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Talung Nord: roccia marcia e sempre verticale. Il racconto di Daniele Bernasconi

Daniele Bernasconi (photo archivio Daniele Bernasconi)
Daniele Bernasconi (photo archivio Daniele Bernasconi)

LECCO – “Non ci aspettavamo queste condizioni, immaginavamo difficoltà di questo tipo, ma non così continue. La parete è ripidissima, noi abbiamo trovato un solo posto per bivaccare in 31 tiri di corda. Avevamo sperato di poter non usare le corde nella fascia di roccia che c’è oltre quella di ghiaccio, sulla parte alta della montagna, e invece si è rivelata ostica: era marcia, tanto che non riuscivamo neanche a mettere protezioni da roccia. Dal punto massimo in cui siamo arrivati noi, ovvero a 6300, 6400 metri, c’erano ancora circa 300, 400 metri di arrampicata. È finita la corda, è finito il tempo, ma la montagna non era ancora finita..”. Questo il racconto di Daniele Bernasconi, che insieme a Mario Panzeri e a Giampaolo Corona ha compiuto un tentativo di prima salita del pilastro nord ovest del Talung, il colosso di oltre 7000 metri situato di fronte al Kangchenjunga.

Bernasconi, Panzeri e Corona sono rientrati in Italia il 28 maggio, tornati dalla loro avventura su quella parete nord del Talung, alto 7349 metri. Li abbiamo sentiti e ci siamo fatti raccontare com’è andata la spedizione: un obiettivo difficile di un alpinismo esplorativo che li ha portati a tentare una nuova via sull’impressionante pilastro nord ovest, finora mai salito da nessuno. Cominciamo dall’opinione di Bernasconi.

“I portatori ci hanno abbandonato all’inizio del ghiacciaio durante il trekking di arrivo – comincia Bernasconi, il primo dei tre che abbiamo sentito -. Di fatto siamo arrivati al campo base 8 o 9 giorni dopo di quando avremmo dovuto: era il giorno di Pasqua, il 20 aprile. Siamo andati via il 19 maggio, stando praticamente un mese durante il quale siamo andati 13 o 14 volte alla base della parete, delle quali 10 o 11 siamo saliti in parete. Una volta ogni 3 giorni eravamo su, quindi abbiamo cercato di usare al massimo il tempo che avevamo e di essere attivi. Il meteo non ci ha aiutato molto perché molte giornate sono state caratterizzate da una meteo buona al mattino e poi brutta al pomeriggio, spesso con neve. E quindi à capitato più volte di risalire le corde per poi essere costretti a tornare indietro. Gli ultimi tre o quattro giorni è stato bello invece, e di fatti siamo stati in parete”.

“Al di là dei ritardi il punto è che la parete era veramente dura – continua il lecchese -. Noi avevamo con noi 1500 metri di corde fisse e le abbiamo usate tutte. Il 16 maggio siamo saliti e abbiamo messo la tenda nell’unico posto in cui si può bivaccare, intorno ai 6000 metri: poi siamo andati ad attrezzare altri 2 o 3 tiri sopra. Il giorno dopo abbiamo preso il sacco a pelo e di nuovo abbiamo risalito le fisse: eravamo a circa 6300, 6400 metri, e poi abbiamo aperto altri 5 o 6 tiri nuovi, infine si è arenato il nostro tentativo: avevamo finito le corde, ma le difficoltà erano ancora molte”.
La montagna che si sono ritrovati davanti i tre italiani, tra i più forti nel panorama nazionale dei nostri giorni, non era quella che avevano immaginato. Sempre verticale, sempre dura: la linea seguita non ha concesso loro mai un momento di tregua.

Talung pilastro nord ovest
Talung pilastro nord ovest

“Non si riusciva a capire finché non salivi – continua infatti Bernasconi -: noi avevamo sperato di poter non usare le corde nella fascia di roccia che c’è oltre quella di ghiaccio, sulla parte alta della montagna, e invece si è rivelata ostica. In circa mezza giornata abbiamo fatto 5 tiri e siamo finiti sotto degli strapiombi. La roccia era marcia, tanto che non riuscivamo neanche a mettere protezioni da roccia. Cercavamo qualche pezzo di ghiaccio per mettere protezioni da ghiaccio: né friend, né chiodi stavano dentro. Erano una roccia che si sfaldava, non dava alcun affidamento. Su quella roccia, dal punto massimo in cui siamo arrivati noi, ovvero a 6300, 6400 metri, c’erano ancora circa 300, 400 metri di arrampicata. È finita la corda, è finito il tempo ma la montagna non era ancora finita..”

La linea scelta è stata quella che gli alpinisti hanno valutato come la più veloce. Seguire il profilo giusto del pilastro sarebbe stato ancora più difficile, soprattutto nella parte bassa.

“Tenere lo sperone integrale non era possibile – conclude il lecchese -, anche perché siamo arrivati in ritardo al campo base. Abbiamo cercato di trovare le linee più veloci: seguire il filo giusto del pilastro sarebbe stato ancora più difficile nella parte bassa. Non è una linea impossibile, magari se fossimo stati in due squadre. Certo è che salire di lì in stile alpino, senza corde fisse, vorrebbe dire veramente fare un gran umero…Fondamentalmente noi non ci aspettavamo queste condizioni, immaginavamo difficoltà di questo tipo, ma non così continue. La parete è ripidissima, noi abbiamo trovato un solo posto per bivaccare in 31 tiri di corda. È il mio parere: forse avevamo un po’ sottovalutato le difficoltà, nel senso buono del termine. Alla partenza con Mario dicevamo: abbiamo 1500 metri di corda, ma non li useremo tutti, al massimo qualche tratto. E invece forse ne servivano ancora altri 300 metri, per arrivare su un bacino dove si cammina e da lì poi andare ancora avanti, fino alla cima. Comunque ce la siamo giocata, quando apri una via nuova è sempre un’incognita”.

Nei prossimi giorni su Montagna.tv pubblicheremo anche l’opinione degli altri protagonisti della spedizione.

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