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Greta Thunberg, la scienza e le montagne

Greta Thunberg, dopo aver attraversato in barca a vela l’oceano d’acqua e plastica, ha parlato all’ONU e ai singoli governanti delle Nazioni. È lei la voce di milioni di ragazzi e giovani che chiedono attenzione, speranza, futuro, rispetto della natura.

Una voce che rischierebbe di rimanere un suono, forte e sensato, se non avesse anche avuto l’accortezza d’aggiungere che la scienza e la ricerca sono la strada maestra per affrontare e correggere il problema. Il linguaggio può esprimere la paura e l’allarme, gridare la rabbia e la speranza, ma se si trasforma in pensiero logico e si condensa in soluzioni matematiche, sperimentali e validate diventa non sogno o utopia, ma realtà.

La scienza e la tecnologia diventano conoscenza, sperimentazione ed esperienza pratica, metodo e strumenti, impianti di ricerca e applicazioni per lo sviluppo socioeconomico sostenibile.

Alcuni anni fa invitai a Bergamo Paul Crutzen, premio Nobel per la chimica per lo studio e la “scoperta” del buco dell’ozono; l’occasione era l’accensione a distanza delle strumentazioni di monitoraggio geofisico, dell’atmosfera e del clima che i ricercatori italiani del CNR e dell’Università, con i loro colleghi europei, avevano realizzato a 5000 metri, sotto l’Everest, presso il Laboratorio Osservatorio Piramide. Crutzen ci parlò dell’“Atropocene” facendo un quadro scientifico dei mali del pianeta causati dall’uomo e dalla sua penetrazione in ogni libero spazio della superficie terrestre e del sottile strato d’aria che la protegge. Con potente calma e determinazione ci lanciò anche un messaggio di speranza: la scienza sola avrebbe potuto alleviare, mitigare e trovare sistemi di adattamento ai cambiamenti naturali, climatici e antropici che con impeto si presentavano.

Agli inizi degli anni Novanta con Paolo Bonasoni – ottimo e serio ricercatore del CNR-, Claudio Smiraglia -glaciologo dell’Università Statale di Milano e allievo di Ardito Desio – e una ventina d’altri ricercatori demmo corpo al sogno che le montagne potevano essere un luogo estremamente delicato, ricco di natura e privilegiato della ricerca ambientale, potevano essere un terreno estremo e unico di studio e applicazione dei risultati. Si sviluppò così il progetto EvK2CNR.

Non sono mancati i risultati in oltre venti anni di lavoro: centinaia di pubblicazioni scientifiche d’alto livello; realizzazioni di strumenti brevettati per il monitoraggio climatico; l’installazione della stazione meteo più alta della Terra sugli 8000 metri di Colle Sud all’Everest; decine di progetti di medicina e fisiologia sofisticatissimi, ma anche applicati alla salute, al lavoro e alla vita delle popolazioni che vivono in alta quota.

Il valore immenso di 20 anni di osservazione e dati validati geofisici, sismici e utili per capire la storia del clima e il suo divenire. Basti pensare che la stazione di validazione dei dati geodetici della costellazione di satelliti del sistema Doris è quella della “Piramide”, italiana. Fondamentale anche il supporto scientifico e applicativo alla realizzazione del Parco del Karakorum Centrale, una realtà formidabile che viene ora “esportata” in altri parchi dell’Himalaya e del Karakorum come esempio di eccellenza e funzionalità.

Eppure, incredibilmente, l’Italia per mano del CNR ha spento da 5 anni questa realtà, unica e preziosa per la scienza, per le montagne e per Greta, simbolo e voce dei milioni di giovani che l’ascoltano e credono che la scienza sia la strada per proteggere la natura e l’umanità.

L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, la stessa istituzione che ha voluto ascoltare Greta, nel rapporto sul “Sustainable mountain development” riconobbe questi progetti tra i più importanti al mondo e a fine 2018 il segretario Generale dell’Organizzazione Mondiale della Meteorologia WMO delle Nazioni Unite ha inviato una lunga lettera al Presidente del CNR perché l’eccezionale e importantissima struttura scientifica del Nepal Climate Observatory-Pyramid potesse riprendere la sua operatività. Lo stesso appello è giunto al CNR dai cugini francesi glaciologi del CNRS, dal British Geological Survey. Negli ultimi mesi dalla Nepal Accademy of Science and Tecnology-NAST si sono detti pronti a tutto perché il lavoro alla Piramide riprenda, perché il simbolo della scienza dell’amore per la natura e la montagna possa tornare a occupare giovani ricercatori nepalesi e scienziati di tutto il mondo e non diventi un relitto abbandonato dentro il più antico parco naturale d’alta quota, proclamato da più di 30 anni patrimonio dell’Umanità dall’Unesco, trasformandosi nel simbolo dell’inettitudine e dell’incuria umana e italiana. Il CNR firmò con il NAST gli accordi perché questo non accadesse. Salvo poi andarsene senza pagare il conto e salutare.

La prestigiosa rivista Nature nell’ottobre 2018 fece un’inchiesta e un appello al buon senso e anche la stampa italiana se ne occupò sollecitata da trekker che, visitata la Piramide, avevano lanciato l’allarme; persino il blog di Beppe Grillo aveva rilanciato la preoccupazione.

C’è da sperare che la logica della scienza, sollecitata ora dalla voce di Greta, possa ricondurre a quella del pensiero e del buon senso.

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