Alpinismo

Cerretelli: non è droga, ma cambia le prestazioni

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MILANO — Paolo Cerretelli, 75 anni, è una della massime autorità mondiali nel campo della ricerca medica e fisiologica in alta quota. Ha partecipato a numerose spedizioni alpinistico -scientifiche con il Comitato Ev-K2-CNR, di cui è presidente onorario, ed ha studiato a fondo i processi di adattamento dell’uomo all’ipossia cronica, con particolare riguardo ai problemi dell’assunzione, trasporto e dell’utilizzazione dell’ossigeno.

Professor Cerretelli, quali sono, in sintesi, gli effetti che produce l’utilizzo di ossigeno in alta quota? Quanto aumentano le prestazioni di uno scalatore?
Intanto bisogna premettere che il ripristino delle prestazioni dipende dalla quantità di ossigeno che si assume. Si può decidere di far affluire nella maschera 1 litro di ossigeno al minuto, 2 litri al minuto o 4 litri al minuto, che arricchiscono l’aria presente nell’ambiente. A parità di ventilazione polmonare del soggetto, quanto più ossigeno si fa affluire quanto più vantaggio trae l’alpinista, che è come se si abbassasse progressivamente di quota.
 
Di quanto?
Non si può calcolare di preciso, perché dipende dalla ventilazione polmonare (soggettiva) e dalla maschera. In generale, si può dire che 4 litri al minuto riportano un alpinista che si trova a ottomila metri vicino ai cinquemila. Ma è ovvio che su uno che respira ottanta litri d’aria al minuto, l’ossigeno ha meno effetto rispetto a un soggetto che respira venti litri al minuto perché si diluisce in un volume molto maggiore di aria.
 
Che differenza c’è tra chi decide di utilizzare l’ossigeno durante il riposo e chi lo fa durante la scalata?
E’ molto diverso. A riposo, l’ossigeno porta un miglioramento delle condizioni soggettive della persona, che riposa meglio e ha una migliore termoregolazione. Tale operazione per brevi periodi di tempo (con 1 o 2 litri al minuto perché a riposo ventila poco rispetto a quando cammina) potrebbe anche essere favorevole. Se uno invece usa la bombola durante la scalata il vantaggio non solo tangibile, è enorme! Ha più ossigeno disponibile e va molto, molto più veloce.
 
Gli alpinisti che scalano sempre senza ossigeno quali rischi corrono, a breve termine e a lungo termine?
Per una semplice scalata, i rischi sono soprattutto relativi ad incidenti – meteorologici o traumatici -che allungano i tempi della scalata più del previsto. Se l’alpinista non ha l’ossigeno d’emergenza ha un rischio molto maggiore. A lungo termine non ci sono danni permanenti descritti e obicttivati, e nessuno di quelli che hanno fatto gli ottomila senza ossigeno è rincitrullito… Tutti i professionisti che sono saliti sull’Everest senza ossigeno hanno continuato a lavorare, avvocati, medici e guide alpine. Forse, se ne potrebbe parlare se un alpinista salisse a ottomila metri per centinaia di volte, ma è un’ipotesi impossibile. Quanto più si è esposti ad ipossia estrema tanto più sono facili incidenti di natura neurologica, ma i tempi d’esposizione che sappia io, sono in ogni caso molto piccoli.
 
Che rischi corre chi utilizza l’ossigeno in quota ed improvvisamente resta senza?
Si trova di fronte ad un’ipossia a onda quadra: con l’ossigeno respirava come a quota seimila e staccandosi si trova di colpo a ottomila metri. Ha una caduta improvvisa d’ossigenazione mentre fa uno sforzo che senza ossigeno non può più compiere. Per questo può andare incontro ad una perdita di coscienza rapida: con un consumo proprio di un metabolismo ancora accentuato, l’alpinista potrebbe trovarsi in uno stato di ipossia così grave da aver conseguenze non solo sulla motricità ma anche sulla conoscenza.
 
Pensa che utilizzare l’ossigeno sia "prudenza" o "slealtà sportiva"?
Portarselo dietro, senza usarlo se non in caso di emergenze, è prudenza più che giustificata. Usarlo non è slealtà, si tratta solo di un paragone improponibile tra la prestazione di chi lo usa e chi no: se ci sono venti Sherpa sul percorso pronti a cambiare le bombole quando sono esaurite, consentendo allo scalatore di respirare a pieno canale come se fosse in pianura, lui può anche metterci tre ore ad andare in cima, ma certo non è da confrontare con chi compie lo sforzo immane di salire senza ossigeno. Diventa slealtà solo se si dichiara il falso, se l’alpinista che lo usa nell’ultimo tratto prima della vetta perché non ce la fa più poi non ammette d’aver ceduto.
 
Ritiene che, dal punto di vista sportivo, l’utilizzo di ossigeno possa essere paragonato al "doping"?
No di sicuro, perché l’ossigeno non è una sostanza particolare, è nell’aria. Ma certamente se le regole della prestazione prescrivono la salita senza ossigeno, usarlo è sbagliato. Dico che non è una droga perché non potenzia la persona, la riporta solo alle sue condizioni normali. E’ lo stato di ipossia ad essere anormale. Il doping è un concetto che a mio parere qui non si applica. L’importante è che tutte situazioni vadano dichiarate per fare i giusti paragoni: se uno non lo fa è un truffatore.
 
Pensa che sia importante, sempre dal punto di vista sportivo, che gli alpinisti che porteranno in cima all’Everest la fiamma olimpica nel 2008 scalino senza ossigeno?
Assolutamente sì. La prestazione che l’atleta fa respirando aria ambiente è molto più impegnativa e molto più di valore. Se si organizzano i passaggi di bombole su tutto l’itinerario, che cosa vuoi dire portare in cima la fiaccola? Serve per dimostrare che cosa? Che si può fare? Questo è già ovvio. Portarla su senza ossigeno invece potrebbe lanciare un bel messaggio: "l’alpinismo non è sport olimpico ma l’alpinista ha dato tutto, è arrivato al top che l’uomo possa raggiungere, è assimilato ai migliori atleti del mondo.". Sarebbe molto importante, magari difficile, magari impossibile, ma si deve provare. Altrimenti non vedo nemmeno perché uno dovrebbe portarla lassù.
 
Sara Sottocornola

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