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Se n’è andato Franco Miotto, l’uomo del Burèl e dei viàz

Una foto, che è diventata famosa, ce lo mostra impegnato su un viàz, un’aerea cengia delle Dolomiti Bellunesi, con un cappello di feltro, un fucile a tracolla e un camoscio appena ucciso sulle spalle. Ma Franco Miotto, che ci ha lasciato il 7 ottobre all’età di 88 anni, non era un fenomeno da baraccone, ma un alpinista straordinario, e un uomo che amava la natura.

La nascita di una passione

Nato nel 1932 a Malles Venosta, dove il padre carabiniere prestava servizio, cresciuto tra le rocce e i boschi della Val di Fassa, approdato per lavoro a Belluno negli anni Cinquanta, Franco è un uomo di sinistra e uno sciatore appassionato. Per lui, come per suo padre e suo nonno, la caccia è una passione profonda, ma anche un modo per migliorare la propria vita. “La pratica della caccia nelle montagne di Belluno è quanto di più affascinante si possa immaginare. Il vero ‘camorziere’ è un montanaro padrone della montagna” scrive Franco Miotto in Pareti del cielo, la sua autobiografia pubblicata nel 2010 da Nuovi Sentieri. “Da settembre a dicembre risparmiavamo, non andavamo in macelleria, si viveva quasi esclusivamente di selvaggina” prosegue nelle prime pagine del libro. Storie analoghe si trovano in La forza della natura, il libro dedicato all’alpinismo di Miotto da Luisa Mandrino, che viene pubblicato nel 2002 da CDA-Vivalda. Tutto cambia in una giornata d’autunno, a metà degli anni Settanta. In Val di Piero, una delle più selvagge delle Dolomiti Bellunesi, Franco Miotto resta lungamente appostato a osservare un branco di camosci, a due o trecento metri di distanza. Prende la mira, spara con la sua carabina, uccide il maschio dominante del branco. Poi resta a bocca aperta. “Invece di fuggire, come sarebbe stato normale, tutti gli altri camosci si sono avvicinati all’animale morto, come per rendergli omaggio. Ho sempre cacciato per mangiare, solo quando la caccia era aperta, restando giorni e giorni da solo in montagna. Quella fucilata, però, insieme ai camosci che davano l’estremo saluto al compagno, mi ha convinto che era il momento di smettere” mi avrebbe raccontato anni dopo. “Quel giorno me ne sono andato dalla Val di Piero portando il camoscio ucciso sulle spalle, e pesava circa cinquanta chili. Una volta tornato a casa ho barattato la carabina con una macchina per cucire, che serviva alla mia famiglia. E, nel tempo libero dal lavoro, mi sono dedicato con passione all’alpinismo”.

 Dall’arrampicata all’alpinismo

In realtà, in quel periodo, Franco Miotto aveva già scoperto l’arrampicata. Oltre a percorrere forre e viàz, le cenge delle Dolomiti Bellunesi, con una carabina a tracolla cercando le tracce dei camosci ed evitando le imboscate dei guardiacaccia, aveva iniziato a scalare in cordata, insieme ad amici di Belluno, compiendo subito dei notevoli exploit. La sua parete preferita, da subito, è la Sud-ovest del Burèl, una muraglia verticale di milleduecento metri di altezza, tagliata da tetti giganteschi, che domina il budello della Val de Piero. A compiere la sua prima salita, nel 1967, è un team di alpinisti polacchi, accompagnati dai bellunesi Gianni Gianeselli e Giorgio Garna. A rendere la parete famosa è Reinhold Messner, che la ripete un anno dopo insieme a Konrad Renzler, e la descrive con toni ammirati.

Franco Miotto, all’inizio del 1974, prende un’altra decisione folgorante. Convince l’amico Riccardo Bee a tentare la prima invernale (e terza assoluta) della parete, per mesi i due si allenano con estenuanti corse in salita nella neve. Partono il 14 marzo, bivaccano alla fine dello zoccolo, e Franco rischia di precipitare e uccidersi inciampando nelle stringhe slegate degli scarponi. Nell’incidente perde il piumino, ma la scelta è di salire comunque. L’ascensione dura tre giorni, gli alpinisti si alternano in testa, lo zaino del secondo di cordata è mostruoso. Nella discesa per facili pendii innevati Garna e Gianeselli vanno incontro agli amici, battono la pista per loro, li aiutano a trasportare i carichi. Tre anni dopo, sempre d’inverno, la cordata Miotto-Bee apre con quattro bivacchi una via nuova, con difficoltà estreme, a sinistra dell’itinerario dei polacchi.

Seguono altre due nuove vie sulla Sud-ovest, e una sulla parete Nord del Burèl, più tre itinerari sulla vicina (e altrettanto impressionante) Pala Tissi. Oltre che con Bee, Franco si lega con Stefano Gava e con Benito Saviane. Insieme a Bee e a Gava, vince il pilastro dello Spiz di Lagunàz, parallelo a due vie tracciate dal grande Renato Casarotto. Altre imprese hanno per teatro il Pizzocco, nel cuore dei Monti del Sole.

Più tardi Miotto e Bee litigano, non si parlano per anni. Poi, nel gennaio del 1983, Riccardo Bee cade e muore durante un tentativo solitario invernale all’Agnèr. Un mese dopo, un infarto stronca Piero Rossi, alpinista, giornalista e scrittore, un altro grande dell’alpinismo bellunese. Franco piange ai funerali degli amici, si rende conto che una fase della sua vita si è conclusa. Da allora, lasciate le grandi pareti, si dedica ai viàz, alle impressionanti cenge da camosci che attraversano le pareti delle Dolomiti Bellunesi. Ne scopre e ne percorre decine, su qualcuna lascia dei segnavia di vernice, a volte scrive anche delle relazioni. Non bisogna sbagliarsi, però.

Nonostante le descrizioni e i segnavia, i viàz percorsi da Franco Miotto non sono affatto dei sentieri, ma dei percorsi per alpinisti che hanno molta dimestichezza con il terreno infido e il vuoto. Sono degli altri regali, come le magnifiche vie sul Burèl, lasciati ai pochi appassionati dei massicci più selvaggi dei Monti Pallidi.

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5 Commenti

  1. Ciao Franco,
    se ne va con te un pezzo importante dell’alpinismo dolomitico.
    Mi aiuterai a cercare in parete i tuoi chiodi autoforgiati, ben identificabili da quel simbolo politico a te tanto caro, impresso a fuoco sul metallo.

  2. Era di una forza bestiale.
    Secondo me, di sicuro rimarrà nella storia dell’alpinismo della sua zona, il bellunese, sia nel bene che nel male
    Sarebbe interessante se si raccontasse tutto, ma forse, come dice qualcuno fra i grandi alpinisti, “se una storia ormai è scritta, non serve cambiarla”.
    E penso che raccontare tutto sarebbe istruttivo per la comprensione delle motivazioni caratteristiche di un particolare alpinismo.

  3. Ciao Franco, hai lascito tracce indelebili di come va vissuta e interpretata la montagna, ogni volta che percorrerò un tuo Viaz’ o via orizzontale sarà in tua memoria, grazie.

  4. VIAZ e’ appunto il titolo di un documentario intervista che Lo riguarda.
    Forse sbaglio, ma nei vari programmi tv Nazionali hanno invitato ed invitano alpinisti fotogenici nel look o graditi al sistema mediatico delle”ospitate”, o reduci da imprese in zone esotiche extraeuropee;la zona Bellunese e certi gruppi montuosi non acchiappano audience.Meno male che esistono Reti tv Locali.

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