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Alta quota

Simon Messner, dalla biologia all’alpinismo d’esplorazione

Salito alla ribalta della cronaca alpinistica per due prime salite su montagne inviolate la figura del giovane Simon Messner ci ha subito appassionato. Non ama particolarmente pubblicare sui social e pratica un alpinismo di tipo esplorativo, andando alla ricerca di quelle montagne ancora inviolate che costituiscono buona parte delle catene dell’Himalaya e del Karakorum. Classe 1990 Simon si sta costruendo la sua credibilità una scalata dopo l’altra, senza sfruttare la potenza mediatica del papà Reinhold.

Quest’estatate Simon ha messo a segno due prime salite decisamente interessanti: la prima del Geshot Peak, in solitaria; e il Black Tooth insieme al compagno Martin Sieberer. Rientrato in Italia, dopo due mesi di spedizione, siamo riusciti a raggiungerlo per conoscere meglio questo ventinovenne appassionato all’alpinismo d’altri tempi.

 

Come hai individuato le due prime salite realizzate quest’estate: Geshot Peak e Black Tooth?

“Sono stati due approcci diversi. Nel caso del Geshot Peak l’idea è partita da mio padre Reinhold che aveva visto la montagna nel 1970, durante la prima salita del versante Rupal sul Nanga Parbat, e ora voleva scalarla. Inizialmente volevamo salirla insieme, sembrava semplice a livello tecnico. Non potevamo però immaginare la quantità di neve che sarebbe caduta nel giugno di quest’anno rendendo la montagna in qualche modo più pericolosa rispetto agli anni ‘normali’. Il pericolo valanghe era davvero alto. Ho così deciso di provare da solo, perché salendo in solitaria sei molto più rapido e riesci a gestire meglio il rischio valanghe. Alla fine ha funzionato e sono arrivato in vetta.

Anche se ha dovuto rinunciare Reinhold non ci è rimasto male, mi ha solo detto ‘ho scalato così tante montagne in passato, per me va bene quando vai su’. Parole positive che mi hanno permesso di iniziare la mia salita solitaria nella notte del 29 giugno.”

Sul Black Tooth com’è andata invece?

“Si tratta di un’idea nata insieme a Philipp Brugger e Martin Sieberer. Era nella nostra testa da molto tempo ormai, da quando avevamo letto la storia di Felix Berg e Matthias Koenig e del loro tentativo nel 2016. Inizialmente volevamo provare la loro stessa linea, poi in una prima rotazione di acclimatamento abbiamo notato che il tracciato non sarebbe stato del tutto sicuro a causa della lunga dorsale rocciosa che da est procede in direzione ovest. Abbiamo allora cambiato strategia decidendo per la parete sud, che siamo riusciti a scalare.

Se devo essere onesto, nei giorni trascorsi sotto la montagna, sono stato molto attratto dalla principale Torre Muztagh, una delle cime più belle che abbia mai visto. Mi sarebbe piaciuto molto scalarla.”

Ci racconti qualcosa in più su di te. Per esempio, quando hai iniziato ad andare in montagna?

“Ho iniziato a scalare intorno ai 16 anni, quindi un po’ in ritardo per quanto riguarda arrampicata e alpinismo. Mio padre mi ha sempre raccontato molte storie di montagna e alpinismo: da Doug Scott sull’Ogre all’epopea di Walter Bonatti e compagni sul Pilone Centrale del Freney, i tedeschi sul Nanga Parbat, Hermann Buhl e tanti altri accadimenti. All’inizio ascoltavo affascinato, poi ho voluto provare in prima persona cos’erano l’arrampicata e l’alpinismo.”

Prima di dedicarti a tempo pieno all’alpinismo ti sei però preso il tempo per una laurea in biologia molecolare. Sognavi di fare il ricercatore?

“È sicuramente un campo scientifico molto interessante e promettente, ma il laboratorio non è il mio mondo. Non sono fatto per stare dieci ore al giorno dentro una stanza, specialmente quando fuori splende il sole. Non sono un topo da laboratorio.” (ride)

Per questo ti sei reinventato videomaker?

“Dopo gli studi il mio piano era quello di lavorare il meno possibile e avere ancora più tempo da spendere in montagna, anche se dovrebbe funzionare diversamente. Poi, un giorno, mio padre venne da me e mi disse ‘Simon, facciamo film di montagna insieme!’. All’inizio ero un po’ scettico perché era più un’affermazione che una domanda. Poi però, ragionandoci, dissi ‘ok, perché no. Proviamoci’. E così abbiamo iniziato a pianificare e produrre film di montagna.”

Da bambino immaginavi così la tua vita adulta?

“Questa è una domanda interessante. Quando ero piccolo ero, in qualche modo, ‘sfocato’. Vivevo nel mio mondo. Ma la mia vita non è mai stata noiosa per me, ho sempre avuto delle passioni, qualcosa che mi attirava a cui dedicare la mia attenzione: deserti, pesca, equitazione, esplorazione.

Da bambino ero certo che la vita sarebbe stata eterna, una ‘storia senza fine’. Oggi, a ventotto anni e con qualche amico andato prima del tempo, so che la vita è finita. Per questo cerco di riempirla con le cose che mi piacciono e con persone che le vogliono condividere insieme.”

Torniamo al presente e al tuo alpinismo. Simon cosa cerchi nella montagna e nella scalata?

“Molte cose diverse, come diversi sono gli obiettivi che mi pongo di volta in volta. Mi piacciono le classiche vie alpinistiche in estate, quelle di misto o ghiaccio in inverno. Non disdegno però le salite sportive. Per quanto riguarda l’arrampicata invece pratico tutte le varianti esistenti, anche il bouldering a volte.

Nel corso degli anni ho scoperto che, dentro di me, i sentimenti e le emozioni più forti scaturiscono dalla salita di qualcosa di nuovo, di remoto e inviolato. Quando sperimenti qualcosa su cui nessuno può dirti come andrà a finire, dove tu e solo tu puoi trovare la soluzione per risolvere le difficoltà. È così che penso la scalata perfetta.”

Per questo vai in cerca di cime inviolate?

“Esatto. Il mio ‘campo da gioco’ preferito sono luoghi raramente visitati e montagne incontaminate. È il mio approccio personale all’alpinismo.”

In questo approccio sei stato ispirato dalla storia tuo padre?

“Mentirei se dicessi di no. Sono stato influenzato dal suo modo di pensare e vedere le montagne ma, giriamo la domanda in un altro modo: chi degli alpinisti di oggi non è influenzato dalla generazione precedente?

Le idee principi dell’alpinismo di mio padre, come quella della ‘riduzione’, dell’essenziale, sono ancora oggi valide. Questo stile oggi si potrebbe chiamare ‘leggero e veloce’. L’idea alla base è però sempre la stessa di quando mio padre era un alpinista. La stessa cosa vale per lo stile alpino, che oggi rappresenta ancora la più pura espressione dell’alpinismo.”

Hai qualche progetto per il futuro?

“Certo, molti! Al momento devo lavorare e rispondere a diverse centinaia di e-mail ricevute nei due mesi di spedizione. Parlando però seriamente, sto lavorando per organizzare le prime degli ultimi film in uscita e poi ad alcune nuove idee che stiamo mettendo in cantiere.

Spero anche di riuscire a scalare un po’ in Dolomiti durante l’estate e poi, l’anno prossimo, magari tornerò in Pakistan. Ora la cosa più importante è convincere Anna, la mia ragazza, di quelli che sono i miei piani futuri. Questa è probabilmente la più grande difficoltà da affrontare in questo momento.” (ride)

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