Alpinismo

Kopold: è gioco sporco, la verità verrà fuori

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BRATISLAVA, Slovacchia — “Non ho abbandonato Vlado Plulik nè altri compagni di cordata. L’alpinismo ha i suoi rischi. E tutte le cime che ho dichiarato sono vere. Questo è un gioco sporco, prima o poi finirà, non è la prima volta che succede nel mondo dell’alpinismo”. Questa la risposta di Dodo Kopold alle accuse che gli sono state rivolte dalla comunità alpinistica dopo il tragico incidente sul Broad Peak. L’alpinista slovacco le respinge per iscritto, punto per punto.

“La prima accusa che mi viene rivolta – dice Kopold – è quella di aver abbandonato Ales Mrkva sul GII, quando non stava bene. Ricordo che eravamo sulla via francese, io ero davanti, dietro di me c’era Vlado e poi Ales. Vlado mi ha detto che Ales era lento, sono tornato indietro e tutti e tre insieme abbiamo deciso che era meglio tornasse al campo base avanzato e ci aspettasse lì. Abbiamo scoperto dopo che per lui la discesa è stata così dura”.
“Dicono anche che non ho foto di cima sul GI – prosegue l’alpinista -. Ma ci siamo arrivati, non c’è dubbio. Due italiani, Roby Piantoni e Marco Astori, sono arrivati in cima per primi, li ho incontrati mentre scendevano. Mi hanno detto che mancavano pochi minuti. Sono salito fino al culmine, ho visto l’altro versante della montagna, non c’era nulla di più alto e le orme degli italiani nella neve arrivavano fino a lì. Ho fatto un breve filmato e delle foto, che sono disponibili sul mio sito web”.
Ma questa non è l’unica critica mossa a Kopold sulla scalata del GI. L’alpinista slovacco è stato accusato di non aver aspettato, in discesa, il compagno Vlado Plulik che poi ha perso sul Broad Peak. “In salita lui era dietro di me – ammette Kopold -, io l’ho incontrato appena ho iniziato la discesa dalla cima. Gli ho detto: vai su, ti aspetto qui. Lui mi ha risposto: no, vai giù, possiamo vederci a campo 3. Stava bene, così ho fatto come diceva lui. A campo 3 c’erano gli italiani. Quando ho visto che Vlado ritardava più di due ore, ho iniziato a preoccuparmi. Ho pensato che magari avesse scelto di scendere dalla Ovest, che avesse avuto problemi. O forse era solo lento, e stava per arrivare. Guardavo la discesa, mentre gli italiani erano in tenda. Loro volevano restare lì per la notte, io invece ho pensato di scendere per vedere meglio la ovest. Gli italiani hanno detto che sarebbe stato meglio aspettarlo lì, e così ho fatto. In conclusione, Vlado stava davvero scendendo dalla ovest”.
Tutto sommato, poi, sul GI è finito tutto bene. Poche settimane invece la tragedia: Kopold parte ancora con Plulik ma torna solo. “Io e Vlado avevamo deciso di salire la parete sommitale – racconta l’alpinista -, ma dopo i primi 50 metri di scalata, Vlado ha detto che preferiva tentare un’altra linea cento metri a sinistra. Era pericoloso restare sulla stessa: indietro non si poteva tornare, lui non aveva il casco. Non aveva voluto prenderlo così come non aveva voluto la frontale nè la seconda piccozza. Mi ha detto che ci saremmo visti in cima. Per tutto il tempo che siamo rimasti in contatto visivo durante la scalata, mi è sembrato stesse bene”.
Quanto ai dettagli della discesa, i soccorsi tentati o non riusciti, nulla è dato sapere. Kopold puntualizza solo di essere arrivato in cima. “Quella parete è stata difficile – dice Kopold – Ma io ho raggiunto la cima. Era buio, ma so una cosa. Ero nel punto più alto della cresta sommitale e non era l’anticima, la Rocky summit. Ho scattato una foto ma è brutta, buia, scura. Non è la prima volta, anche del Cho Oyu non ho foto. Ma comunque sono convinto che le foto non siano le uniche prove della cima, lo è anche saperla descrivere”.
Dopo aver rintuzzato le accuse, Kopold passa ad una riflessione sul suo modo di fare alpinismo, da molti additato come “pericoloso” o addirittura “incosciente”. Fa notare che in Himalaya è frequente scalare slegati, se non per brevi tratti. e chiarisce che per lui la cima non è più importate della vita dei suoi compagni.
“Posso elencare una serie di occasioni in cui ho rinunciato alla cima per i compagni – afferma l’alpinista. A partire dal Cerro Torre, dove abbiamo fatto dietro front 100 metri sotto la cima, passando per lo Shipton Spire e la Torre grande di Trango, dove Gabo è stato male. Ma anche sul Dhaulagiri, sul Nanga Parbat e sull’Annapurna. Penso che l’unico errore che ho fatto sia stato nel valutare i miei partner in alta quota. Ma la realtà è che non è possibile farlo al 100 per cento. Ognuno deve valutare le proprie capacità ma anche i migliori possono sbagliare”.
“Per chiudere – dice Kopold – vorrei far notare che illustri alpinisti cechi e slovacchi come Josef Rakoncaj, Josef Nezerka, Jaryk Stejskal, Zoltan Demjan, Martin Minarik, sono dalla mia parte. Vlado era un grande alpinista e molti non vogliono credere che sia morto lassù per disgrazia. Hanno creato le loro teorie, non hanno voluto ascoltarmi nè credermi, soprattutto la sua famiglia. E i giornalisti hanno creato questo clima di guerra. Anche la moglie di Vlado, poi, è una giornalista e sa come fare le domande e ricevere le risposte che vuole. Ha fatto un sito dove dice di voler trovare la verità, ma lo sta facendo in uno strano modo”.
“Io non ho mai avuto paura delle domande – prosegue l’alpinista, amareggiato – ho risposto e incontrato chiunque lo desiderasse. Ma in autunno, quando sono partito per l’Annapurna, il capo della nostra federazione alpinistica ha iniziato di nuovo con la sua orribile teoria: non ho chiamato la famiglia, non ho fatto abbastanza nel soccorso, ho preferito la cima alla vita del mio amico, sono un bugiardo. Alloraho deciso di lasciare la squadra nazionale slovacca e l’ho detto al capo faccia a faccia. Qualche giorno dopo hanno scritto sui giornali qualcosa come: Dodo cacciato dalla nazionale”.
“Continuo a pensare di aver fatto il possibile in quelle condizioni – conclude Kopold -. Non avrei mai lasciato il mio compagno con dei problemi. Sono dispiaciuto anche per lo Shisha, dove ho perso uno dei miei più cari amici, ma non è stata colpa mia. Io so come è andata gli altri possono solo immaginarlo. Io non mi fermo, l’alpinismo è la mia vita. Ho ancora qualche sponsor e qualche amico che crede in me. Ora parto con gente che si fida di me. Un giorno la verità verrà fuori, fino ad allora continuerà questo gioco sporco. Non è la prima volta che succede nel mondo dell’alpinismo”.
Sara Sottocornola
Foto courtesy of dodokopold.com

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