Alpinismo

Gallo: basta alpinismo per (presunti) eroi

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BERGAMO – “Se l’alpinismo vuole uscire dall’opinione negativa che si è creata dopo questa serie di incidenti, deve cambiare dei presupposti di base. Primo fra tutti quello dell’eroismo a costo della vita, sostenuto da alcuni nostalgici come Messner e De Stefani che hanno criticato i soccorsi”. Sono le parole di Maurizio Gallo, guida alpina e ingegnere che di recente ha partecipato alla missione sul Nanga Parbat. In quest’intervista, Gallo esprime la sua opinione sulle vicende accadute quest’estate in Himalaya, sul K2, sulla tragedia sul Monte Bianco. Sul soccorso alpino e sull’alpinismo in generale che oggi, a causa di queste tragedie, rischia di essere criminalizzato.

Gallo, molti parlano di questa come l’estate “nera” della montagna…
Sicuramente quest’estate si è parlato più degli altri anni degli incidenti in montagna. Ma credo che per il loro numero, non sia stata più nera delle altre. Qualcuno si lamenta del fatto che se ne parla troppo. Sono del parere che oggi i media sono parte integrante della nostra vita. Lo accettiamo tutti i giorni e dobbiamo accettarlo anche per la montagna. Purtroppo, è vero che si parla di montagna troppo spesso solo per gli incidenti.
E’ stata la vicenda del Nanga Parbat a scatenare l’attenzione dei media?
Sicuramente ha innescato una serie di eventi mediatici inaspettati. Probabilmente quella storia aveva tutti gli elementi per essere particolarmente interessante. Karl era morto, Simon e Walter erano sulla parete ma non sapevamo in quali condizioni, noi siamo andati laggiù per aiutarli. Poi la montagna è rimasta in primo piano per gli incidenti del K2, del Monte Bianco eccetera.
Tu che l’hai vissuta in prima persona, pensi che quella vicenda sia apparsa all’opinione pubblica per come è andata davvero?
Devo dire che in Pakistan, io e Gnaro non abbiamo mai percepito esattamente quello che stava succedendo qui in Italia. Sentivamo la forte richiesta di informazioni e immagini. Ma per noi restava un gesto di solidarietà a persone che conoscevamo e che ci sembrava di poter aiutare nel momento in cui avessero avuto bisogno. Non abbiamo sentito nessun tipo di pressione mediatica fino a che siamo tornati. Ci interessava solo che la vicenda finisse bene. E’ quello che ci ha sempre motivato e che ci ha spinto a partire senza pensarci un attimo. Quando Agostino mi ha telefonato e mi ha detto “ci sarebbe da andare in Pakistan subito perché non sappiamo come stanno Walter e Simon”, ci ho pensato forse un minuto, poi ho accettato. Perché a Walter in particolare, tenevo molto. Credo che nessuno si aspettasse una tale risonanza sui giornali, nessuno.
  
Dove i media hanno esagerato o sbagliato?
Di errori è difficile parlare, il meccanismo mediatico innesca una molla poco controllabile, che segue una sua logica. La viviamo tutti i giorni, eppure quando ci tocca appare strana e incomprensibile. Forse sull’argomento hanno parlato in tanti senza sapere com’era la situazione, né perché eravamo andati là. E’ stata una cosa semplice fondata sulla solidarietà fra amici. Ma è stata caricata di molti altri significati che, secondo me, sono esagerati e privi di senso.
 
Molti continuano a battere sul tasto dei costi.
Questa discussione sul “chi paga, chi non paga, ma è giusto che qualcuno paghi per soccorrere alpinisti sulle montagne?”, non mi piace per niente. Pensare ai soldi in una situazione così mi infastidisce e sta portando questa storia ben lontano dallo spirito di amicizia con cui eravamo partiti quel giorno. Noi stavamo cercando di aiutare delle persone, da amici. Non siamo più negli anni Trenta, quando l’alpinismo aveva una dimensione eroica in cui la morte aveva quasi senso. Oggi, poter aiutare qualcuno a sopravvivere è doveroso. E credo sia una cosa che va oltre ogni valutazione di costo.
 
Una missione così quanto può costare? Messner, ieri, ha parlato di 60mila euro, ma sono state fatte illazioni molto superiori…
Anche quella cifra è esagerata. È costata molto meno della metà. Veramente penso che quest’operazione sia tra le più economiche che conosco. Sulle Alpi, a volte, ci sono soccorsi che coinvolgono elicotteri per diversi giorni e moltissimi uomini nelle ricerche. Qui, io e Gnaro non siamo costati praticamente niente. L’unico costo vivo sono stati gli elicotteri. E’ vero che anche in Pakistan sono cari e gestiti da privati, ma abbiamo fatto solo 3 interventi in volo e non è stata una spesa così elevata. Pensiamo a quanti soldi sono stati spesi per salvare persone disperse o animali in difficoltà: è chiaro che anche quei due alpinisti erano vite umane come le altre. Per questo penso che, anche se fossero stati 60mila euro, sarebbe comunque valsa la pena di riportare a casa due persone.
 
Come avete vissuto quei giorni ai piedi della parete Rakhiot?
Una cosa che mi ha colpito è che quando siamo arrivati, al campo base c’era solo il cuoco. Era in lacrime, disperato, perché non aveva nessuna notizia dei suoi amici sulla montagna. La prima cosa che abbiamo fatto è stata consolarlo e raccontargli che Walter e Simon erano vivi e che volevamo aiutarli. La parete Rakhiot è veramente una di quelle che fanno paura, con quelle continue cadute di seracchi. Io e Gnaro eravamo preoccupati, soprattutto quando non avevamo notizie dall’alto, era venuto brutto tempo e il satellitare non aveva copertura. Non nascondo di aver avuto paura, la situazione era molto critica. Non dormivamo tranquilli, cercavamo sempre di vedere cosa potevamo inventarci per poter dare una mano ai nostri amici.
 
Cosa ha permesso il lieto fine sul Nanga Parbat?
Da una parte, sono stati bravi Walter e Simon. Dall’altra, è stato fondamentale il buon rapporto con l’organizzazione pakistana che ci ha seguito.
 
Messner, come De Stefani, ha detto che se uno decide di fare l’alpinista e di rischiare, deve essere autosufficiente e non bisogna soccorrerlo. Cosa ne pensi?
Ecco, questo rientra nella visione epica ed eroica dell’alpinismo di cui parlavo prima. Dobbiamo vedere questo mondo con altri occhi. Se l’alpinismo vuole uscire dall’opinione negativa che si è creata dopo questa serie di incidenti, deve cambiare dei presupposti di base, primo fra tutti questo citato da Messner e De Stefani, che hanno criticato i soccorsi anche se, nella loro carriera alpinistica, a volte ne hanno usufruito. Uno sport deve essere uno sport per la vita, non per la morte. Se devono farlo solo pochi eroi o pazzi furiosi, disposti a morire per una salita, allora deve finire. Invece può diventare un’attività alla portata di tanti, perché dà alle persone la possibilità di confrontarsi con un ambiente naturale bellissimo come quello delle montagne.
 
Dopo l’Himalaya, le tragedie e le valanghe sulle Alpi. In molti si chiedono se sia un segnale per smettere con le scalate…
Siamo sempre più abituati a camminare sulle piastrelle e sul cemento quindi anche percorrere un sentiero può diventare una cosa “anomala” e rischiosa. Lo dimostrano i numerosi incidenti causati da banali scivolate. Bisogna rendersi conto che la montagna richiede una sensibilità e una conoscenza che si costruiscono solo con il tempo. Noi tempo ne abbiamo sempre meno, siamo sempre più frenetici, vogliamo consumare tutte le ferie facendo più cose possibili nel poco tempo a disposizione. La montagna richiede tempi lunghi. Le prime spedizioni richiedevano sei mesi, ora durano 35-40 giorni. Tutto questo contribuisce alla perdita di sensibilità sulla montagna, e alla diminuzione della sicurezza.
 
Come risolvere il problema?
E’ giusto che la gente cerchi di andare in montagna, con la dovuta preparazione. Magari si può riflettere sui materiali, che fino a qualche anno fa non entravano nello zaino di un alpinista e che oggi magari sarebbe il caso di introdurre. Ma in generale, la montagna è un ambiente difficile. Ed è sempre più difficile conoscerlo, man mano che il clima cambia.
 
Per esempio?
In Himalaya, una volta c’erano le stagioni. Ora le finestre di bel tempo, sempre più corte. Abbiamo tecnologie e maggiori informazioni, ma la montagna diventa sempre più difficile da interpretare quindi occorre essere sempre più preparati. Anche sulle Alpi, i luoghi comuni tipo “col caldo cadono valanghe, col freddo no” non funzionano più. La valanga del Mont Blanc de Tacul è caduta di notte, col freddo, ad un orario considerato sicuro. Pochi sanno che quella notte è caduto, senza fare alcun danno, anche il seracco sull’altra via normale del Monte Bianco. E’ strano che siano caduti entrambi la stessa notte. Vuol dire che qualcosa, dal punto di vista strutturale, non andava. Bisogna guardare agli sbalzi termici: dopo un mese di temperature altissime, quella notte le temperature sono crollate di 15 gradi. Credo che dentro i seracchi ci fosse dell’acqua in fusione che si è ghiacciata, aumentando di volume e minando l’equilibrio. E’ un’ipotesi, ma serve a capire che il mondo del ghiaccio dipende da equilibri delicati.
 
Qualcuno ha proposto di chiudere il Monte Bianco agli escursionisti. Sei d’accordo?
No. Se decidiamo che l’uomo deve vivere in un loculo perché lì almeno è sicuro e non gli succede niente, guardando la natura solo nelle cartoline o nei film, allora è meglio che ci spariamo un colpo. Penso che la montagna debba essere vissuta, ma è chiaro che ci sono modi e modi, luoghi e luoghi. Sicuramente, il sovraffollamento è un problema, perché in montagna significa pericolo. Sulle Alpi il 90 per cento degli alpinisti sogna il Monte Bianco, lo stesso accade in Himalaya per l’Everest. Se cade un seracco dove salgono 5 persone è diverso che se cade su una colonna di 300 alpinisti… nel secondo caso è ovvio che qualcuno viene preso. Come sulle strade, quando c’erano poche macchine c’erano meno incidenti. L’affluenza va gestita, ma la chiusura è improponibile.
 
Qualcuno ha suggerito, per migliorare la sicurezza, il soccorso alpino a pagamento.
Siamo assicurati tutti su tutto e non mi sembrerebbe così strano se le assicurazioni coprissero anche le spese per soccorsi in montagna. Ma la prima cosa che serve, in caso di incidente, è l’atto volontario di aiutare qualcuno in difficoltà. Il fatto che questo ora accada anche in altissima quota, come nel caso del Nanga Parbat e in parte al K2, è una cosa bellissima. Dimostra che il valore della solidarietà è diventato importante, che non c’è più l’idea che a 7000 metri non si può far nulla per l’amico.
 
Pensi che ci sia un futuro per i soccorsi in Himalaya?
Sì. Oggi gli elicotteri in Pakistan volano a quote inconcepibili fino a qualche anno fa. La logistica è veloce. E soprattutto è cambiata la mentalità. Quello che è successo sul K2 dimostra che alpinisti e Sherpa hanno acquisito questa voglia di aiutarsi in alta quota, molto più di qualche anno fa. Penso che se tutto questo fosse organizzato, sarebbe una buona cosa. Ripeto, non possiamo più parlare di alpinismo eroico, avventuroso, pazzo, dove ognuno si prende le proprie responsabilità e basta. Le montagne himalayane sono ormai frequentate da moltissimi alpinisti e portatori. Non pensare a un soccorso, soprattutto sulle vie normali, sarebbe un errore. Dove c’è sovraffollamento, non esiste più la tanto sospirata “libertà” dell’alpinismo eroico e ci vuole un minimo di organizzazione. Se gli alpinisti vogliono seguire una strada diversa, quella dell’avventura in totale isolamento, ci sono altri spazi per farlo.
 
Sul K2 è stato errore umano o fatalità?
Ci sono alcuni elementi che rientrano nell’errata gestione della salita nella parte alta della montagna. Corde fisse montate male o in modo scorretto, tanta gente che doveva aspettare per salire in vetta, tutti concentrati nella stessa giornata. Poi sicuramente ci sono stati eventi imprevedibili come la caduta del seracco. Rimane il fatto che era veramente tardi per salire, in quelle condizioni bisognerebbe avere la voglia di tornare indietro e provarci un’altra volta, un altro anno. La rinuncia è sicuramente un valore importante su cui dovremmo riflettere un po’ più di quanto si faccia adesso. Spesso si viene trascinati verso la cima da motivi diversi, magari legati a sponsor e media. I francesi sono stati i primi a fare spedizioni con forte pressione mediatica. Ma dopo gli incidenti di Lafaille, Berhault, mi sembra di notare che l’alpinismo francese abbia un po’ tirato i remi in barca. Ora siamo noi italiani fra i più attivi in Himalaya, forse dovremmo pensarci.
Il futuro è dell’alpinismo è l’estremo o il commerciale?
Difficile da dire. Da giovane ho preso i miei rischi in montagna e sicuramente ho avuto una gran fortuna: ora non ho più la testa nemmeno per immaginare una via su una parete come la Rakhiot. Ma capisco che sia uno stimolo forte, capisco Karl che inseguiva questo alpinismo di scoperta e di ricerca: è una cosa bellissima. Ma anche il commerciale continuerà: in fondo, nasce per lo stesso motivo che ha fatto nascere le guide alpine. Però, bisogna farlo con la testa. Una cosa che mi dispiace è che non esistono quasi più le spedizioni fatte da un gruppo di amici che decidono di salire insieme una montagna. Molti alpinisti forti spesso si aggregano a spedizioni di gente che non conoscono. Di questo nessuno parla, ma porta alla mancanza di una vera coesione del gruppo sulla montagna. Nel momento della difficoltà è anche meno probabile che riescano a darsi una mano. Visto che il 70 per cento delle spedizioni ormai sono così, vale ancora più la pena di pensare a un soccorso organizzato.
Cosa spinge un alpinista a rischiare la vita per una salita?
Credo che ognuno abbia le sue motivazioni ed è impossibile dare una risposta per tutti. Per me è sempre stata la voglia di riuscire a capire i segreti della montagna, come salirla, insieme alla voglia di conoscere posti nuovi. Poi, hai anche voglia di fare cose perché gli altri non riescono, di confrontarti in un mondo un po’ esclusivo. Anche se penso che gli alpinisti, alla fine, farebbero meglio a sembrare delle persone normali che non dei fenomeni.
Cosa risponde a chi li giudica dei pazzi?
Che effettivamente a volte hanno ragione… per questo vorrei che tutti noi alpinisti ci comportassimo come persone normali, con i loro problemi e le loro paure, senza fare gli eroi per forza. Nel 2010 di eroismo sarebbe meglio non parlare più.
Cosa pensa che dovrebbe rimanere impresso alla gente, dopo questa storia che è arrivata al grande pubblico?
Sono andato ieri dal macellaio e mi ha detto: “Ma non è giusto che andiate in montagna a rischiar la vita per niente, che senso ha”. Il guaio è che forse il grande pubblico, da questa bagarre, ha percepito troppo l’impraticabilità della montagna e la pazzia di qualche alpinista. In questo però è stato aiutato dalle dichiarazioni di personaggi che continuano sulla linea dell’alpinismo eroico per cui gli alpinisti devono confrontarsi da soli con la montagna rischiando la vita. La cosa mi dispiace molto. Se l’alpinismo è solo questo, è morto. Se invece riesce a scoprire una dimensione più umana può avere un futuro. I media hanno portato quest’immagine distorta, anche della montagna.
La gente dove può capire il vero senso dell’alpinismo?
In molti posti. Ma devo dire che in tutto questo mi ha sorpreso la sostanziale assenza del Club Alpino Italiano. Non l’ho visto partecipe, sempre dietro le quinte, non si è mai esposto. Hanno sempre parlato persone singole. Fino a qualche anno fa non sarebbe stato così, sarebbe intervenuto in modo più netto. Questo fa capire che nel mondo dell’alpinismo attivo, qualcosa si è inceppato.
Per chiudere, un ricordo di Karl.
Mi piace ricordare il giorno in cui ci siamo trovati a sciare in Dolomiti, era l’inverno prima della spedizione K2 2004. Era praticamente uno sconosciuto. Sulla funivia mi ha detto: “Io vengo ma non sono sicuramente all’altezza di quelle montagne. Sicuramente tornerò indietro senza aver combinato niente”. Poi ha salito sia Everest che K2 senza ossigeno. Ma lui era così. La sua modestia era la sua forza. E mi ha raccontato con queste parole quella che poi sarebbe stata la sua stagione di grandissimi successi su quelle montagne.
Maurizio Gallo è ingegnere edile e guida alpina. Ha partecipato alle spedizioni all’Everest nel 1992, al Lothse nel 1996, al K2 nel 2004. Per dieci anni è stato direttore nazionale dei corsi per guide alpine. Nel 2005 ha volato con l’esercito dopo il terremoto che colpì le montagne pakistane ed è attualmente collaboratore del Comitato Evk2Cnr per il quale lavora in Pakistan come general logistic manager del progetto Karakorum Trust.
 
 
Sara Sottocornola
 
 
 
Gallo ha ragionissima ed è proprio un vero gallo!
Paola

Voglio rispondere al Signor Gallo, al di la di quel che è successo al Nanga Parbat per la questione di Walter, e Simon. Non credo si tratti di soldi, o di tipo di alpinismo che ognuno di noi con la propria coscienza, o esperienza affronta le proprie ascensioni, e non voglio neppure difendere ne Messner e neanche il DeStefani anche se non ne hanno bisogno. Ma credo che anche l’alpinismo come tante altre attività sportive abbia perso la sua dignità, e chiaro che i giornalisti ci hanno giocato sopra, fanno semplicemente il loro lavoro nel bene o nel male, ma qualcuno li avra fatti pur giocare. Addirittura hanno trasmesso tutte le telefonate in internet. A questo punto è meglio l’alpinismo eroico che ha una dignità, perche se l’alpinismo è questo visto che vado in montagna da più di trentanni io non mi sento più un alpinista. E poi credo pure che il povero Karl, conoscendlo non avrebbe accettato tutte queste situazioni, perchè lui era un alpinista molto preparato ed esperto e sapeva pure le conseguenze che andava incontro. Non è una questione di eroismo perchè anche agli alpinisti preparati ed esperti come Karl gli sarebbe  potuto succedere  qualcosa, perchè sappiamo che tutto  questo fa parte delle regole dell’alpinismo o pure dell’avventura se di regole si puo parlare. Mio caro Maurizio pensa se dobbiamo soccorere tutti gli alpinisti che anno problemi su gli 8000, che bel casino verrebbe fuori? E poi io vi chiedo, a me non mi conosce nessuno, ( ma mi sareste venuti a prendere?) Voglio concludere facendo una premessa che sia Walter, che Simon hanno secondo me compiuto qualcosa di straordinario e sono anche convinto che ne sarebbero usciti ugualmente senza nessun tipo di soccorso.
Salvo.G

ciao sono Marco. Sul piano dell’alpinismo io sono il nulla in confronto a Gallo. L’intervista tuttavia sin dalle prime battute appare lunga, la solita solfa, le solite menate che ogni tanto riappaiono. E grazie soprattutto a ritorni di fiamma dei media, che ogni tanto si ricordano egli incidenti in montagna. In montagna ci va chi gli pare, come gli pare, a cercare quel che gli pare e nessuno si deve permettere di rompergli le balle stigmatizzando i suoi comportamenti. Chi in montanga non ci ha rimesso le penne, capiscuola in primis, é perché ha avuto culo: basta leggere i diari delle loro scalate. Chi ce le rimette o si fa male su vie comuni é un fatto statistico. La montagna é il ns canto libero. Chi la sceglie sa il rischio che corre e ha deciso di correrlo e quando parte non pensa se ci siano o no squadre di soccorso…semmai pensa che come lui è disposto a dare soccorso agli altri, anche gli altri pensino altrettanto. E non pensa nemmeno a quanto potrà far spendere allo Stato a causa di invalidità o cure…una polizza se l’é già fatta.
Amen
Marco Garimberti
Quanto ribadito da gallo mi trova perfettamente d’accordo, da anni pratico questo meraviglioso sport e sono volontario nel soccorso alpino, forse per molta gente che non ha la fortuna di avere a che fare regolarmente con noi, rudi uomini della montagna, ha perso quel contatto umano che ci contraddistingue, non abbiamo bisogno di platee o di immagini televisive per godere ogni giorno di cio`che abbiamo e di cio`che facciamo, essere capaci di godere del piacere della vista e delle sensazioni trasmesse dalle cime delle nostre valli, dalle vette delle vette immense himalayane, o dal sorriso ricevuto dalla persona soccorsa nel bisogno ci rende unici e uomini comuni non eroi. Per fortuna il DIO franco non é ancora riuscito ad intaccare completamente lo spirito di gente comune come noi.
Joe Milani

Al di là delle considerazioni riguardanti gli eclatanti incidenti montani di quest’estate, nutro forti dubbi sull’utilità del presunto “soccorso” al Nanga Parbat da parte di Gallo e Mondinelli. Se Walter e Simon fossero stati bloccati in parete i due “soccorritori” che avrebbero fatto, oltre a sbinocolare dal campo base? Sono convinto che la pulsione a schizzare in Himalaya sia stata tutt’altro che altruistica, vista la grande risonanza mediatica iniziata già prima della loro partenza. Per quanto riguarda il numero chiuso in montagna, ritengo che diventerà indispensabile. Sul soccorso alpino, sono dell’opinione che sarebbe opportuno il pagamento delle spese da parte di chi non sia preparato all’escursione/ascensione che sta compiendo. In aggiunta, le assicurazioni (sugli infortuni, sulla vita, sullo stesso soccorso in montagna, ecc.) NON dovrebbero pagare se l’alpinista assicurato non sia in grado di dimostrare il possesso delle capacità tecniche e dell’esperienza (curriculum alpinistico testimoniato, corsi d’alpinismo frequentati, ecc.). necessarie al raggiungimento delle mete prefissate.
Giovanni Groaz (guida alpina)
Con cuore vero condivido appieno tutto, ripeto, tutto, quanto detto da Maurizio Gallo. Maurizio, vi abbiamo seguiti, apprezzati..amati per i gesti di alta umanità che stavate compiendo. E vi vogliamo bene ancora ! Grazie per l’insegnamento d’alta umanità. Ho effettuato soccorsi sporadici in montagna e in alta montagna, arrischiando anche deliberatamente – e in modo lucido – la mia incolumità ma con il sentimento profondo di soccorrere chi si trovava, in quel momento, nel bisogno. Credo che sia lo spirito innato nei soccorritori, almeno quelli che ho conosciuto e non solo di montagna. E lo ritrovo qui nelle parole di Maurizio. Il mio pensiero va a Cosimo Zappelli soccorritore scomparso nella sua attività al monte Bianco. Le cifre  del costo dei soccorsi? Oso sperare che non siano ritenute alte. Anzi anche se fossero un multiplo di quanto riferito nulla cambia. Non essendo a digiuno d’analisi dei costi del settore non posso che riferire, a titolo di paragone ed ognuno tragga le proprie conclusioni, che ad esempio –  in incidenti stradali – il costo medio di riferimento per una gamba rotta si attesta a circa  200’000.- FrCH (130’000 – 150’000 €). 500’000 .- FrCH (330’000-350’000€) il costo del “colpo della strega” a seguito di un tanponamento di un autoveicolo. Anche i grandi devono scendere dal seggiolone! Per ever praticato sport ritenuti erroneamente estremi (delta e parapendio) e pur avendo conosciuto molte persone di quegli ambienti (ed eravamo agli albori di quelle attività) posso tranquillamente affermare che a nessuno di loro "puzzava la vita". Anzi! Quindi i fratelli maggiori dell’alpinismo devono guardare noi piccoli con meno disprezzo. Nessuno va in montagna per cercare la morte, semmai per godere intensamente meglio e in modo più consapevole le bellezze della vita. Purtroppo qualche volta capitano cose diverse da quelle attese, impreviste ed imprevedibili. Al Bianco nel 1971, su una via normale, ho perso degli amici. Erano persone che sorridevano alla vita ma l’imprevedibile e inimmaginabile s’é concretizzato – come un incidente stradale – improvviso, fulmineo e senza lasciar scampo di salvezza. Permettete? Auguri di poter presto ritornare in montagna a Marco Confortola e sentite grazie a Agostino Da Polenza a Gallo a Gnaro e a Mondinelli per il vostro esempio, non solo scientifico.
“Prima di essere ingegneri voi siete uomini” massima di Francesco De Sanctis in un bassorilievo nell’edificio del Politecnico federale di Zurigo dove insegnò: vale anche per gli alpinisti.
Aurelio Fusi – Lugano
Raramente mi sono trovato così in sintonia su questioni di montagna come è successo leggendo l’intervista a Maurizio Gallo! Sottoscrivo appieno quasi ogni parola! Basta con questi "puristi" della montagna che tengono in così poco conto la vita umana! Basta con gli integralismi per cui se ti trovi in una situazione difficile e non sei in grado di uscirne da solo, cosa che certamente sarebbe sempre auspicabile, allora ti meriti di morire!Tanto di cappello a Messner per le sue imprese…ma non è detto che ogni volta che parli dica sempre cose giuste! Puntalizzato ciò vorrei fare un affondo sulla sicurezza in montagna alla luce della mia pluridecennale esperienza come alpinista di basso livello e di climber! Sul libro Uomini e Pareti in una intervista viene chiesto a Jerry Moffat (noto scalatore di itinerari "hard grit" e "free solo") cosa sia per lui la sicurezza in montagna: risposta "la sicurezza per me è starsene seduto a casa davanti al televisore con una birra in mano!" Giusto!Sottoscrivo in pieno! Dal momento che usciamo di casa, abbandoniamo il pavimento di piastrelle e l’asfalto del marciapiede e ci inoltriamo su un sentiero esposto, su una cresta, su una parete o su un ghiacciaio dobbiamo essere consapevoli che ci sottoponiamo a un rischio che può essere più o meno alto a seconda dell’ambiente che affrontiamo e delle nostre capacità tecnico-psico-fisiche ma che, in percentuale, non sarà mai pari a zero!  Di questo ritengo che, dall’escursionista evoluto al provetto alpinista, tutti debbano averne consapevolezza e ,se decidono di partire, in qualche modo accettarlo! L’ambiente nivo-galciale, soprattutto, cela dei pericoli, anche  molto subdoli, legati alla chimica e alla fisica dell’elemento che lo costituisce: il ghiaccio!…quindi crepacci che non si vedono, seracchi che si possono staccare per innumerevoli fattori e concause (trovo sensata l’ipotesi di Gallo!) prime tra tutte il naturale movimento di un ghiacciaio pensile secondo gravità (ogni seracco è destinato prima o poi e in qualche maniera a cadere o a disgregarsi!), effimere cascate di ghiaccio che si rompono in seguito ad un carico o al variare di qualche decimo di grado centigrado!…per non parlare delle valanghe!…Anche l’ambiente periglaciale è notevolmente mutato con i cambiamenti climatici in atto: scioglimento del permafrost che teneva "cementati" terreni e rocce che in questo modo si disgregano come castelli di carte!…(andate a provare adesso la cresta "Malgrat" all’Ortles…consigliata solamente ad aspiranti suicidi!). Si, andare in montagna oggi è diventato molto più complesso e pericoloso rispetto anche solo a 10-20 anni fa! come dice giustamente Gallo che di esperienza ne ha da vendere a me e a molti altri, l’approccio all’alpinismo odierno deve essere più che mai graduale…occorre tempo e sensibilità profonda, magari anche istintiva, nella valutazione di certe situazioni!
Roberto

I temi trattati nell’intervista a Maurizio Gallo, oltre a tutte le altre problematiche di cui si è fin troppo parlato attraverso i media in questi ultimi mesi, sono argomenti che mi sono sempre stati a cuore.
Sono in sintonia con quanto dichiarato da Maurizio Gallo: anche io ogni volta che vado in montagna e pratico soprattutto trekking (anche ad alta quota) e un po’ di alpinismo, penso sempre a divertirmi e a gustare fino all’osso un’esperienza unica; rischiare per forza e fare gli eroi a tutti i costi non giova a nessuno. Diverse volte sono tornato indietro a poche centinaia di metri dalla vetta: ho sempre pensato che le montagne non le sposta nessuno e l’anno successivo ci posso riprovare. E se non ne ho più l’occasione, vuole dire che doveva andare così.
Ad ogni modo, per me i veri eroi sono quelli che "perdono" la propria vita per amore degli altri, come hanno fatto Mondinelli e Gallo e come fa una buona madre ogni giorno per i propri figli: non è necessario sfidare la morte, ma ci vuole spirito di abnegazione e un amore profondo.Colgo infine l’occasione per complimentarmi con il mio conterraneo Agostino Da Polenza per tutto il suo operato. A tutti voi invece i miei più sentiti complimenti.
Matteo

Prima di tutto vorrei chiarire il fatto che non ho alcuna intenzione di criticare o di pormi quale giudice, visto che sono solamente un uomo prima che un modesto alpinista. Apprezzo in primo luogo qualsiasi azione di soccorso venga effettuata nei confronti di gente in difficoltà, sia essa in montagna, in mare, su una strada o su un palazzo in fiamme. Chi ha bisogno di aiuto non è interessato a polemiche o a opinioni; ha solo il desiderio che tutto finisca nel migliore dei modi per sé, i suoi cari e per chi presta soccorso. Con ciò “spezzo una lancia” nei confronti del parere di Maurizio Gallo & C. Certo è che , come in ogni cosa, si deve valutare il rapporto tra opportunità e possibilità di salvataggio e pericolo nel quale gli aiuti stessi possono incorrere, anche se sentimenti come l’Amicizia vera cancellano anche questo concetto (vedi ad esempio Renè Desmaison sulle Jorasses). Infine, però, non si può e non si deve comunque ignorare un concetto basilare; ogni ambiente naturale non è mai privo di rischi, dei quali si deve assolutamente essere consapevoli nel momento in cui si decide di affrontare una determinata “avventura”, sia essa in Grignetta, sul tetto del mondo, nel bosco dietro casa o negli abissi della fossa delle Marianne. Pensare che la Natura sia “addomesticabile” da parte del uomo è un errore che purtroppo la nostra razza sta imparando a pagare a proprie spese. Di ciò sono prima di tutto colpevoli i genitori e l’educazione scolastica. Non si può però ignorare la grandissima responsabilità che hanno media e le persone che li gestiscono, i quali, nella loro ignoranza degli argomenti e nell’insita e perversa voglia di apparire e sentirsi protagonisti senza vivere l’esperienza diretta, mettono a repentaglio la Verità delle cose, sminuendone il valore e rendendo ridicolo, banale e “grande fratelliano” (scusate il neologismo) ciò che è tragico. Ciò vale in ogni ambito dell’informazione, montagna compresa. In conclusione, pertanto, penso sia inutile parlare tanto di tragedie quando ormai anche l’alpinismo è ridotto a mera notizia pubblicata in tv, su internet o sui quotidiani solo per far vendere il volto di chi è davanti alla telecamere o alla tastiera del PC. Iniziamo invece a diffondere la cultura della Montagna e l’amore per essa e per la Natura, senza banalizzarla e senza dimenticare a casa quel po’ di paura o timore(non panico) che, come dice un grande vecchio dell’alpinismo, è l’anticamera della prudenza. Alpinista è chi và in Montagna con amore e rispetto, non chi si “fa bello” dietro il Suo nome. Questo comunque è solo il mio pensiero e non quello di tutti; in ogni caso, datemi pure del “biiiiiiiip”, ma non lo cambio.
Pietro

È vero che un tempo l’alpinismo ha saputo regalare eroi ed imprese seguite con grande passione da una gran parte della popolazione, questo effetto mediatico è un po scemato nel corso degli anni, anche perchè le cime delle grandi montagne oramai sono state raggiunte e l’alpinismo moderno è maggiormente facilitato anche dall’evoluzione del materiale tecnico. È comunque giusto che oggi, come un tempo si possa liberamente scegliere di scalare o realizzare un impresa ad alto rischio come comporta  questo bellissimo sport, quindi lasciare l’opportunità di esprimersi in questo contesto come hanno potuto fare i nostri predecessori senza limitazioni. Il professionista che comunque intende scampare in questo mestiere deve comunque alzare sempre l’asticella delle prestazioni, visto che ormai se non si inventa qualcosa di nuovo, di difficile o addirittura quasi impossibile non viene preso in considerazione dai media. Il mondo dell’alpinismo è comunque una splendida famiglia che fortunatamente non ha perso tutti quei valori che l’hanno sempre contraddistinta, camerateria, sostegno reciproco, ecc.
L’invasione di gente facoltosa e senza la giusta ispirazione all’alpinismo ha comunque reso questo sport meno attraente per la gente comune ed aumentato la possibilità di incidenti anche per quelli che continuano a portare avanti i veri valori di questa splendida attività.
Matteo Zanoli

Pur non essendo un appassionato di sport e montagna l’evento che ha coinvolto Karl e i due compagni di spedizione mi ha scosso in modo inaspettato e contraddittorio; sin da subito non avevo dubbi sull’opportunità dei soccorsi, per una questione essenzialmente morale. Metto chi ha dovuto prendere una decisione in merito nei miei panni; in una situazione del genere se ho la possibilità di fare qualcosa, se sono di fronte a una scelta, non posso che sentire l’impulso di aiutare. Mi sembra naturale. Da qui, poi, credo sarebbe giusto elaborare forme di soccorso strutturate laddove mancassero; questo però mi sembra un problema politico che presumo chiami in causa moltissimi elementi di natura diversa. Più difficile mi risulta comprendere una forma di vita, quella dell’alpinismo "professionista" (e quindi estremo), così apparentemente aliena alla mia indole. Credo sia importante, oltre che virtuoso dal punto di vista giornalistico, riuscire nella comunicazione ad andare, come si dice, oltre la nicchia. Per due ragioni, perché chi è estraneo e vuole provare a comprendere è agevolato, ma immagino anche che da dentro si possa avere qualche elemento in più per relativizzare i punti di vista. Anche per questo ho trovato molto interessante l’intervista; non è la prima volta del resto. Grazie della possibilità che offrite.
Fabio

Penso che abbia ragione,penso che la questione  costi dei soccorsi sia ridicola,oltre che inutilmente offensiva,penso che Karl sapeva benissimo quello che stava facendo e,anche se c’è qualcuno che dice che l’alpinista bravo è quello che non muore,sono convinto fosse,in questo momento,il piu’ forte in assoluto. Per questo,oltre naturalmente per la sua famiglia,è stata una perdita incolmabile. La tecnica di salire rapidi e leggeri e scendere con gli sci è,secondo me, il massimo della sportività. Senza considerare che meno stai in quota meno rischi.
Lorenzo Pelacchi

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