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CAI e CNR uniti nello studio del clima in alta quota

In occasione della Giornata Internazionale della Montagna il Club Alpino Italiano (CAI) e il Consiglio nazionale delle ricerche (CNR) hanno firmato un accordo quadro per collaborare nello studio dei cambiamenti climatici in ambiente montano.

I due enti si impegneranno in maniera congiunta nel monitoraggio degli ecosistemi d’alta quota, con il coinvolgimento attivo dei rifugi CAI e delle stazioni e osservatori climatici CNR.

Una ottimizzazione di risorse e infrastrutture

“I due Enti riservano una particolare attenzione all’ambiente montano”, ha dichiarato il presidente del CNR, Massimo Inguscio. “La possibilità di ottimizzare le nostre risorse e infrastrutture in aree così significative per lo studio del clima permetterà di rafforzare la sorveglianza dell’ambiente glaciale e periglaciale alpino e di ampliare la base osservativa degli studi che l’Ente già esegue in cinque Osservatori climatici e, sulla vetta di Monte Cimone, dell’unica stazione globale presente nel bacino mediterraneo del programma GAW-WMO per lo studio dei cambiamenti climatici, gestita dal CNR con l’Aeronautica militare”.

“Questo accordo è un passo estremamente importante, perché prefigura l’utilizzo dei rifugi CAI per l’attività scientifica e il monitoraggio dei principali parametri climatici, in una rete che percorre tutto lo Stivale, fino al centro del bacino del Mediterraneo”, ha commentato il presidente generale del CAI Vincenzo Torti.

“All’ambiente glaciale alpino sempre più si sostituiscono pareti rocciose instabili, pietraie, morene. Anche il permafrost di alta quota in roccia si scongela e questo, considerata la maggiore instabilità dei versanti recentemente deglaciati, aumenta rischi e pericoli per chi vive la montagna e per chi la frequenta. Peraltro offrendo situazioni ambientali profondamente difformi rispetto a pochi decenni fa. Ambienti nei quali il numero di specie vegetali sta proliferando e fa temere l’estinzione di quelle meno competitive. È quindi importante studiare questi nuovi scenari correlati con l’aumento delle temperature. Anche al fine di divulgare e proporre forme di frequentazione della montagna più sicure e consapevoli”.

Ecosistemi sempre più fragili

Gli effetti del surriscaldamento globale sul fragile ambiente montano sono oggetto di attenzione da parte dell’ONU ormai da due decenni. Nel 1992 l’Agenda 21 aveva dedicato un capitolo al tema: “Managing Fragile Ecosystems: Sustainable Mountain Development”.

Quasi 20 anni in cui la situazione è decisamente precipitata. Se da un lato crescono annualmente le campagne di sensibilizzazione per comportamenti volti a rallentare i cambiamenti climatici, a livello di singolo cittadino e di comunità, dall’altra vediamo salire la temperatura del nostro Pianeta senza tregua.

Nell’ultimo secolo sui settori alpini è stato valutato un incremento di 1.5 – 2.0°C, con conseguenze devastanti, purtroppo note, sulla salute dei ghiacciai. Lungo tutto l’arco alpino i ghiacciai mostrano bilanci di massa fortemente negativi e un significativo arretramento annuale delle lingue glaciali e diminuzione dello spessore del ghiaccio.

Gli scenari futuri, a partire dal più ottimista, parlano irrimediabilmente di scomparsa delle masse glaciali. A seconda di quanto saremo bravi a modificare i nostri comportamenti su scala globale e rallentare l’incremento termico del Pianeta, il tempo necessario per raggiungere tale traguardo nefasto potrà variare. Il dato allarmante è la prevista scomparsa dei ghiacciai al di sotto dei 3000-3500 m di quota entro il 2050.

 

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