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Alpinismo

Everest e Txikon 2.0, in pochi se li filano

Alex Txikon è la perfetta incarnazione del detto: “Chi non ha testa ha gambe”.

Fermi tutti. Non è una considerazione malevola, ma una sintesi interpretativa, del tutto personale, dell’alpinismo praticato negli ultimi tempi da Alex. Prima di tutto, diciamo intanto che ha salito 10 ottomila e parecchie montagne in giro per il mondo, basta leggersi “Mi Andadura” sul suo sito per capire che è un ottimo atleta, forte, determinato e simpatico. È poi sufficiente guardare il sito per capire che anche lui entra a pieno titolo tra gli alpinisti 2.0 dal punto di vista della comunicazione.

Paradossalmente però, l’uomo più informatizzato e comunicativo che in questi giorni è su una montagna è anche quello meno seguito dal pubblico, escludendo il suo paese.

Cos’è che non funziona sarebbe da chiedersi. L’Everest è ormai ridotto nella percezione generale degli appassionati alpinismo al simulacro della sua grandezza evocativa? O è Txikon che ne indovina poche dal punto di vista della strategia alpinistica e della comunicazione?

Lo so che se riparto dal Nanga Parbat in invernale qualcuno drizzerà le orecchie per stigmatizzare tutte le mie presunte malignità verso chi, per chiarezza generale, non odio ed anzi per molte cose ammiro.

In quell’occasione, le forti gambe di Alex è vero che lo portarono in pieno inverno in vetta alla montagna “assassina”, come molti media la definiscono sperando di dire una cosa intelligente e d’effetto, ma la testa era quella formidabilmente determinata di Simone Moro, il quale aveva capito che se voleva mettere una pezza alla disastrosa scelta di ritentare l’impossibile (almeno per lui e Tamara) salita dell’allora via Messner-Eisendle, doveva mettersi sulla più abbordabile via Kinshofer, in quel momento occupata da Txikon e Nardi, accompagnati dal forte Ali Sadpara. Dopo scaramucce e fendenti per una decina di giorni, Nardi se ne tornò a casa ed Ali venne mandato su a battere la pista con Txicon e in tre, quasi quattro, arrivano in vetta: gran risultato e furono tutti, o quasi, felici e contenti.

Lo scorso anno all’Everest Txikon ne fece “peggio che Bertoldo” per riuscire a non andare in vetta all’Everest: prima il suo conterraneo compagno di spedizione aveva dato forfait e se n’era andato; poi il basco era stato costretto a tornare qualche giorno a Kathmandu a regolare i conti con la sua agenzia, la quale, mentre lui era in alto, aveva fatto smontare il Campo Base; infine dopo un paio di puntate Alex, sempre fortissimo di gambe, arrivato a Colle Sud rinuncia.

Anche la semantica non aiuta Txikon, nemmeno nella sua versione 2.0. La questione della prima invernale all’Everest viene digerita male dagli appassionati di alpinismo di tutto il mondo.

Era perlomeno ingenuo sperare che l’aggettivazione “integrale” aggiunta a invernale potesse mitigare l’imbarazzo degli aggiustamenti precedenti, che l’hanno prima portato a far finta di ignorare e poi di assumere un atteggiamento paternalistico nei confronti di una alpinista sherpa come Ang Rita che, senza ossigeno, sull’Everest c’era arrivato il 22 dicembre del 1987. Come peraltro l’accompagnarsi con un alpinista fortissimo come Alì, che ha deciso di seguirlo per amicizia, ma con l’idea di usare le bombole dal Colle Sud in su.

Ora la forzatura verso l’alto negli ultimi, pochi giorni di tempo incerto (non è che dire incerto all’Everest d’inverno significa che pioviggina e ci sarà una forte brezza) ed ecco il risultato: il ritorno anticipato al Campo Base. Pare che l’anticipo sia dovuto, di nuovo, alla questione dei permessi che scadono. Ma questi permessi scadono perché finisce l’inverno o perché i nepalesi considerano l’inverno più corto? E Txikon non riesce a organizzarsi meglio visto la pletora di sponsor che si porta dietro? Ci vuole anche testa, non solo gambe, cuore e simpatia.

Basta per oggi. La verità è che Txikon 2.0 se lo filano in pochi, perfino sul web, almeno a casa nostra.

Tutto questo racconto per dire che in alpinismo una buona strategia conta, eccome se conta, e apprezzarla fa parte del bello di questo alpinismo.

 

 

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2 Comments

  1. Concordo pienamente, ma penso che il lato organizzativo debba giustamente essere criticato dagli sponsor (come giustamente rileva Agostino devono pretendere organizzazione a fronte di cosi’ tanti soldi…) penso che il fatto che “pochi se lo filino” dipenda da come sale… la gente appassionata che segue l’alta quota ha ben presente le differenze tra una salita con sherpa con ossigeno che preparano le vie come questa di Alex.. o salite in puro stile alpino.
    Anche solo tra il nanga dell’anno scorso di Alex, Moro ed Ali e il nanga di quest anno di Elisabet e del povero Tomeck.. c’è un abisso…. van tutte bene.. io non sarei ingrado di fare nessuna delle due… ma penso che la gente appassionata capisca bene le differenze…

  2. se Alex tornasse a quell’alpinismo che ha fatto sul Kangchenjunga con Bielecki e Urubko sarebbe fantastico ma non succederà, temo.
    credo pero’ che gli fara’ talmente male, alle tasche, questa spedizione (è sotto di 150.000 euro circa e ha ben poco materiale per future conferenze)..che forse penserà a cambiare un po’ andazzo

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