Alpinismo

Kammerlander: momenti terribili, importanti gli aiuti

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BERGAMO — "L’intervento di Mondinelli e Gallo è stato molto importante perchè l’elicottero, arrivato fino a quasi 7000 metri, ha rifornito Nones e Kehrer di attrezzature, viveri, gas. Un aiuto fondamentale per i due alpinisti. La loro presenza lì poi è anche più importante: il brutto viene adesso, che hanno tempo per pensare a Karl". Questo l’opinione di Hans Kammerlander sulla vicenda del Nanga Parbat. Il grande alpinista, felice per come si è conclusa la vicenda ma tremendamente triste per la morte del suo grande amico, Karl Unterkircher, ci ha rilasciato questa intervista.

Kammerlander, cosa ne pensa della vicenda di Unterkircher, Nones e Kehrer sul Nanga Parbat?
Per prima cosa sono molto contento che Kehrer e Nones siano scesi giù dalla montagna sani e salvi. Negli ultimi giorni ho avuto un po’ di paura perchè erano da troppo tempo in parete. Mi dispiace però tanto per Karl, era un mio grande amico. Ma questa è la vita, può succedere sempre, soprattutto su una parete così difficile, così grande.
 
Lei ha vissuto personalmente una tragedia di questo tipo, secondo lei quali sono state le difficoltà maggiori che Walter e Simon hanno affrontato dopo la perdita di Karl?
Io credo che il brutto venga adesso. Nones e Kehrer hanno davanti i giorni più duri, perchè quando arriveranno a casa tutti faranno domande, chiederanno di raccontare della loro esperienza e soprattutto di come è morto Karl. Fino a 2 giorni fa sono stati sempre in azione, senza mai fermarsi. Ora che sono giù invece purtroppo hanno il tempo per i pensieri. E adesso bisognerà aiutarli, lasciandoli in pace per esempio. E soprattutto la cosa più importante per loro sarà riprendere subito ad andare in montagna, l’unico modo per superare un’esperienza così brutta.
 
Secondo lei è stata utile l’operazione di soccorso dei due alpinisti Gnaro Mondinelli e Maurizio Gallo?
Penso che l’intervento di Mondinelli e Gallo sia stato molto importante perchè l’elicottero è arrivato fino a quasi 7000 metri e ha rifornito Nones e Kehrer di attrezzature, viveri, gas, un aiuto fondamentale per i due alpinisti. La loro presenza lì poi è utile ancora. Anzi, anche di più adesso. Ora che Nones e Kehrer sono giù a valle devono affrontare tutta la burocrazia delle pratiche per la morte di Karl e dell’assicurazione. Mondinelli e Da Polenza staranno loro vicini in questi lavori e questo è fondamentale. Loro ora sono sicuramente stanchi, e lo dico perchè conosco questa brutta situazione perchè l’ho vissuta personalmente, due volte. Il fatto che non siano soli in questo momento difficile è davvero importante. Quando torneranno a casa però, secondo me è necessario che si concluda lo show.
 
Lei sul Nanga Parbat è salito dalla via normale, dalla Kinshofer, cosa pensa invece dalla via che hanno aperto Unterkircher, Nones e Kehrer sulla Rakhiot?
Sicuramente questa parete era una degli ultimi grandi problemi ancora aperti, una delle poche ancora inviolate sugli ottomila. Mi dispiace molto per Karl, ma davvero tanti complimenti a Walter e Simon, sono stati bravi. Secondo me il progetto di Karl era molto, molto, intelligente. Questo incidente è capitato qui, ma il rischio c’è sempre e dappertutto: una slavina, un crepaccio che non vedi, sono sempre pericolosi. Una parete così alta e ripida, dove c’è tanta neve e ghiaccio, non è mai stabile: il ghiaccio è come noi vive, si muove…Però il piano era molto valido: salire fino a 7000 metri e poi scendere con gli sci velocemente dalla via Buhl. La testa del gruppo era sicuramente Karl: era una persona così forte, intelligente, così in gamba come rocciatore…e anche gli altri due, con meno esperienza di Karl certo, ma alpinisti molti veloci, con un grande vigore.
 
Cosa vuol dire scendere dal Nanga Parbat con gli sci visto che anche lei l’ha fatto nel 1990?
Beh, io sul Nanga Parbat sono salito per una via "molto normale", ma la discesa con gli sci dalla stessa via, la Kinshofer sulla Diamir, non è la stessa cosa, è complessa: quelle del Nanga Parbat sono le pareti più alte del mondo. Però la Rakhiot è tutta un’altra cosa.
 
Quanto influisce la scarsa visibilità nella discesa con gli sci?
Scendere con i ramponi è molto più sicuro, ma la combinazione con gli sci è eccezionale: salire con i ramponi e scendere con gli sci sulle cime più alte del mondo è veramente il massimo. L’idea di Karl era molto grande, molto precisa: aprire sulla Rakhiot, una delle pareti più dure del mondo, una via nuova difficile e poi una discesa molto veloce e ripida con gli sci. Il rischio c’è, ed è grande anche se c’è il tempo molto molto bello, ma evidentemente il progetto era possibile se ce l’hanno fatta.
 
Lei proverebbe a salire di nuovo il Nanga Parbat dalla Rakhiot?
No, io no. Ho 50 anni e quando ho sentito dell’incidente di Karl ho pensato che è meglio se sto a casa tranquillo. Ho già fatto il matto in vita mia, e non per un anno, ma per 25. Ho rischiato anch’io molto in passato, anch’io ho fatto pareti cattive, pericolose, come la parete nord all’Annapurna che è dura come il Nanga Parbat. Io ho sempre avuto una grande fortuna. Karl no. Ma questa è la vita. Ora però voglio stare più tranquillo: ho una figlia piccola di 4 mesi, cerco di stare più in Alto Adige e meno in alta quota.
 
Secondo lei qualcuno la ritenterà in futuro?
Sicuramente. Tempo 1 o 2 anni qualcuno farà la seconda ascensione sulla Rakhiot, magari in solitaria. Perchè la parete è possibile, Kehrer e Nones l’hanno fatta, Karl è morto per un incidente che poteva succedere al di là della via che hanno aperto. Così è l’alpinismo: ogni anno più veloce, più difficile.
 
Il ricordo più bello di Karl?
Era un grande amico. Io ho visto Karl come alpinista, fortissimo in alta quota, oltre che preciso con i ramponi anche un gran rocciatore. Ma Karl era una persona anche giù a valle: sapeva stare bene con la gente, con i poveri, con i bambini, con le popolazioni nepalesi. Questo per me era la cosa più bella.
 
 
 
Valentina d’Angella

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