AlpinismoStoria dell'alpinismo

Dalla malattia sul Kangchenjunga all’isolamento di oggi, la paura e le riflessioni di Nives Meroi

Un giorno di primavera di undici anni fa, un alpinista si sente male sui pendii del Kangchenjunga. Si chiama Romano Benet, viene da Tarvisio, di solito ad alta quota marcia come un fulmine. Stavolta, invece, qualcosa non va. Già due settimane prima, in un tentativo all’Annapurna complicato dalla guerriglia maoista e dal maltempo, Romano è stato più lento del solito. Ora, sul versante Sud-ovest del Kangch, le cose vanno ancora peggio. 

Il primo campanello di allarme: il Kangchenjunga

Il primo campanello di allarme suona nella notte tra il 4 e il 5 maggio del 2009. L’alpinista di Tarvisio non riesce a respirare. “Non gli veniva il fiato, come quando annaspi nella tenda tappata dalla condensa” racconta la moglie e compagna di spedizione Nives Meroi. Ma si prosegue, per ora. Il 15 maggio i due italiani superano i settemila metri di quota e sbucano sul Great Shelf, il terrazzo glaciale da cui partono i tentativi alla cima. Poi le previsioni meteo annunciano bel tempo, e le spedizioni salgono verso l’ultimo campo e la cima. “Speriamo che la montagna ci accolga benevola e abbia cura di noi” annota Nives. Non va così.  

Il 15 Romano non sta bene. Nives, che è andata avanti, deve aspettarlo, e poi scendere per portargli una borraccia. “Dopo quasi trent’anni di montagne salite insieme sono arrivata io per prima. Strano”. Al campo III, una giornata di vento costringe i due a restare nei sacchi a pelo. Il 17 maggio, quando il tempo torna bello, una lunga fila di alpinisti e di sherpa sale verso il campo IV e la vetta. Ma Romano intorno ai 7500 metri si blocca. Non riesce a salire, dice a Nives di continuare da sola, ma lei si rifiuta. “No, scendiamo insieme. Adesso. Non ti farò aspettare qui” è la risposta. 

E’ una frase che le cambia la vita, perché Nives Meroi è ancora in corsa per diventare la prima donna a salire tutti i 14 “ottomila”. E perché quelle parole diventeranno il titolo di un libro che vale la pena leggere. 

La discesa verso il campo-base del Kangchenjunga è un incubo. Romano ha le mani gelate, fatica ad agganciare e sganciare il discensore dalle corde fisse. Anche il trekking del ritorno è un’impresa. Tornati a casa, occorre affrontare il “quindicesimo ottomila”, la malattia. 

La malattia

Il 13 giugno, a Udine, l’analisi di un campione di sangue midollare e tessuto osseo permette ai medici di diagnosticare un’aplasia midollare severa. Una malattia seria, con una speranza di guarigione intorno al trenta per cento. 

Romano viene ricoverato subito. Dopo due cicli di farmaci, ad aprile del 2010, un trapianto di midollo dà risultati deludenti. A dicembre arriva un secondo trapianto dal medesimo donatore, una procedura che a Udine non è mai stata tentata. Stavolta va bene, e lo si capisce subito.Il sangue del paziente inizia a tornare normale, dopo una settimana si va a casa, poi si torna in montagna. A giugno i due sono sul Gran Paradiso, a ottobre sul Mera Peak, un “seimila” del Nepal, dove Romano arriva in cima un’ora prima degli altri. Poi tocca di nuovo al Kangchenjunga. 

Il ritorno al Kangchenjunga

Nives Meroi e Romano Benet lo tentano nel 2012, ma nella notte sbagliano itinerario, e invece della cima principale raggiungono la vetta centrale del Kangch, 8482 metri, che non figura nell’elenco ufficiale degli “ottomila”. 

Poi il calvario di Romano continua, con un’operazione alla testa del femore e un attacco di fuoco di Sant’Antonio. Il 16 maggio del 2014, però, i due italiani sono nuovamente all’ultimo campo sul Kangch. La sveglia suona alle dieci e mezzo di sera, “montagna, abbi cura di noi!” dice tra sé e sé Nives quando lascia la tenda. Poco dopo mezzogiorno, Nives e Romano si inginocchiano sulla neve a pochi passi dal punto più alto, il cocuzzolo di neve sacra a 8596 metri di quota che deve restare inviolato. Uno dei primi pensieri è per “lo sconosciuto fratello genetico”, l’uomo o la donna che ha donato con dolore il midollo, e ha permesso alla vita di Romano di andare avanti. 

Non ti farò aspettare

Un anno dopo, nel 2015, esce Non ti farò aspettare, il libro, pubblicato da Rizzoli, nel quale Nives Meroi racconta quegli anni difficili. L’11 maggio del 2017, sugli 8091 metri dell’Annapurna, i due alpinisti completano la collezione degli “ottomila”. Nelle loro serate, la storia della malattia e del Kangch torna sempre a galla. 

Non avevo mai raccontato il mio alpinismo in un libro, avevo paure di scrivere delle cose banali” racconta oggi Nives Meroi. “Quando Romano è guarito il cerchio si è chiuso, e ho visto una storia da raccontare. Ho anche capito che i fallimenti sono le tappe di un percorso, e danno senso alle vittorie”. 

Le conferenze di Nives e Romano sono sempre affollate, e molti partecipanti portano con sé proprio quel libro. “Un giorno un ragazzo mi ha chiesto di autografare la sua copia di Non ti farò aspettare, e mi ha raccontato la sua storia. Dopo aver letto il libro, ha deciso di farsi tipizzare, e registrare come donatore di midollo” continua Nives. Mi ha fatto capire che, scrivendo il libro, avevo fatto una cosa giusta. E’ bene che le persone sappiano che con una donazione di midollo possono salvare una vita” prosegue l’alpinista di Tarvisio. E’ un bene che non si sappia chi è il donatore, e si resti con il dubbio che la persona che ti ha salvato la vita è quella che incontri casualmente per strada. Da soli non si arriva da nessuna parte, insieme si può uscire dai guai. Vale anche per l’emergenza che stiamo attraversando in questi giorni”.  

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3 Commenti

  1. NON TI FARO’ ASPETTARE! Un bellissimo racconto di vita……nel descrivere mai banale e nella sua semplicità molta umanità.

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