Alta quota

Manaslu: il racconto di Marco Camandona e Francesco Ratti

Hanno raggiunto al vetta del Manaslu e tentato una salita meteorologicamente sfortunata sul Pangpoche (6620 m). Una classica spedizione himalayana, non fosse che quella a cui hanno partecipato gli alpinisti del team Millet Marco Camandona e Francesco Ratti insieme a François Cazzanelli, Emrik Favre e Andreas Steindl, ha incontrato “il monsone più lungo degli ultimi 60 anni” ci raccontano. Partiti con l’intenzione iniziale di scalare il Pangpoche, “dalle foto avevamo individuato tre possibili sperone di salita” spiega Ratti. “I primi giorni sono così andati nella ricerca di un passaggio per la vetta, alla fine abbiamo scelto l’itinerario che segue la cresta sud-sud est preparando un deposito materiali ai piedi di questa” poi, purtroppo, ha iniziato a nevicare. Precipitazioni copiose e insistenti “che mi hanno fatto temere di arrivare in ritardo al Manaslu, perdendo così le finestre di bel tempo che ci avrebbero consentito sia di acclimatarci per gli ottomila metri sia di raggiungerne la vetta” si inserisce Camandona. “Sull’ottava montagna del pianeta siamo stati facilitati dalla grande quantità di gente che si stava cimentando con la salita”, riuscendo così a velocizzare la loro preparazione. “Speravamo di riuscire a portare a casa una performance”, e così è stato sia per François e Andreas che volevano realizzare la salita one push da campo base sia “per noi, partiti invece da 6800 metri per la vetta”. Una scalata andata molto bene.“Siamo saliti tranquilli, io senza portare lo zaino continua Camandona . Con la nuova tuta che utilizzo non è più necessario nel tentativo di vetta. Oltre a tenermi caldo le sue tasche interne mi consentono di posizionare tutto il materiale dentro come fosse uno zaino da trail. Oltre a essere comodo il calore del corpo aiuta a non far gelare l’acqua nel termos, una cosa importante a quelle quote”.

“Nei nostri piani c’erano poi l’idea di salire la Kukuczka, ma le condizioni erano veramente proibitive: le abbondanti nevicate hanno reso instabili i versanti causando continue valangheracconta Marco. Per lui il Manaslu è stato il nono Ottomila, “ma il primo che ho tentato”; per Francesco è stato invece il primo approccio all’aria rarefatta dell’altissima quota. “Devo dire – ci confida Camandona – che Francesco si è davvero comportato bene. Sono molto contento di lui, è uno che parla poco: se c’è da scalare scala, se c’è da mangiare mangia, a livello tecnico è impeccabile. Un ragazzo preciso e concreto, di quelli che non va a cercarsi grane”.

“Per me è stata un’esperienza bellissima” ci dice Ratti. “Mi ha permesso di confrontarmi con un’altra realtà dove a contare tanto è l’acclimatazione, indispensabile per stare bene” spiega. “L’arrivo in vetta, su quella puntina è stato particolare”, un momento significativo per lui come per Marco che “verso i 7900 metri, sentendo di stare bene, ho iniziato a spingere un po’ di più. Quando poi ho visto François arrivare l’ho aspettato e siamo saliti insieme, è stato un po’ come arrivare in vetta con un figlio”.

Nulla da fare sul Pangpoche

Se il Manaslu ha portato tutti in vetta non c’è invece stato nulla da fare sul Pangpoche. “Terminata la spedizione al Manaslu siamo tornati indietro per cercare di completare anche questo obiettivo”, ma le condizioni della montagna erano decisamente instabili. “Alla fine siamo riusciti a percorrere 7 chilometri  mezzo di cresta, prima di rinunciare: mancava ancora un chilometro e mezzo circa per la vetta”. Tre giorni di salita e due bivacchi in parete. “Io non ho mai dormito in quelle condizioni” sorride Camandona. “Francesco stava in tenda imbragato e longiato a un chiodo da ghiaccio, io e François invece non ci siamo legati ma cercavamo di stare il più vicino possibile”.

La via di salita presentava tiri di quinto, “che hanno tirato François e Francesco”, oltre a un sacco di neve. “Trenta centimetri di accumulo nei tratti più facili”. Alla fine non sono scontenti di com’è andata la spedizione, “certo, spiace per la vetta. Si poteva magari essere più veloci e leggeri, ma sarebbe potuto diventare molto più rischioso tentare di salire senza tutto il materiale necessario per mettersi in sicurezza”. Le montagne non scappano.

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