Alpinismo

Barmasse: racconto e foto della salita

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KALYMNOS, Grecia — "Una lunga cavalcata nella neve profonda, prima su un ripido pendio, poi su tre chilometri di cresta con cornici spaventose. La soddisfazione di scalare una montagna per la prima volta in assoluto non ha eguali". Ecco il racconto della prima salita al Miky Sel dalla viva voce dei protagonisti: Hervè Barmasse, Fabio Salini e Marco Cattaneo. Che, dopo le fatiche himlayane in alta quota, si stanno godendo il tepore dell’isola greca di Kalymnos dove si dedicano all’arrampicata.

Quando avete raggiunto la vetta?
Barmasse – La cima è stata raggiunta alle ore 16.oo del 16 settembre. Non è stato facile. La neve, caduta nei giorni precedenti al nostro tentativo decisivo, ci ha obbligato a batter traccia fino in vetta, ostacolandoci non poco. E poi il freddo… Ogni trenta minuti dovevamo fermarci a massaggiare le dita.
 
In quanti giorni, con quale stile?
Salini – Un primo tentativo lo abbiamo lanciato sei giorni dopo l’arrivo al campo base, ma il meteo avverso ci ha respinti senza possibilita’ di appello. Dopo altri tre giorni di riposo e lettura e’ arrivata la cima. Indipendentemente dalle difficoltà che avremmo incontrato l’idea comune è sempre stata molto chiara: stile alpino ad ogni costo! Il resto e’ doping…
Ci descrivete la via che avete aperto? Siete scesi lungo lo stesso percorso?
Salini – La salita non ha presentato particolari difficoltà tecniche, e’ stata una lunga cavalcata nella neve profonda. Prima un ripido pendio che porta al colle a quota 5550 metri, poi il filo della cresta che presentava cornici spaventose a causa dei forti venti e delle continue nevicate dei giorni precedenti. La lunga cresta si estende fino in cima per una lunghezza di quasi tre chilometri. Una sfacchinata. Al ritorno siamo ridiscesi dallo stesso versante anche se delle nostre tracce non c’era traccia… Le frustate di vento, previste dal meteorologo Karl Gabel, sono arrivate puntuali a metà mattina coprendo interamente il nostro passaggio di poche ore prima.
 
Come avete scelto la montagna?
Barmasse – Come sempre, quando si va alla ricerca di cime inviolate, si devono fare lunghe ricerche su Internet o sull’Alpin Journal, ma spesso anche queste non sono sufficienti. E’ dunque meglio informarsi attraverso gli abitanti dei villaggi vicino alle montagne. Il nostro primo obiettivo, il Kesi Sel, non risultava salito dalle autorità Cinesi, mentre su Internet si. Si deve fare parecchia attenzione e spesso non basta. Una smentita potrebbe arrivare anche dopo alcuni anni.
 
La montagna era senza nome. L’avete battezzata?
Cattaneo – Sì,ho voluto dedicare questa montagna a mia moglie Michela che sopporta le mie numerose assenze dalla famiglia per soddisfare questa mia passione. Ho quindi chiamato questa cima col nome "Miky Sel": Sel in Cinese significa vetta. L’ho pensata e l’ho desiderata molto. Non nascondo che durante le notti insonni precedenti alla salita abbia dubitato del risultato finale della spedizione. Adesso, ad obiettivo raggiunto, dormo serenamente e mi godo gli ultimi giorni di questa indimenticabile vacanza.
 
Hervè, questa per te è la seconda cima inviolata della stagione. Qual è stata la più bella?
Barmasse – La soddisfazione di scalare una montagna per la prima volta in assoluto non ha eguali. E se il Bekka Brakkai Chhok è stato sicuramente più difficile tecnicamente, il Miky Sel ha coronato un mio altro sogno: quello di accompagnare Marco, un mio caro amico, a realizzare il suo. La cosa più importante di queste due salite, è stato scalarle in stile alpino, diverso da quello ancora oggi utilizzato da molti in Himalaya con corde fisse e portatori d’alta quota.
 
Salini e Barmasse, di nuovo insieme dopo Up Project…
Salini – Con Hervè l’intesa in Pakistan al tempo di UP Project è stata immediata. Allora, dopo pochi giorni dal nostro arrivo al base, salivamo, insieme a Ezio Marlier, "Fast and Fourius": una grande via di ghiaccio e misto che ricordo con soddisfazione. Oggi, dopo pochi giorni e insieme a Marco, siamo in cima ad un seimila inviolato. Ci "portiamo bene" a vicenda io e Arva. Ci intendiamo nel raggiungere gli obiettivi senza perdere tempo.
Barmasse – Ci sono poche persone nelle quali ripongo la mia fiducia, una di quelle è Fabio. Il suo carattere schietto e sincero lo porta a dire sempre ciò che pensa e questa è una cosa che amo nel carattere delle persone. Come professionista non sta a me giudicarlo. Senza dubbio insieme abbiamo garantito a Marco una scalata in totale sicurezza e quando mi lego con lui non avrei problemi ad affrontare qualsiasi salita: tra battute e scherzi, anche in caso di insuccesso, rimarrebbe nei miei ricordi. Sono stufo di persone serie, cupe e tristi… La montagna è gioia.
 
Fabio, da molto non salivi in alta quota. Ti mancava?
Salini – Alta quota per me è sinonimo di inattività, intesa come riposo forzato per favorire la condizione ideale di acclimatazione. No, non mi mancava, per questo è passato tanto tempo da allora. Non sento il richiamo delle cime più alte per il momento, ed è per questo che sono rimasto così a lungo lontano da esse. Forse in un futuro…
 
E’ più emozionante conquistare una cima o percorrere una via nuova?
Barmasse – Come sul Bekka Brakai anche in questa scalata, essendo la prima salita della montagna, abbiamo fatto entrambe le cose contemporaneamente… Dunque emozione doppia non pensi?
 
Avete altri progetti insieme?
Barmasse – Ora stiamo andando a scalare a Kalymnos. Poi ci sono Canada, Spagna, Sud America. Non è importante dove andremo, l’importante sarà lo spirito con il quale affronteremo i nostri prossimi progetti: quello di tre amici sempre in festa. In Cina ci ricordano così, giovani, spensierati senza grilli per la testa…
 
E’ bello sentir parlare di Himalaya con entusiasmo, dopo le tragedie dell’estate…
Salini – La tua domanda è da campo minato… Comunque sia posso dire che le spedizioni commerciali con una guida in rapporto a una moltitudine di clienti non mi convincono. In alta quota si rischia di non bastare neanche a sé stessi e i danni poi sono inevitabili.
 
Molti accusano gli alpinisti di rischiare troppo. Cosa ne pensate?
Salini – Non andando in montagna non si rischia di morire in montagna…. Per il resto ognuno spinge il proprio limite fino al punto in cui ritiene di avere ancora margine. Attraversare un pendio sovrastato da un seracco è un rischio che ogni alpinista decide se correre o meno.
 
Marco, per te era la prima esperienza in Himalaya, come è stata?
Marco – Ho faticato molto ad abituarmi alla vita da campo base ed ai ritmi imposti dall’acclimatazione. Abituato a una vita piuttosto intensa, ho sofferto i tempi di riposo  obbligatori per  le salite a queste quote. Per fortuna Lee e Whan, i nostri cuochi, sono stati bravi ad organizzare la cucina e a scegliere un’ubicazione per il campo base da cartolina: a sinistra il Muztagata, sotto di noi una distesa di pascoli che scendevano fino al Karakola Lake e a destra la catena montuosa del Kongur.
 
Come mai hai voluto festeggiare il compleanno con l’alpinismo?
Cattaneo – L’alpinismo è la passione della mia vita. Di più: è l’amante con cui trascorro gran parte del mio tempo libero. Quindi perché non festeggiare con lei questo compleanno così importante?
 
Continuerai su queste montagne o preferisci le Alpi?
Cattaneo – Per le prossime “scappatelle” andranno benissimo le Alpi con cui ho un feeling consolidato. Per il futuro prossimo vedremo.
 
Il momento più duro e più bello della spedizione?
Cattaneo – Il momento più duro è stato quando il freddo ai piedi ha messo in dubbio la riuscita della salita. Quello più bello quando ho avuto la conferma dal rappresentante del governo Cinese Jin Ying Jie che la cima risultava inviolata. Ho quindi scelto il nome della montagna dedicandolo a mia moglie Michela.
 
Ora dove siete?
Siamo allo Snak Bar Fatolitis, Kalymnos, Masouri… in terrazza, sulla nostra destra il mare e sulla sinistra le falesie. Pochi minuti e scaleremo. Qui non si rischia di perder le dita!
 
 
Sara Sottocornola

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