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Omar di Felice completa la traversata invernale del Gobi in bici

Un'avventura oltre ogni immaginazione

Partito a fine febbraio Omar di Felice è riuscito nel suo progetto di traversata del deserto del Gobi in bicicletta, in inverno. Per lui, amante del freddo, avrebbe avuto poco senso farlo in estate con le torride temperature che la zona raggiunge. Ha preferito muoversi in bici nel momento opposto, quando le temperature scendono di parecchi gradi sotto lo zero.

Omar pedala e completa la traversata del Gobi, in un clima mondiale assurdo. Mentre lui si trova nel cuore del deserto l’intero mondo collassa sotto il peso di una pandemia e anche lì, dove non ce lo si aspetterebbe, accade qualcosa di imprevisto. Viene intercettato su una pista da una pattuglia militare mongola, con loro si trova anche un’ambulanza. A 300 chilometri dalla sua posizione un francese è risultato positivo al Coronavirus, così il Paese piomba nel lockdown e anche lui viene sottoposto al tampone con obbligo di arrestare la sua pedalata per cinque giorni. A metà marzo riparte e completa il progetto ritornando a Ulan Bator dov’è poi rimasto bloccato fino al 2 maggio.

Prima l’investimento, poi finalmente riesci a partire e scoppia il caso Coronavirus, che ti ha costretto a vari stop. Infine il lockdown e l’impossibilità a rientrare. Siamo andati oltre l’avventura questa volta. Come hai vissuto tutto questo Omar?

“È stato un susseguirsi di difficoltà e, successivamente, di emozioni. Ogni piccola ripartenza (quella dall’incidente, quella dal lockdown di 5 giorni vissuto nel cuore del deserto e infine quella dovuta alla chiusura di tutti i voli) ha rappresentato per me una prova da superare.

Una sfida che mi ha messo in condizione di trovare sempre uno stimolo nuovo in grado di motivarmi al fine di cercare di tirare fuori il meglio anche dalla situazione apparentemente più complicata. L’incidente di inizio febbraio, a soli due giorni dalla partenza, ha rischiato di far saltare l’avventura. Ma è stato proprio questo a farmi rimandare l’avventura di due settimane. Mi sono impegnato molto per recuperare e raggiungere il mio obiettivo, ma è comunque stato necessario traslare di qualche giorno la partenza. Questa coincidenza, alla fine, si è rivelata essere decisiva in quanto mi ha proiettato in Mongolia con uno degli ultimi voli di andata ‘tranquilli’ prima dell’improvvisa e inaspettata chiusura totale.” 

Come hai detto sei partito dall’Italia che tutto era ancora relativamente tranquillo, per ritrovarti di colpo a migliaia di chilometri di distanza nel pieno di una pandemia. Hai mai pensato di lasciar perdere e tornare indietro?

“Quando sono partito dall’Italia la situazione era molto tranquilla. Era il 24 Febbraio e sia all’aeroporto di partenza che allo scalo intermedio di Istanbul non sono stato sottoposto a nessun tipo di controllo sulla temperatura. Il traffico di persone e viaggiatori era pressoché normale, non c’era una condizione che facesse presagire la crisi in cui sarebbe caduto il mondo di lì a pochissime settimane. Quando è scoppiato il caos vero e proprio mi trovavo nel cuore del Deserto del Gobi e da lì ho capito che sarebbe stato difficile rientrare in Italia. Questo è il motivo per cui, dopo un primo momento di incertezza, ho deciso di proseguire l’avventura. Ormai ero a metà della traversata programmata, desiderata e fortemente voluta. Non avrebbe avuto senso abbandonarla, considerando soprattutto che in quel preciso momento anche i voli per l’Italia erano stati repentinamente bloccati.”

Saresti comunque rimasto bloccato in Mongolia… 

“Esatto, anche se anche fossi rientrato nella capitale non avrei trovato alcun volo disponibile per rientrare. Il primo con destinazione Europa è stato quello del 2 maggio che mi ha riportato a casa.”

Durante la traversata ricevevi informazioni su quanto stava accadendo in Italia?

“La connettività con l’Italia, specialmente nel cuore del deserto, non è stata semplicissima. Avevo con me alcuni dispositivi satellitari che mi garantivano di essere sempre collegato tramite sms. Riuscivo così ad avere un minimo contatto con casa. C’è quindi stata una mancanza di comunicazione ‘integrale’ che mi ha aiutato ad andare avanti senza un surplus di notizie. Nelle poche occasioni in cui la copertura 3/4G lo consentiva il bombardamento mediatico era davvero enorme. Probabilmente se mi fossi fatto travolgere dalla marea di notizie (talvolta persino in contrasto tra di loro) sarebbe stato ben più difficile. Ancora una volta la ‘pazienza’ è stata l’arma vincente.”

Torniamo all’avventura: in che ambiente ti sei mosso? Hai incontrato le condizioni climatiche immaginate o hai trovato “caldo”?

“Definire ‘caldo’ il Deserto del Gobi in inverno sarebbe un errore. Ciò che lo differenzia dagli ambienti artici in cui sono solito muovermi è la mancanza di grandi accumuli nevosi. Ci sono anni, come quello appena trascorso, in cui gli inverni sono avari di precipitazioni. Ciò non significa però che le temperature siano elevate, tutt’altro! Durante la prima parte il termometro è sceso fino a -30 gradi mentre nel cuore del deserto ho incontrato temperature più miti intorno ai -10, -15 gradi. I fortissimi venti ne aumentavano a dismisura la percezione.

A livello mentale osservare uno scenario visivamente ‘caldo’, grazie alla sabbia e alla luce del sole che evocano i classici deserti africani, mi ha disorientato. Ho pedalato con temperature rigidissime e nelle notti in tenda, a causa della forte escursione termica, ho spesso sopportato condizioni molto critiche.”

Una natura immensa ma anche un’umanità e un’accoglienza speciale. Hai dormito quasi sempre in tenda, ma hai anche trovato ospitalità, giusto?

“Ciò che ho imparato durante le mie avventura è che tanto più è grande e severa la natura, quanto più sarà speciale l’accoglienza e l’umanità delle persone che si trovano a vivere in ambienti così estremi.

A causa del rischio virus, benché non vi fossero particolari restrizioni in Mongolia (a parte il lockdown di 5 giorni che mi ha costretto a una sosta nel villaggio di Dalanzadgad) ho evitato di soggiornare troppo spesso nei piccoli villaggi. Non sapevo come avrebbe potuto reagire la popolazione locale vedendo un italiano arrivare, proprio nel momento in cui la pandemia stava scoppiando, ponendoci nella condizioni di essere visti come potenziali ‘untori’. Le notti in tenda sono così diventata più di quelle previste. In alcuni punti, soprattutto verso il termine della traversata, ho trovato l’ospitalità delle famiglie nomadi che mi hanno accolto nelle loro tende, le classiche Ger (Yurte) così piccole ma al tempo stesso calde e accoglienti. Li dentro ho trovato un mondo magico, capace di tenerti al riparo dal freddo delle notti nel deserto, e l’ospitalità di un popolo sempre pronto a scaldarti con una bevanda calda o del buon cibo.” 

Dopo aver concluso la tua esperienza hai continuato a pedalare per le strade della Mongolia in attesa di poter rientrare in patria. Cosa hai capito di questo Paese di cui si parla sempre molto poco?

“Per la prima volta il termine di una mia avventura non ha coinciso con il rapido rientro in Italia. Solitamente dopo essermi sottoposto a lunghe traversate il primo desiderio è quello di tornare alla normalità della mia casa. Questa volta le coincidenze mi hanno posto di fronte a una nuova sfida: quella di trovare da una nuova difficoltà la chiave per sbloccare nuove avventure. Così ho deciso di continuare a girare, prima nella zona della capitale poi spostandomi verso sud e nord. Ho esplorato nuove zone e mi sono immerso ancor di più nel lifestyle della gente di questo Paese straordinario. Ho potuto provare sulla mia pelle cosa significhi vivere con l’essenziale. Che, tradotto, non vuol dire ‘povertà’ ma una forma di ricchezza diversa. Più semplicemente qui si vive con ciò di cui si può disporre, senza farne una tragedia se oggi qualcosa non c’è: probabilmente ce lo porterà il domani.”

Hai un ottimo spirito d’adattamento…

“Mi reputo fortunato per essere riuscito, da una situazione di lockdown potenzialmente difficile da affrontare, a trovare il modo per vivere una nuova esperienza. Per chi, come me, ama i viaggi e le avventure è stata forse la ricchezza più grande che porto a casa.”

Ora?

“La situazione mondiale è tutt’altro che risolta e, probabilmente, dovremo rivedere, almeno parzialmente i nostri stili di vita. 

Senz’altro ci sarà difficile progettare avventure o spedizioni oltre i confini nazionali per questa parte della stagione. Anche in questo caso ho avuto una nuova opportunità: quella di fermarmi e godere di quanto realizzato. Per la prima volta sono potuto rientrare senza l’assillo di un nuovo viaggio, di una serata a cui dover scappare o di un evento cui presenziare. Amo la vita dell’atleta e mi piace essere sempre in prima linea, sia chiaro, ma sto trovando davvero piacevole l’essermi fermato. Poter riflettere su quanto fatto metabolizzandolo, vivendo la quotidianità di casa senza lo stress e la velocità tipica di questi momenti. Credo fortemente che ognuno di noi dovrebbe sempre provare a cercare il risvolto positivo dalle situazioni più difficili.

Questo riposo, sicuramente, mi darà la carica per ripartire con nuove avventure quando tutto ciò sarà risolto.”

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3 Commenti

  1. La sensazione è che queste imprese servano solo ad alimentare l’ego di chi le compie. Nulla più di un capriccio para-agonistico a cui viene dato eccessivo risalto, il mondo è pieno di viaggiatori in bici che non si fanno pubblicità ogni volta che percorrono un’area selvaggia del pianeta, tanto più che le aree selvagge andrebbero protette dal clamore mediatico!

    1. Giovanni, se di queste imprese ci si campa occorre soffiare sul fuoco, alla fine non si fa male a nessuno a diffondere queste notizie, chi vuole andare in quei posti già sa come fare, chi non ne sa nulla sicuramente non partirà domani.
      Comunque dire che al 24 Febbraio era tutto tranquillo quando invece le scuole erano già chiuse…. 🙂 l’ Italiano ha memoria breve ma non facciamo troppo affidamento, diciamoci la verità, si avevano i biglietti, i visti, gli sponsor, si parte se si può.

  2. Complimenti . Grande avventura.
    Però al tuo posto non sarei rientrato in Italia, dove ti triturano anima e mente con notizie e ordini

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