi emotivi, affettivi e cognitivi che, spesso, non riescono ad esprimersi adeguatamente nella realtà quotidiana.  L’ambiente offre la possibilità di vivere un “come se”. Le forti emozioni, i legami, le interazioni che i luoghi fanno emergere, spostano continuamente la labile linea di confine tra mondo interno e la realtà esterna. In questa situazione di confine si esaltano i propri limiti e le proprie risorse, i processi relazionali alla base dell’essere umano (necessità di legarsi agli altri, di dipendere, il bisogno di solitudine e di isolamento, l’affidarsi e il ritrarsi dall’altro). Camminare, salire e scendere, sostare, orientarsi, alimentarsi, affrontare gli imprevisti, stare in gruppo, curare sé e il gruppo.

L’uomo cammina, l’animale vaga, ecco la differenza tra i due esseri viventi. “Un uomo si propone il compito di disegnare il mondo. Trascorrendo gli anni, popola uno spazio con immagini di province, di regni, di montagne, di baie, di navi, di isole, di pesci, di dimore, di strumenti, di astri, di cavalli e di persone. Poco prima di morire scopre che quel paziente labirinto di linee traccia l’immagine del suo volto” scriveva Jorge Luis Borges.

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Un commento

  1. Purtroppo la maggioranza degli uomini ha scoperto che è meglio per lei se resta ignorante di tutto e di più e segue ubbidiente ciò che le viene detto, illudendosi di fare delle scelte quando manifesta pubblicamente.
    Infelicità, frustrazione, divertimento, pappagallismo diffusi … a me piace dire che l’attenzione è concentrata su “tette e culi”, meglio dire “urla e lampi”i, e non sull’imparare mentre si vive.
    E la montagna dei media è un terreno per muoversi in sicurezza, non importa se si è ignoranti e si calpestano i propri simili per mettersi in mostra.
    Il covid fa vedere tanta gente ignorante e sciocca, anche in montagna e nelle sue strutture umane.
    Peccato

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