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Alpinismo, Alta quota

Il tentativo di vetta, la discesa, i problemi con Nardi: Elisabeth Revol racconta il suo Nanga Parbat

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ISLAMABAD, Pakistan — “Ho lasciato il campo base sotto un cielo blu, che quella notte sarebbe stato nuovamente carico di neve a basse quote. Per un mese la montagna ci ha accettato e risparmiato, ma era giunto il momento di lasciare quel posto”. Sono i pensieri di Elisabeth Revol che insieme a Tomasz Mackiewicz ha compiuto quest’anno un tentativo di prima invernale al Nanga Parbat, arrivando fino a 7800 metri, il punto più alto mai raggiunto nelle ultime spedizioni invernali sulla montagna. Poi, pochi giorni fa, la Revol è rientrata a casa, lasciandosi alle spalle qualche brusio di malumore per una polemica con l’ex compagno di spedizione Daniele Nardi, al quale l’alpinista francese non ha mancato di rispondere con la sua visione dei fatti.

È lungo e dettagliato il racconto di Elisabeth Revol riguardo la sua grande avventura al Nanga Parbat. Lei e Mackiewicz sono stati sulla montagna 10 giorni, a temperature glaciali naturalmente: – 30, – 40, e giù di lì. Partiti il 9 gennaio, hanno raggiunto il loro terzo campo, a 6600 metri il quinto giorno.

Il sesto giorno hanno continuato fino a 7000 metri: il polacco soffriva il freddo ai piedi, mentre la francese si era congelata la punta del naso. Ancora il giorno successivo erano a 7200 metri, il campo 4. Poi hanno tentato, due volte: la prima tornando indietro a 7500 metri, la seconda fermandosi a 7800 metri, da dove hanno detto addio alla cima del colosso himalayano.

“Siamo ad oltre 7800 metri con condizioni di freddo estremo e il tempo che sta peggiorando – scrive la Revol sul suo blog – … se tendo le mani posso quasi “sentire” la cima, toccarla con un dito, è molto vicina (8125 metri), il mio cuore scalpita e tuttavia dobbiamo rimanere lucidi a queste altitudini, altrimenti pagheremo un caro prezzo, troppo caro…con il tempo che sta peggiorando saremmo troppo esposti, nel migliore dei casi, rischieremmo di congelarci. Una grande frustrazione, non è stato facile girarsi e tornare indietro, soprattutto considerando i tanti progressi raggiunti”.

E di certo non era finita. La discesa, difficile già di per sé, si è rivelata durissima per via dell’incidente occorso a Mackiewicz.

“Con un forte ‘bang’ ho visto i piedi di Tomek e il suo corpo sparire nel buco: il ponte di neve si era rotto. Ho gridato ‘Tomek!’, non è servito a niente, era sparito. Mi sono avvicinata al bordo del crepaccio. Il vuoto…una scena orribile. C’era una parete di 80 gradi di pendenza e poi un buco nero. Mio Dio Tomek! Continuavo a urlare il suo nome, senza avere risposta”. Poi il lieto fine: la Revol individua il compagno, scoprendo che era ancora vivo e non in gravi condizioni, ma le tocca andare a recuperare una corda, 200 metri più in basso, e poi tornare al crepaccio e tirare fuori il polacco. Sono ancora a 6500 metri, la strada per il campo base è ancora lunga, ma alla fine ce la fanno.

Tomek Mackiewicz  al campo 4 (photo Elisabeth Revol - Arsian Ahmed facebook)
Tomek Mackiewicz al campo 4 (photo Elisabeth Revol – Arsian Ahmed facebook)

In merito alla discussione con Daniele Nardi e al comunicato stampa da lui inviato, nel quale chiamava la Revol e Mackiewicz fuori dalla sua spedizione, la francese dice: “Abbiamo iniziato la discesa da campo 4. Sapevamo che potevamo contare solo sulle nostre forze visto che daniele ci aveva mandato un messaggio chiaro e diretto quando eravamo saliti a campo 4. Anziché incoraggiarci, ci aveva detto che dal momento che avevamo rifiutato le radio, non avrebbe fatto scattare l’allarme se fosse stato il caso. Evviva l’amicizia in montagna!”.

Rispetto al rientro la Revol racconta di essere partita di corsa il 21 gennaio dal campo base per prendere il volo per la Francia il 23. “Sono stata molto sorpresa dalla versione negativa data da Daniele – ha scritto -. Ad ogni modo mi hanno rassicurato le tante persone che avevo attorno con cui continuerò a tenere lunghi rapporti di amicizia”.

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