Alpinismo

Caso Kopold: la versione di Piantoni

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BERGAMO — “Eravamo a campo tre del Gasherbrum II. Aspettavamo il compagno di Dodo Kopold, che tardava nello scendere dalla cima. Ad un certo punto Dodo si è messo i ramponi, credevamo sarebbe salito per vedere dove fosse Vlado, per andargli incontro. Invece stava per andarsene”. Così Marco Astori e Roby Piantoni raccontano il loro incontro con l’alpinista slovacco, avvenuto l’estate scorsa sul GI.

“Lo abbiamo chiamato e fermato – racconta Astori – gli abbiamo detto che noi eravamo rimasti lì per aspettare il suo compagno e non ci sembrava molto logico che lui se ne andasse. In poche parole lo abbiamo fatto restare. Alle 18:30 il suo compagno è arrivato, e a quel punto tutti siamo scesi al Gasherbrum La”.

Questo il racconto dei due alpinisti italiani. Pochi giorni dopo, su un’altra montagna, il compagno di Kopold perderà la vita. Kopold raggiungeràò la cima del Broad Peak ma rientrerà al base senza il compagno di cordata scomparso nella parte alta della montagna. Per queste vicende Kopold finirà in un vortice di polemiche e accuse lanciate in primis dalla famiglia di Plulik e poi formalizzate da un ente come la Slovak Mountaineering Association.

Kopold, però, respinge tutte le accuse e riguardo al racconto della salita al GI, dove ha incontrato i due alpinisti italiani, dice che erano loro a volersene andare e che lui voleva scendere solo per vedere meglio che strada aveva imboccato Plulik. Versione che però lascia perplesso Piantoni.
“Io e Marco dopo la cima del GI avevamo in programma di scendere direttamente e lo stesso giorno al campo II a 6400 metri – racconta l’alpinista bergamasco -. Invece, quel giorno siamo rimasti fermi in tenda al campo III del GI (7000 metri) proprio per aspettare Vlado che non rientrava, e non perchè volevamo passare la notte lì. Quando Vlado è arrivato, in serata, stava scendendo non lungo le tracce di salita ma un po’ più a ovest. In effetti stava imboccando sulla massima pendenza la ripida parete, e se Kopold non l’avesse chiamato (quindi se non fossimo rimasti lì a campo III), probabilmente si sarebbe trovato col buio in piena parete, come ripeto molto ripida”.
“La versione che riporta Kopold – prosegue Piantoni – riguardo al fatto che lui voleva scendere per vedere meglio la ovest, mi sembra molto inverosimile, poichè scendendo verso il campo II lungo il coloir dei Giapponesi la ovest rimane ancora più nascosta e non la si vede più fino a quando non ti abbassi sotto il campo II e scendi verso campo I”.

“Vede – conclude l’alpinista bergamasco -, io penso che il luogo comune secondo cui in alta quota si è sempre da soli sia talvolta una questione di comodità. In poche parole è come dire: io scendo, se tu non ce la fai… sono cavoli tuoi. Non è così che funziona e che deve funzionare”.

Sara Sottocornola
Foto courtesy of robypiantoni.it

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