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Grande successo per il “Sogno di Daniele Nardi” e MonzaMontagna bissa la serata

Il Festival MonzaMontagna ha deciso di replicare la serata dedicata al “Sogno di Daniele Nardi” dato il grande successo di pubblico avuto alla prima, lo scorso 21 novembre.

Una serata molto intensa, dove la presentazione del libro di Alessandra Carati La via perfetta, lo Sperone Mummery viene anticipata da alcuni filmati in cui è possibile immergersi nel sogno di Daniele grazie alla sua stessa voce e ai suoi occhi sempre illuminati quando si tratta di parlare di alpinismo. Si può così capire, o almeno intuire, ciò che muoveva l’alpinista di Sezze verso le grandi montagne e soprattutto cosa lo attraeva di quel piccolo Sperone impossibile su una montagna tanto grande per essere anche solo vista con un solo sguardo.

Dentro la psicologia di Nardi ci fa andare la Carati, che grazie alle domande di Chiara Todesco, racconta la storia narrata nel libro scritto a quattro mani con Daniele. Una lettura che, ancora una volta, vi consigliamo.

L’appuntamento per venerdì 13 dicembre, ore 21, AL cineteatro Triante, via Duca d’Aosta 8/A, Monza. L’ingresso è gratuito, la sala apre alle 20.30, vi raccomandiamo di arrivare in anticipo.

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Un commento

  1. Gli occhi di Daniele Nardi più che illuminati mi sembrano stregati e in preda ad illusioni, sogni evanescenti e manie di gloria, ma magari è solo una mia impressione. Giocarsi tutto per tentare la scalata storica della svolta, sfidando più gli imprevisti (noti nello sperone) della natura che le proprie capacità tecniche, quando scalatori più esperti e di generazioni diverse (quindi privi della citata competizione del libro) lo avevano scoraggiato, mi sembra un messaggio per nulla educativo e da celebrare. E, siccome la cultura scritta intesa come libri è volta a diffondere concetti e pensieri, io non ammiro il contenuto di questo libro .. contro cui difficilmente, data la sorte di Daniele Nardi, le persone attaccate potranno difendersi contestando una versione personale (e interessata) sui fatti avvenuti molti anni prima e lungo gli anni. Infatti, in linea sui presunti atti di nonnismo, isolamento e razzismo portati avanti da compagni di cordata e dall’ ambiente alpinista italiano in genere, i presunti carnefici, per rispetto e delicatezza, cosa potrebbero aggiungere ? Forse sarebbe più corretto riconoscere che l’ alpinismo non è una disciplina “soft” e che richiede molta freddezza necessaria per ridurre rischi e crolli psicologici, con tutte le conseguenze che questo comporta nel bene e nel “male”, come in ogni contesto della vita reale (non quella illusoria).

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