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Alta quota, Primo Piano

Sul Peak Lenin, con la bandiera di Daniele Nardi

Il nostro amico Andrea Cappadozzi, di cui abbiamo raccontato la passione “oltre la leucemia” qualche tempo fa ci manda qualche scatto e un breve racconto dalla sua ultima spedizione sul Peak Lenin (7134 m).

“Purtroppo non sono riuscito a salire in vetta, ma sono comunque molto felice per l’esperienza e per quello che hanno potuto vedere i miei occhi. Nulla di quello spettacolo avevo mai visto, né sulle Alpi né sugli Appennini né sulle Ande. Il trekking di avvicinamento è stato bellissimo, dal campo base (3600 m) al campo 1 (4400 m) è stato un continuo sorprendersi per orizzonti mozzafiato. Torri da erosione simili a quelle del Renon a Bolzano, ma molto più alte; la morena glaciale enorme e larghissima; e infine il mostro di 7134 m, il Peak Lenin. Una piramide altissima che sovrasta la morena glaciale del Pamir lungo tutto il cammino.

I problemi della salita iniziano nel passaggio da campo 1 a campo 2, credo il momento più pericoloso di tutta la spedizione. Ho contato salendo 44 crepacci, seracchi enormi, e il pericolo di distacchi di slavine dalla parete nord del Peak Lenin. Per ridurre il rischio siamo partiti dal primo campo alle 2 del mattino. Lungo la morena correva un grande serpentone di frontali fino all’attacco della parete, dove abbiamo indossato i ramponi e ci siamo legati di conserva per superare i seracchi. L’arrivo al campo due è stata la salita più faticosa della mia vita. Io che in quota sono abituato a fare ‘il passo dell’alpino stanco’ sono capitato, insieme a Christian, in una cordata con un alpinista dal passo tuttaltro che stanco che ci ha letteralmente stremati. Questo è stato il principale fattore di stress di questa spedizione: non poter salire con la propria andatura.

Arrivati a campo 2 (5350 m) il primo impatto visivo non è stato molto bello: scatole e immondizia ovunque. Mi sono accorto che con la quota diminuisce l’ossigeno e aumenta l’inciviltà. In montagna raccolgo sempre le cartacce degli altri ma, sul Peak Lenin ero talmente stremato che quando vedevo cartacce sulla neve tiravo dritto senza raccoglierle. Comunque il mio dovere per la mia immondizia l’ho fatto e l’ho riportata al campo base legata allo zaino. La mattina in partenza per campo 3 (6120 m), io e Christian diamo forfait per valori di saturazione troppo bassi decidendo di salire in autonomia e rientrare poi a dormire al campo 2, in modo da riunirci alla spedizione e tornare al campo base per l’ossigenazione e l’attacco finale alla vetta.

Dopo un breve riposo ripartiamo per la vetta: prima campo 1, poi il secondo e infine il terzo. Il 5 agosto è il giorno dell’attacco alla vetta, ma il mio compagno di cordata Christian per un mal di testa da ipossia non può partire e io decido di restare con lui per poi accompagnarlo al campo due insieme a una guida. Aveva 63 di saturazione e non potevo lasciarlo solo. Prima la vita poi la vetta.

Del nostro gruppo Simone Maculotti e Matteo Colizzi hanno raggiunto la cima. Matteo è arrivato in vetta sfidando tutte le leggi della medicina: pressione altissima 130/180, e valori di saturazione bassi, ma lui in testa aveva un solo sogno: salire il Peak Lenin e ci è  è riuscito superando tutte le barriere della medicina.

Con noi c’è sempre stata, giorno dopo giorno, la Bandiera dei Diritti Umani di Daniele Nardi“.

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