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Simon Gautier, la parola alla famiglia

simon gautierSimon Gautier – Foto @ANSA

Ho ricevuto il 24 agosto da Olivier Compte, il compagno della madre di Simon Gautier, questo documento scritto a nome della famiglia e degli amici. Mi sembra un testo di una sobrietà e di una forza straordinarie, che pone le domande che tutti noi ci poniamo dopo la tragica fine di questa vicenda. Merci monsieur Compte. (Stefano Ardito)

 

Il lavoro del Soccorso Alpino. Non ci sono dubbi che gli amici e la famiglia di Simon siano infinitamente riconoscenti con tutti gli uomini e le donne che hanno cercato Simon come se fosse uno di loro, che hanno rischiato in prima persona, che come noi hanno sperato che le cose finissero in un altro modo, e con i quali ci siamo reciprocamente abbracciati.
Siamo desolati se qualcuno ha avuto una percezione diversa. Sappiamo che le montagne non hanno frontiere, e nemmeno i sentimenti umani.

Perché rispondere. Non ho voglia di fare polemiche. Simon non c’è più, e anche se mi aspetto da un momento all’altro di vederlo entrare a casa, sorridente e rispettoso come sa essere, so che non tornerà. Mi auguro solo che le parole pronunciate siano giuste. Simon era un ricercatore molto rigoroso. Glielo dobbiamo.

A proposito della geolocalizzazione e delle chiamate. Simon ha chiamato il 112, che non lo ha potuto geolocalizzare, poi la chiamata è stata trasferita al 118, ma nemmeno questa volta è stato geolocalizzato. Intorno a questi fallimenti sono molte le domande senza risposta.

Eccone una. Durante queste interminabili chiamate, non era possibile inviare uno sms a Simon e dirgli che doveva premere OK? O almeno prevenirlo che questo SMS era in arrivo? Piuttosto che riattaccare senza dargli la speranza di una localizzazione?
(“Non mi permette più la localizzazione”, “Vediamo se riusciamo a fare la videochiamata”, certamente con l’idea che un video della zona avrebbe aiutato a localizzarlo!? “Resti con il telefono acceso”, “Salute”).

E senza aver indagato nemmeno per un momento sulla gravità delle sue ferite, o averlo informato della necessità, molto probabilmente, di restare immobile. In breve, se l’è dovuta sbrogliare da solo, con il rischio di cadere per una seconda volta, forse con esito mortale.
Certo, non conosceremo mai lo svolgimento preciso degli eventi, e oggi è più tranquillizzante tentare di convincersi che non aveva alcuna speranza di sopravvivere nemmeno se fosse stato localizzato rapidamente. Di seppellire profondamente l’inutile pensiero che una gestione diversa della chiamata lo avrebbe potuto salvare. Il tempo, forse.

La velocità delle ricerche. Quando non si hanno informazioni cercare è difficile, anche se si avessero a disposizione tutti i mezzi del mondo. Quando non si hanno informazioni, o se ne hanno troppo poche, è però possibile cercare il modo di trovarne.
Noi, la famiglia e gli amici, disponevamo di molte informazioni sul suo itinerario, sulla sua probabile ora di arrivo la sera prima (era partito da Napoli verso le 13), sulle sue intenzioni (raggiungere Palinuro da Policastro), sui suoi desideri (dormire nella natura, nella sua tenda), senza parlare delle foto che avrebbero potuto aiutare a riconoscerlo e a scoprire il suo itinerario con precisione.
Perché c’è stato bisogno di 80 ore prima che fossimo contattati, quando la conoscenza del suo numero e delle sue chiamate precedenti avrebbe permesso di scambiare queste informazioni in pochi minuti?
Sappiamo solo che le autorità italiane avrebbero informato il Consolato francese a Roma la mattina di lunedì 12, più di 72 ore dopo la caduta, e che il Consolato ha avuto bisogno di altre 8 ore prima di avvertirci. Ho delle difficoltà a pensare che questo lavoro sia stato fatto bene anche se, dal lato francese, il Consolato e l’Ambasciata sono sembrati soddisfatti del loro lavoro. “Noi non leggiamo la stampa locale!”
La prima informazione che ho trasmesso ai Carabinieri di Sapri, martedì 13, è che Simon è arrivato a Policastro nella parte centrale della giornata di giovedì 8, il giorno prima della caduta. Non sappiamo ancora se i dati delle telefonate di giovedì 8 sono stati utilizzati. Non è un errore ripetere questa domanda. Lo stesso giorno, martedì 13, ho spedito ai Carabinieri anche una foto di Simon.

Ecco, ancora una volta, ognuno fa quel che può con le informazioni di cui dispone. È deplorevole che, in una situazione di urgenza in cui ogni minuto conta, non sia stato fatto tutto per mettere in comune, centralizzare e utilizzare rapidamente le informazioni disponibili.

Mentre vi ringrazio per avermi dato la possibilità di scrivervi, voglio dire ancora una volta, a tutti, quanto vi siamo riconoscenti per aver cercato Simon.

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