Arrampicata

Il 2013 un anno difficile. Il bilancio di Manolo

Manolo su Eternit
Manolo su Eternit

TRANSACQUA, Trento — L’anno che si è appena chiuso è stato per lui un anno difficile. Infortuni, incidenti l’hanno portato all’impossibilità di arrampicare e per uno che nella vita si è guadagnato il soprannome di “Mago” del verticale non è stato certo da poco. Tuttavia il 2013 ha fornito a Manolo – al secolo Maurizio Zanolla – il tempo di “scrivere, catalogare, disegnare, telefonare”, e quindi ultimare la sua guida di arrampicata “In Bilico …fra la storia e i racconti delle vie nelle falesie di Primiero”: un’occasione per guardarsi indietro e fare i conti con la propria storia e quella di un posto, che in qualche modo ha segnato l’evoluzione stessa dell’arrampicata. E il futuro? “Comincio a non pensarci seriamente a certe cose – ci ha detto in questa intervista -, bisogna anche un po’ sdrammatizzare, sai. In fondo che cos’è la scalata? Stiamo poi sempre un po’ giocherellando”.

Manolo che anno è stato per te questo 2013?
Un anno difficile. Era iniziato male perché il 30 dicembre del 2012 ho preso una scivolata davanti a casa e ho avuto dei traumi importanti che mi hanno bloccato per 6, 7 mesi e non ho ancora risolto. Il rovescio della medaglia è che avevo da finire la mia guida e se non avessi avuto l’infortunio mi sarei concentrato su altre cose, non sullo scrivere, catalogare, disegnare, telefonare. Non ho scalato, cosa che probabilmente avrei comunque avuto più piacere fare, ma almeno così a luglio sono riuscito a finire la mia guida. Dal punto di vista della scalata avevo tentato di riprendere alla fine dell’estate, mi ero di nuova avvicinato all’8c, che per la mia età è un grado anche appagante. Ma poi ho subito un altro infortunio, e allora ho detto: basta, non è un buon anno.

Cosa ti è successo?
Io ho avuto diversi infortuni, alcune sono solo conseguenze di incidenti avvenuti da giovane che ancora pago. E poi è evidente che sconto un calo fisiologico, nell’elasticità, nella forza. Certo fino a un annetto fa ho fatto l’ultimo 9a mi ero impegnato seriamente e stavo anche bene. Poi dopo ho rotto un tendine, ho avuto altre complicanze, problemi alla schiena e quindi diventa sempre più difficile riprendere. È difficile spiegarti come a una certa età sia difficile recuperare. Ho chiuso di recente un tiro, un 8c di cui non ho parlato perché ormai non fa più neanche tanto notizia e perché è un posto che mi piacere tenere per me. Ma se ti fermi la forza di gravità è implacabile.

Un libro quest’anno e un film l’anno prima, Verticalmente Demodè, che ha avuto un grande successo..
Il film è stata una sorpresa anche per noi, forse non c’era niente di meglio in giro per vincere 15 premi in giro per il mondo? Non credo che sia stato molto benvoluto nell’ambiente degli arrampicatori puri, perché molto diverso da un classico film di arrampicata. Ed era anche molto ambizioso perché non voleva raccontare una semplice performance sportiva. Con Davide, il regista, abbiamo anche litigato sulla lentezza, sul ritmo, che io avrei preferito un po’ diverso. Poi alla fine devo ammettere che ha avuto ragione perché c’è molta poesia. Volevamo cercare di far vedere l’arrampicata dall’interno, dal punto di vista emozionale. Avevamo bisogno di una forma di storia e di una colonna sonora che rendesse la mentalità che a volte potrebbe quasi sfiorare l’ossessione.

 

Manolo  (Photp Maurizio Puato - www.verticalmentedemode.com)
Manolo (Photo Maurizio Puato – www.verticalmentedemode.com)

Il libro, il film, sono modi di guardarti indietro?
Potrebbe darsi, a dire il vero mi sembra anche strano che io mi sia messo ad esternarmi. La prima cosa che toglievo dallo zaino prima era la macchina fotografica, figurarsi la cinepresa che non è mai stata neanche messa dentro. Il documentario è nato per una ragione banalissima, perché ho poca memoria. Ho rispolverato una vecchia telecamera che avevo usato quando è nato mio figlio: l’avevo usata un anno e poi avevo visto che non mi piaceva. Pensavo si fosse anche rotta, invece quando provavo quella via mi servita per memorizzare, e usandola l’ho chiusa. Avere questo documento in mano è stata la motivazione per provare a raccontare cosa è stato per me quell’esperienza e quel posto.

Hai mai pensato all’insegnamento?
Non credo di essere molto bravo, ho poca inclinazione. Per insegnare bisogna trovare un metodo che sia diretto, logico. Io sono molto irrazionale nel mio modo di scalare. Ma ho anche pensato che sia un peccato che il percorso che ho fatto per comprendere la scalata vada perso. Non tanto per me, ma per gli altri, perché sono sicuro che quello che ho fatto, nel bene e nel male, è servito molto per far progredire la scalata. Non voglio certo ritenermi il “padre fondatore” della scalata, ci mancherebbe, ma penso di aver dato un apporto importante per il suo sviluppo e perché diventasse quello che è diventata, anche solo nell’aprire mentalmente nuove possibilità. Quando vedi un altro che riesce a fare qualcosa inizia a sembrarti possibile e pian piano il tabù mentale cade, e mi riferisco alle difficoltà ma anche all’età.

Li porti i tuoi figli ad arrampicare?
No, non scalano.

Quest’anno si è verificata la tragedia di Tito Traversa e in molti si sono interrogati sulla questione dei limiti a cui dovrebbero potersi spingere i giovanissimi. Tu cosa ne pensi?
Io non credo che la difficoltà sia così influente. Se fare un 8b per un ragazzino di 12 anni non è drammatico fisicamente, non gli provoca lesioni, e se uno comincia a scalare molto presto, come ha fatto per esempio Adam Ondra, credo che si tratti di un’evoluzione che dobbiamo accettare, forse siamo noi troppo fermi. L’arrampicata ha la prerogativa di contrastare con il gesto atletico la gravità. Questo l’accosta anche alla ginnastica artistica, e se noti gli atleti che concorrono in Coppa del mondo sono molto giovani. Certo c’è un limite a questa giovinezza. Fare l’8b a quell’età è una cosa abbastanza normale se pensiamo che poi da grande dovranno fare il 10a o il 10b. Se l’arrampicata potesse avere tanti giovani atleti quanti si avvicinano per esempio al pallone, sarebbe normalissimo vedere gente a 12 anni che fa l’8b. Questo naturalmente avendo il tempo per allenarsi, le strutture, qualcuno che ti allena.  Quello che mi sembra meno normale è lasciare in una situazione che è sempre e comunque di pericolo una persona di quell’età. Un 12enne non è responsabile, né lo potrà mai essere, di quello che sta facendo. Non perché sia stupido, ma perché è difficile anche per un adulto avere il controllo su molte cose. Te ne accorgi sempre dopo di quanto sia banale: basta fare un nodo sbagliato e sei per terra, basta guardare da un’altra parte mentre il tuo compagno cade e avere la corda per due metri lasca. È inutile avere un chiodo a ogni metro se il resto non funziona. L’anello debole della catena è la concentrazione e l’errore umano, dobbiamo vigilare più attentamente su queste cose.  Il resto sono incidenti di percorso che possono succedere a chiunque e ovunque in qualsiasi momento.

Che programmi hai per il prossimo anno?
Non ho progetti al momento perché ancora fisicamente non mi sento a posto. Poi comincio a non pensarci seriamente a certe cose, bisogna anche un po’ sdrammatizzare. In fondo che cos’è la scalata? Stiamo poi sempre un po’ giocherellando. Non è poi così importante, e mi sono ripromesso che certe difficoltà non voglio più affrontarle perché non sono più accessibili. Ma non sono così irrequieto, sai? Non ho bisogno di fare chissà che, sono sufficientemente appagato di quello che ho fatto.

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