Alpinismo

K2: numeri e dilemmi di quell’inferno

immagine

ISLAMABAD, Pakistan — Diciotto alpinisti in cima. Sette senza ossigeno. Due morti in salita e nove durante la discesa. Ecco, dopo quasi un mese dal crollo dei seracchi, tutti i numeri di quella tragica notte sul K2. Ma le statistiche, formulate provvisoriamente secondo i primi report dei sopravvissuti, saranno confermate solo  dopo l’inchiesta avviata dal Club Alpino Pakistano a seguito delle contraddizioni e delle accuse che hanno seguito il dramma.

Erano 7 le spedizioni che tentavano la vetta del K2 quel giorno: quella spagnola di Alberto Zerain, una  coreana, una olandese, una serba, una norvegese, alcuni membri di quella organizzata dall’americano Nick Rice, e infine  quella italiana di Marco Confortola. In totale, sono più di 20 alpinisti. La strategia d’attacco alla vetta era concordata da tempo, ma già all’alba, la salita si presenta difficile.
 
A mezzanotte, quando gli Sherpa e i portatori d’alta quota pakistani escono dalle tende di campo 4 per salire ad attrezzare Collo di Bottiglia e traverso, qualcuno di loro non si sente bene per la quota. Secondo alcuni resoconti, si muovono lentamente e fissano corde già sulla spalla, dove in realtà non sono necessarie.
 
Il materiale, così, finisce proprio sui tratti più duri: i portatori devono scendere a recuperare le corde fissate sulla spalla per portarle in alto, causando un notevole ritardo alle cordate in salita. A peggiorare la situazione, un incidente mortale: l’alpinista serbo Dren Mandić cade sul collo di bottiglia e muore così come il suo portatore pakistano Jehan Baig, che precipita nel tentativo di recuperarlo.
 
Notando la dilatazione dei tempi, gli alpinisti americani decidono di rinunciare alla vetta. Ma tutti gli altri proseguono, nonostante l’ora tarda. Il primo in assoluto ad arrivare in vetta, verso le 15.30, è lo spagnolo Zerain, che sale e scende senza ossigeno e senza problemi.
 
Poi, alle 17.30, arrivano in cima i coreani, aiutati dalle bombole. Sono in sette. Cinque, poi, muoiono sotto il crollo del seracco, compresi due sherpa: uno di loro, dalla cima, aveva chiamato la moglie che poco dopo aveva dato alla luce una bimba. Gli unici che sopravvivono alla tragedia sono una donna, Go Mi Sun, e il capospedizione Kim jae Soo. Entrambi hanno scalato sei ottomila.
 
Insieme ai coreani, salgono i norvegesi: non è chiaro se abbiano usato l’ossigeno o no. Lars Flato Nessa è il primo norvegese a riuscirci. Con lui, in vetta, la connazionale Cecilie Skog, moglie di Rolf Bae, l’alpinista che solo due mesi fa aveva compiuto la prima ripetizione della via dei norvegesi sulla Torre di Trango, passando 27 giorni in parete. Anche Bae tentava la vetta del K2, quella notte, ma non ha raggiunto la cima. Ha fatto dietrofront 100 metri sotto, insieme a Oystein Stangeland.
Verso le 19 Marco Confortola, come lui stesso ha dichiarato, arriva in vetta senza ossigeno insieme a Gerard McDonnell, il primo irlandese a raggiungere la cima del K2. Con loro ci sono il francese Hugues d’Auberde (che aveva l’ossigeno) e il portatore Karim (senza). D’Auberde è il secondo alpinista più vecchio ad essere salito in cima. Purtroppo, non torna a valle: muore di sfinimento durante la notte, dopo aver esaurito l’ossigeno dalla bombola.
 
Secondo le statistiche di AdventureStats, per ultimi, verso le 20, salgono in cima gli olandesi Van Roojen e Van de Gevel con Pemba Sherpa, senza ossigeno. Confortola, però, smentisce. "Gli olandesi sono saliti un’oretta prima di me – dichiara l’alpinista –  dalle statistiche risultano le 20, ma è solo perchè loro avevano un fuso orario diverso, avevano tenuto l’ora legale di qualche mese prima".
 
In discesa, la Skog e Nessa si riuniscono a Bae, che scende più lento del compagno. A metà del traverso, però, un crollo di ghiaccio travolge l’alpinista: è il primo della serie. La moglie e l’amico vedono sparire la sua pila frontale, lo cercano ma inutilmente. Così proseguono nella discesa. Nello zaino, un provvidenziale cordino di kevlar gli permette di scendere il collo di bottiglia, dove le corde erano state spazzate via. Raggungono le tende di campo 4 intorno alle 11 di sera, dove trovano Stangeland.
 
Nel frattempo, sul Collo di bottiglia, si scatena l’inferno tra crolli, valanghe e tentativi di portarsi in salvo. Pemba e Van de Gevel riescono a uscirne, scendendo di notte, senza corde fisse. Gli altri bivaccano, aspettano il mattino, fanno qualche disperato tentativo di salvare la vita ai travolti, provano a scendere. Ma i movimenti sono lenti. Sono sopra gli ottomila metri, a questo punto tutti senza ossigeno perchè le bombole sono esaurite.
 
A campo 4, dopo ore, arrivano – dopo diverse peripezie – solo Confortola, soccorso sotto il collo di bottiglia da Pemba Sherpa, e Van Roojen, recuperato nei pressi della via Cesen dai compagni di spedizione. A Confortola i soccorritori somministrano dell’ossigeno: per le statistiche, la sua salita risulterà con ossigeno. Per quanto riguarda gli olandesi, invece, il dato non è ancora chiaro.
 
Tutta la dinamica dei fatti, per la verità, è ancora poco chiara. Questa sommaria ricostruzione, basata sui report frammentari e giunti in tempi diversi dai sopravvissuti, aiuta perlomeno ad averne un’idea. Ma movimenti, date, orari, modalità di salita e discesa, sono ancora da stabilire con precisione. La versione puntuale dei fatti sarà un’operazione lunga e laboriosa, che richiederà diverso tempo. Ma c’è già chi se n’è assunto l’impegno: l’Alpine Club of Pakistan.
 
"Abbiamo avviato un’inchiesta ufficiale – ha detto infatti il presidente Nazir Sabir in una lettera aperta pubblicata dalla rivista americana Alpinist -. Vogliamo chiarire cos’è accaduto lassù la notte che sono morte 11 persone. Ad occuparsene, sarà una commissione di esperti del ministero del turismo e dell’Alpine Club of Pakistan".
 
"E’ triste vedere questo rimbalzo di colpe e accuse tra i protagonisti della tragedia – commenta Sabir -. Un chiarimento è dovuto, perchè sicuramente oltre all’imprevedibile, alcuni fattori della catastrofe sono di origine umana. Per esempio,la decisione di tentare la cima in oltre 20 persone, di dipendere da altri per le  corde fisse, la decisione di salire nonostante l’ora tarda. Alcuni alpinisti mancavano dell’energia, dell’esperienza o dell’abilità che serve per affrontare gli imprevisti".
 
Per ora, insomma, l’unica cosa certa è che nella storia del K2 sono morti 77 alpinisti su 299 arrivati sulla vetta; 32 in discesa. La maggior parte è scomparsa per cadute o per valanghe.
 
 
 
Sara Sottocornola

Articoli correlati

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Back to top button
Close