Lorenzo Barone: “Ho seguito la polvere del Sahara dall’Atlantico fino alle Ande”
Con una barca a remi ha attraversato l’Atlantico, poi ha pedalato nella foresta amazzonica e nel deserto di Atacama fino all’Ojos del Salado. “Volevo seguire il percorso della polvere sahariana che fertilizza l’Amazzonia”
C’è un momento, nel racconto di Lorenzo Barone, in cui tutto il progetto sembra prendere davvero forma. Non è la traversata oceanica, né la vetta dell’Ojos del Salado. È l’idea stessa che due mondi lontanissimi, il Sahara e la foresta amazzonica, siano in realtà collegati da qualcosa di invisibile: la polvere.
Una corrente atmosferica che ogni anno trasporta milioni di tonnellate di particelle dal deserto africano fino al Sud America, contribuendo alla fertilizzazione dell’Amazzonia. È da qui che nasce “DUST”, il progetto che Barone ha appena concluso dopo mesi di viaggio tra oceano, giungla e alta quota.
Un’impresa, letteralmente, che lo ha visto attraversare l’Atlantico in solitaria su una barca a remi, pedalare attraverso Guyana Francese, Brasile, Bolivia, Cile e Argentina e infine salire fino all’Ojos del Salado, il vulcano più alto del mondo, portando la bici fino a 5800 metri prima di raggiungere i 6893 metri della vetta a piedi.
Per chi segue il mondo dell’esplorazione, Lorenzo Barone non è un nome nuovo. Negli ultimi anni si è costruito una reputazione particolare, quasi fuori dal tempo, lontana dalle spedizioni patinate o dall’avventura “confezionata”. Viaggia spesso in autonomia, attraversa territori remoti con mezzi essenziali e costruisce progetti dove la dimensione fisica si intreccia con quella narrativa e ambientale. Un approccio che qualcuno ha definito quello di “uno degli ultimi veri esploratori”.
In questa intervista racconta la nascita di DUST, i 37 giorni in oceano, il ribaltamento notturno della barca, le piste invisibili nella foresta amazzonica, le tempeste elettriche in Bolivia e il senso profondo di un viaggio nato prima di tutto dalla curiosità.
Lorenzo, come nasce il progetto DUST?
Ero a conoscenza del fenomeno delle polveri che attraversano l’oceano e fertilizzano l’Amazzonia. Così, quando ho iniziato a pensare a un progetto che potesse motivarmi davvero a investire tempo, energie e soldi, l’unico che sentivo veramente mio era seguire questo viaggio della polvere. Dal mio punto di vista è qualcosa di incredibile. Già solo il fatto che due ecosistemi così lontani siano in realtà connessi è affascinante. Io sono sempre stato attratto dalla natura e dagli ecosistemi, e questo progetto univa quasi tutto: Sahara, Atlantico, Amazzonia e Ande.
Poi c’era anche l’aspetto personale. Il mondo del mare e degli oceani era del tutto sconosciuto per me. Non avevo mai fatto nulla che avesse a che vedere con la navigazione e attraversarlo a remi significava fare qualcosa che non avevo mai sperimentato.
Quanto tempo hai passato in mezzo all’oceano atlantico?
Trentasette giorni e mezzo. Avevo previsto circa tre mesi, ma alla fine ci ho messo molto meno del previsto. All’inizio volevo partire dal Marocco, ma non mi è stato permesso. C’erano problemi burocratici e questioni legate alla sicurezza. Il timore più grande per loro era che, una volta lasciata la costa marocchina, io sarei rimasto per giorni all’interno delle acque nazionali. Se mi fosse successo qualcosa in quel lasso di tempo sarei stato un loro problema, e non volevano saperne. Anche perché, l’anno prima un altro navigatore era stato soccorso pochi giorni dopo la partenza.
Quindi come hai fatto?
Sono partito dalla Mauritania. Da lì una traversata a remi non era mai stata fatta, quindi anche per loro era tutto nuovo. Erano abbastanza scettici quando mi vedevano con la mia barchetta, ma grazie all’aiuto di un italiano che viveva sul posto e ad alcuni contatti locali sono riuscito a risolvere tutto e a farmi rilasciare i permessi.
Vicino alla costa africana vedevo continuamente navi cargo passare, anche a chilometri di distanza. Poi, superati quei giorni, mi sono ritrovato completamente solo fino al Sud America. Le uniche tracce umane incontrate tra l’Africa e il continente americano sono state alcune luci viste in lontananza, erano quelle delle isole di Capo Verde.
E non ti sei avvicinato… per una pausa?
No, sono sempre rimasto in acque internazionali perché la mia barca non era immatricolata e volevo evitare problemi.
In generale com’è andata la traversata?
I primi quattro giorni sono stati entusiasmanti. Parti e stai facendo qualcosa di totalmente nuovo. Poi diventa routine e le giornate diventano tutte uguali, con momenti più o meno duri.
Il momento più duro è stato sicuramente quando mi sono ribaltato di notte. C’era vento e con lui onde altissime, una di queste è arrivata e mi ha travolto, capovolgendomi. È stato bruttissimo, come essere investito da un treno. Un’altra situazione complicata l’ho vissuta a circa 400 chilometri dalla costa sudamericana, dove si scontravano le correnti del Brasile con quelle dell’Atlantico. Si formavano onde piccole che arrivavano da tutte le direzioni. Era impossibile fare qualsiasi cosa. Così mi sono chiuso in cabina aspettando di riuscire a superare quel tratto. Remare era inutile. Quando poi mi sono ritrovato dentro il flusso delle correnti brasiliane per un certo momento ero felice, ma nel giro di poco mi sono ritrovato fuori rotto. Io cercavo di andare a ovesr e loro mi spingevano verso nord-ovest.
E come hai risolto?
Facendo un giro più lungo.
In questo tempo hai mai sofferto la solitudine sulla barca?
No. In realtà io stavo benissimo in mezzo all’oceano. Non ho mai percepito la solitudine in senso negativo. Mi sentivo in sintonia con quello che avevo intorno. La cosa che odiavo davvero era oscillare continuamente con le onde. Non ne potevo più. Ma la solitudine in sé la vivevo quasi come una forma di benessere.
Che incontri hai avuto in mare?
Pochi ma belli. Ho incontrato tantissimi delfini. E una notte invece ho sentito passare delle balene, erano vicinissime. Ero chiuso nella cabina e sentivo i loro richiami, quei fischi profondi che fanno, ma fuori era buio e non sono riuscito a vederle.
E poi i pesci volanti, erano ovunque. Di notte finivano continuamente sulla barca, persino dentro la cabina se lasciavo aperta una finestrella. Due mi sono letteralmente atterrati sul letto.
Con te avevi qualche mezzo per comunicare?
Avevo un dispositivo satellitare per ricevere e inviare messaggi, mi è stato molto utile per le previsioni meteo. per avere informazioni sulle correnti e su come muovermi rispetto a queste. Poi mio padre mi aveva anche preso un telefono satellitare, con cento minuti disponibili. Io in realtà non lo volevo, e alla fine posso confermare la mia scelta. Al rientro dal viaggio gliel’ho restituito con quasi tutto il credito.
Dopo l’oceano hai attraversato l’Amazzonia in bici…
Sì. Prima però ho dovuto gestire tutta la logistica per riportare la barca a casa. Poi sono andato in un centro commerciale, ho comprato una bici da 300 euro e sono partito.
Ero approdato abbastanza a nord, in Guyana Francese dove ho percorso piste remotissime, alcune nemmeno segnate sulle mappe. In Brasile invece mi aspettavo una grande avventura nella foresta e ho trovato qualcosa di completamente diverso.
Cioè?
Tantissime aree erano state disboscate, oppure recintate. C’erano stradoni enormi, sterrati o asfaltati. Avevo provato anche a percorrere un fiume remoto ma, mi hanno fermato e non mi hanno lasciato proseguire. Ho cercato di ottenere i permessi tramite alcuni capi tribù, ma non c’è stato nulla da fare.
Dove hai ritrovato il senso di avventura che cercavi?
In Bolivia. Lì è ricominciata l’avventura, la foresta vera, i territori più isolati. Andando verso il sud del Paese ho superato alcuni passi in quota veramente difficili, sempre con le attrezzature ridotte al minimo.
Ci racconti qualcosa che ti è successo?
Dico solo che spesso pedalavo a petto nudo, soprattuto se incontravo temporali, perché non avevo ricambi. Così facendo mi asciugavo pedalando e poi a fine giornata avevo qualcosa di asciutto da mettere.
Il passo più difficile arrivava a 44600 metri di quota. Quando l’ho raggiunto ero veramente debilitato, sia dalla stanchezza accumulata, sia dalla quota. Ho avuto febbre e mal di testa, ho vomitato. Allora poi ho raggiunto La Paz e mi sono fermato qualche giorno per riprendermi.
Dopo sono entrato nelle Ande e ho iniziato a percorrere piste bellissime che costeggiavano lagune dove l’acqua era purissima. Lì le quote erano veramente alte, con passi anche oltre i 4900 metri. Ma ormai ero acclimatato e non avevo più problemi.
Da qui hai attraversato il deserto di Atacama…
Sì, ed è stata una delle parti più difficili. Ho preso una scorciatoia molto complicata per la bici. In alcuni tratti spingevo nella sabbia fino a quasi 4800 metri. Il problema principale lì era l’acqua: la maggior parte di quella che incontravo era salata o contaminata, quindi dovevo caricarmi enormi quantità di acqua e cibo.
Per affrontare il Passo San Francisco e poi l’Ojos del Salado sono partito con provviste per dieci giorni.
Il gran finale della tua avventura. Come è stato?
Ho portato la bici fino a 5800 metri, per essere più rapido in discesa. Da lì poi sono andato in vetta a piedi. In cima è stato molto emozionante, ma non tanto per la vetta in sé. Più per la conclusione del progetto. Sono stati mesi intensi, e quello era l’ultimo passo. Lì stavo bene, ero nel mio. La testa anche era piena di pensieri.
Quando poi sono sceso ho avuto alcuni problemi, ho vomitato, ma è passato in fretta. Raggiunta la bici sono sceso velocemente. Sono andato fino al Pacifico.
Lorenzo, non basta questa intervista per raccontare cosa hai fatto. Spero vivamente che ci possa essere in futuro un libro o un documentatio a raccontare il tuo viaggio. Però, prima di lasciarti andare, toglici un’ultima curiosità, perché fai tutto questo?
Per curiosità. Curiosità di mettermi alla prova in ambienti che non conosco. L’oceano, le alte quote, le aree remote. Poi c’è l’aspetto del racconto, del documentario, della raccolta dei campioni di polvere che verranno analizzati. Perché si, ci sarà un libro e anche un documentario, ma c’è stata e ci saraà anche una componente scientifica su cui vi terrò aggiornati. Ma soprattutto c’è la passione per questo tipo di esperienze.
Sai già dove ti porterà il prossimo futuro?
Per un po’ starò a casa. Io non sento la necessità di partire continuamente. Parto quando sento di avere qualcosa da raccontare.









