Alpinismo

Zaffa: gli ottomila, passione e tormento

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KATHMANDU, Nepal — "La cosa più bella delle spedizioni è quando a casa, mesi dopo, risenti le stesse sensazioni. Quando magari è una giornataccia in ufficio e ti viene in mente il campo base o la salita. Queste sensazioni solo l’alpinismo te le sa dare, e sono quelle che spingono a ritornare nonostante i fallimenti". Parla così Marco Zaffaroni della spedizione della primavera 2009 al Manaslu: un’altra rinuncia dopo quella sofferta dell’anno passato al Lhotse, esperienza dalla quale è tornato con gravi congelamenti ai piedi.

"Cosa vi devo raccontare del Manaslu? – esordisce Zaffaroni, per gli amici "Zaffa" -. Cinque spedizioni, quattro fallimenti e mezzo, però alla fine non è quello l’importante. Tutti gli anni dico che non ci vado più, non è il mio mondo, eppure ogni primavera riparto. Mi attrae la curiosità di vedere se riesco ad arrivare e il piacere di fare fatica".

Zaffaroni racconta della salita e del suo modo di fare alpinismo, del tutto particolare. Lo affronta come affronta mille altri sport dal ciclismo al triathlon: con curiosità, sfida e voglia di mettersi alla prova portando a casa il meglio di ogni esperienza. Poi parla dell’amicizia con Mario Merelli, nata a Lizzola tra le montagne bergamasche, e consolidata in Himalaya sugli ottomila.

Un’amicizia cresciuta a tal punto che i due alpinisti hanno sostenuto insieme la costruzione di un ospedale nel Dolpo, in Nepal. "Da un sogno è nato questo progetto – racconta Zaffaroni – e ora, a ottobre, dovremmo inaugurare l’ospedale. Le cose non sono state semplici ma alla fine anche grazie ai nostri partner nepalesi si è risolto tutto, e ora abbiamo anche il medico che se ne prenderà carico".

Sara Sottocornola

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