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Ueli Steck all'Annapurna, i racconti di Steck e Bowie

Ueli Steck  (Photo patitucciphoto.com)
Ueli Steck (Photo patitucciphoto.com)

KATHMANDU, Nepal –  È un lungo ed emozionante racconto quello della salita all’Annapurna di Ueli Steck: 28 ore, da solo, slegato, dal versante sud, completando la via di Lafaille e Beghin. A distanza di pochi giorni dall’impresa di cui tutti parlano nel mondo dell’alpinismo, ecco i resoconti dello stesso Steck e del compagno di spedizione Don Bowie, che dal campo base avanzato ha seguito l’amico da lontano.

La spedizione era partita bene fin dall’inizio. La squadra era quella giusta e pure il tempo, nonostante una parentesi di pioggia e neve nei primi giorni di ottobre. Alla fine  è arrivato il momento di tentare. “Il 9 ottobre alle 5:30 siamo partiti – racconta Steck -. Dan e Jonah Patitucci , Don Bowie e io. Andava tutto alla perfezione. Il tempo era buono, ma il vento era un po’ forte.  Don Bowie, il mio compagno, ha deciso sotto la Bergschrund (la crepacciata terminale) di non entrare in parete. Mi ha detto che era tecnicamente troppo impegnativo per lui scalare senza corda. E questa è una premessa fondamentale per questa via. Dalla terminale ho scalato da solo”.

“Guardando la bergshrund si sono rinnovati i miei dubbi nel salire slegato il tratto sopra campo 1 – conferma Bowie nel suo racconto -. E poi Ueli aveva quello sguardo negli occhi, uno sguardo che ho imparato a conoscere nelle altre 3 spedizioni sugli ottomila che ho fatto con lui. Era giunto il momento, e stava per farla da solo. Gli ho dato il mio cibo, una bottiglia in più di acqua e i 60 metri di corda da 5mm che avevo dietro io. Lui ha messo nello zaino il materiale, mi ha sorriso e si è rigirato a guardare la parete, scalando il cono di neve verso il gradino verticale di roccia. ‘Ci vediamo eh?'”.

Seguendo Ueli Steck  (Photo patitucciphoto.com)
Seguendo Ueli Steck (Photo patitucciphoto.com)

“In un primo momento non è stato facile passare nella modalità ‘solitaria’ – continua Steck -. Ma le buone condizioni mi hanno aiutato a concentrarmi velocemente sulla scalata. Ancora una volta, le cose sono andate alla perfezione. A 6100 metri avevamo lasciato dei materiali. La settimana prima ci eravamo acclimatati in parete e avevamo lasciato corda, tenda, un fornelletto e qualcosa da mangiare”.

A quel punto Steck ha preso con sé la tenda e il fornelletto, lasciando invece il resto, compreso il sacco a pelo, per evitare di caricarsi troppo di peso. Nel frattempo i suoi compagni di spedizione guadagnavano il campo base avanzato.
“Nel tempo che abbiamo impiegato a raggiungere il campo base avanzato – scrive Bowie -, Ueli aveva già lasciato campo 1 e raggiunto la seconda fascia di roccia in parete, salendo velocissimo, e sebbene minuscolo riuscivamo comunque a vederlo in parete ad occhio nudo”.

Sacco a pelo, tè caldo e macchina fotografia e Bowie e gli altri compagni di spedizione hanno seguito Steck per tutta la salita sulla Headwall.  “Con grandi lenti vedevamo le valanghe diventare più grandi – continua Bowie -, scivolare sulla parete dall’alto, e per la prima volta mi è salita l’ansia per Ueli. Sapevo che se i venti si fossero mantenuti più o meno come erano in quel momento vicino alla cima, circa 70, 80 km/h o più, non c’era modo che potesse raggiungere la cima”.

Don Bowie e Ueli Steck  (Photo patitucciphoto.com)
Don Bowie e Ueli Steck (Photo patitucciphoto.com)

“La salita fino alla headwall è stata relativamente facile – racconta Steck -. Dai 6600 metri si è alzato il vento e lo spindrift (ndr. massa di neve polverosa trasportata dal vento). Ho scalato fin sotto la headwall. Qui ho preferito montare la tenda e aspettare. Avevo diverse possibilità: aspettare che il vento diminuisse e continuare a salire o scendere il giorno dopo. Dal momento che non riuscivo a trovare un posto in cui piazzare la tenda sono sceso. 100 metri più in basso ho trovato un crepaccio”.

Un posto protetto e ideale per bivaccare spiega Steck: lì ha mangiato e bevuto, mentre il sole tramontava e le correnti calavano, esattamente come era successo la sera prima al campo base avanzato. Qui Bowie spiegava nel frattempo a Dan e Jonah Patitucci che già nel 2008 lui e Steck avevano bivaccato in un crepaccio a 7000 metri.

“In breve è venuto buio e il vento si è calmato – continua Steck -. Ho capito che era la mia chance. Ero certo che il giorno dopo il vento si sarebbe sollevato di nuovo quindi questa era la mia unica occasione per raggiungere la cima durante la notte”.

La salita di Ueli Steck  (Photo patitucciphoto.com)
La salita di Ueli Steck (Photo patitucciphoto.com)

Lo svizzero ha salito la headwall lungo una linea di ghiaccio e neve che saliva tra le rocce. Un terreno perfetto per una salita in quello stile. La quota non è un problema, lo è se mai il freddo, soprattutto perchè nel tentativo di fare una foto Steck ha perso un guanto di piuma e la macchina fotografica insieme. “Passo dopo passo mi muovevo – continua Steck -. Continuavo a dire a me stesso “lotta, lotta”. E ancora e ancora. Quando ho raggiunto la cresta non riuscivo a crederci. Era notte, il cielo pieno di stelle e la cresta andava verso il basso davanti a me. Ho preso l’altimetro e ho verificato scrupolosamente, avevo seguito la cresta e sapevo: ero sul punto più alto. Ho trascorso non più di 5 minuti lì prima di cominciare la discesa. Ero ancora in piena tensione. L’obiettivo era raggiungere la crepacciata terminale. Poi tutto sarebbe andato bene!”.

E così è stato. Steck, Tenji Sherpa, Don Bowie e Dan Patitucci si sono incontrati sul ghiacciaio, al rientro dall’epica impresa.  “Mi venivano incontro – racconta Steck -. Tenji aveva una coca cola, un pezzo di pane e una mela per me. E’ stato semplicemente fantastico. Ce l’ho fatta”.

“Ora possiamo andare a casa – ha detto Steck guardando in faccia i compagni che gli andavano incontro -. Cima”. “Ho riso rumorosamente mentre ci davamo un virile abbraccio con ripetute pacche sulla spalla – ha concluso Bowie -, poi gli ho detto alcune parolacce in amicizia e mi sono congratulato con lui per la sua incredibile impresa. Nonostante non sia salito oltre i 6600 metri è stato fantastico assistere alla scalata di Ueli, e sono contento della mia decisione. Sono elettrizzato per quello che Ueli è stato in grado di fare e accetto serenamente il fatto che scalare l’Annapurna in quel modo era semplicemente al di là delle mie possibilità”.

Photo www.uelisteck.ch – http://patitucciphoto.com

Info: www.uelisteck.ch – www.donbowie.com

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4 Comments

  1. Lui è una “belva”.su questo non si discute…
    Ma gli devo credere ?
    la storia del guanto e ancor di più della macchina fotografica mi lasciano un pò perplesso….

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