Alpinismo

Maspes: vi racconto l’altra Patagonia

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SAN MARTINO VALMASINO, Sondrio — La pace di mondo bianco, circondato da imponenti montagne. Un viaggio fatto di cordate improvvisate e  "movida" argentina. Un’alpinismo libero che affianca sogni come il CerroTorre (nella foto) e mete meno note, ma egualmente affascinanti. Luca Maspes racconta la sua ultima trasferta in Patagonia.

Maspes, tre aggettivi per definire il tuo ultimo viaggio in Patagonia. Per ognuno, spiega il perchè.
E’ stato un viaggio “libero” perché pur partendo con un’idea in testa, ce ne siamo poi fatte tante altre guardando semplicemente al giorno dopo. “Rilassante” perché la Patagonia è, prima di tutto, una vacanza ed è venuta dopo due viaggi Up Project in cui mi era toccato fare l’organizzatore di tutto e anche il “capo-spedizione”. “Divertente” perché nelle lunghe fasi di non scalata ci siamo comunque sempre divertiti, senza piangere per il maltempo, e ci siamo anche ben mischiati nel life-style argentino. Per tutto questo ringrazio Marcello che mi ha proposto questo viaggio da accettare al volo 10 giorni prima della partenza.
 
Quanti giorni hai potuto dedicare all’attività alpinistica? E quali sono stati i risultati?
Il mese di dicembre è stato pessimo, tanta acqua e anche un po’ di neve fin quasi a Chaltén. Un mese dedicato  al paese e a qualche timido avanti e indietro dalla Piedra del Fraile dove avevamo lo zaino pronto. Solo a fine dicembre è arrivato un pomeriggio buono, poi la mattina all’alba è tornato di nuovo brutto tempo arrivato di getto proprio quando eravamo pronti sotto una via di ghiaccio. Eravamo io ed una ragazza svizzera incontrata sul posto. In seguito, a gennaio, ha fatto bello per un totale di 7 o 8 giorni: 4 impiegati per tentare la Ovest del Torre, 2 per tentare io il Fitz Roy e Marcello di nuovo il Torre (ma dalla “Maestri”), 2 infine per salire la Saint Exupery.
 
Quali erano i vostri programmi di salita? Li avevate già in mente o li avete decisi laggiù?
C’era questa idea di Marcello per la Ovest del Torre. Volevamo andare a fare un giro su quella che dicono – e credo anche io – sia la via di ghiaccio più affascinante del pianeta, la “Ferrari”: la più emblematica e probabilmente conosciuta impresa della storia dei Ragni di Lecco. Un’idea che mi è piaciuta subito. Una cordata a due in un posto isolato, il viaggettino nello Hielo Continental, vedere il Circo de Los Altares, provare una via incredibile e ripetuta fino in cima solo da 5 o 6 cordate in oltre 30 anni. Se la cosa non andava, avevamo la prospettiva di massima libertà sulle scelte del "dopo Cerro Torre", sul cosa avremmo provato a fare in seguito nel viaggio.
      
Hai scalato sempre con il tuo compagno di viaggio o vi siete aggregati ad altre cordate?
Il viaggio delle cordate improvvisate lo definirei, anche questo, molto divertente. Noemi è stata la mia prima compagna, conosciuta alla Piedra del Fraile. Svizzera, sempre sorridente, in una lunghissima vacanza sabbatica nel Sudamerica, sia a spasso che a far trekking lunghissimi. Senza aver veramente capito se era una scalatrice o no, l’ho attrezzata con il materiale di Marcello e le ho proposto una sorta di giro d’allenamento dopo 20 giorni di brutto tempo: la pressione stava finalmente risalendo un po’. Con lei, tenacissima, abbiamo provato un couloir dell’Aguja Guillaumet ma proprio alla crepaccia terminale la neve ci ha fermati poco prima che ritornasse la solita bufera. Pochi giorni dopo siamo ripartiti per un trekking di 3 giorni intorno al Cerro Huemul: tempo discreto e tutto di corsa. Marcello in quei giorni non era in zona, si
era assentato per trascorrere il capodanno in famiglia nel Nord dell’Argentina.
 
E poi, a gennaio?
Al rientro dal tentativo al Torre di inizio gennaio, mi sono invece accordato con Carolina, la dottoressa di Chalten e amica da tanti anni, a cui avevo promesso prima o poi un tentativo insieme da qualche parte. Abbiamo provato il Fitz Roy ma al secondo giorno, sotto la Brecha de Los Italianos e ancora nella notte, siamo finiti in una di quelle classiche situazioni in cui non sai che fare. Cordate che tornavano indietro, neve che faceva schifo, il vento che si sentiva soffiare in alto. Abbiamo preferito rinunciare e con il senno di poi è andata bene così. Infine, c’è stata la doppia cordata “latina”: io l’italiano, Lukas l’argentino, Kike lo spagnolo e Nico il brasiliano. All’ultima occasione buona, a due giorni dal rientro a casa, siamo saliti al Bivacco dei Polacchi nella valle del Torre e il giorno dopo abbiamo scalato la “Cumbre” della mia vacanza, l’Aguja Saint Exupery. Una bella e lunga scalata di roccia con un po’ di misto interessante sotto la
cima, un premio inaspettato per un viaggio già particolare.
      
A parità di grado di difficoltà, che differenza c’è tra le scalate sulle Alpi e le scalate in Patagonia?
Quando è bello sei come sulle Alpi, forse è anche più caldo se non tira il solito vento. Sul Torre ci siamo dovuti fermare per questo, un remake del tentativo al San Lorenzo di 5 anni fa. Calma piatta, sole implacabile, un ghiacciaio infinito come riflettore di calore. L’orologio segnava 47°, probabilmente era anche un po’ impazzito, però almeno 30 gradi c’erano davvero. Veniva giù tutto, ghiaccio dalle pareti e slavine dai canali, ma fortunatamente abbiamo trovato al volo una crestina di roccia protetta dove abbiamo trascorso tutta la giornata e la notte prima di calarci. E abbiamo deciso subito che per una via di ghiaccio non eravamo nel momento giusto! Con il brutto tempo invece stai veramente conoscendo l’alpinismo in Patagonia. Un maltempo diverso, fastidioso, che ti può complicare veramente tutto, in salita ma anche in discesa, quando ti tocca scendere per tante corde doppie che con il vento finirebbero incastrate da qualsiasi parte.
      
Qual è il posto più bello della Patagonia?
Penso che tutta la Patagonia delle montagne abbia un fascino esclusivo e credo sia proprio perché le montagne le puoi ammirare veramente poco. Quest’anno il luogo e il momento che più mi è piaciuto, è stato la prima volta nello Hielo Continental in una giornata di sereno, trainando senza fatica una slitta che ti segue silenziosa. Lì sono stato veramente nella pace assoluta, ti guardi in giro e vedi solo un silenzioso mondo bianco, piatto per decine di chilometri e circondato da montagne con dislivelli himalayani. Anche Marcello non lo vedevo più.
      
Raccontaci un incontro particolare fatto laggiù.
Non ne potrei citare nessuno in particolare perché sono tutti dei bei ricordi. Per me finire in Patagonia partendo da un paesino di 300 anime come quello in cui vivo in Italia, è come scendere in città e poter socializzare con tante persone. Incontri mezzo mondo alpinistico internazionale, rivedi gli amici di Chaltén e ti fai tante nuove conoscenze. Quest’anno abbiamo vissuto a contatto con quelli che vengono soprannominati gli “hippies”, ragazzi giovani che si fanno la stagione in tenda nell’unico campeggio libero che c’è e lavorano saltuariamente come aiuto-guida o portatori per gli alpinisti. Il resto del tempo è slack-line, chitarra e un po’ di bouldering sui massi intorno al campeggio. Il resistentissimo Lucas, conosciuto l’anno prima al Piergiorgio, è diventato anche compagno mio e di Marcello per provare qualche scalata.
      
Come hai passato il tempo durante il quale non hai scalato?
A Chaltén nel piovoso mese di dicembre abbiamo fatto uno scherzo in paese. Ci siamo finti compilatori di una guida sui ristoranti del paese e abbiamo cominciato a cenare ogni sera in uno diverso. A fine serata valutazioni su rapporto qualità-prezzo, onda (l’ambiente) e il servizio, da un minimo di un asterisco ad un massimo di quattro. La voce si è sparsa e dopo due giorni la nostra entrata nei ristoranti era accolta con un certo rispetto… A gennaio invece, in mezzo alle puntate sui monti, ci siamo dedicati ad altri passatempi come insegnare l’arrampicata ad un ballerino di tango, ideare video-tournée in Italia per un bravissimo alpinista argentino, amminare avanti e indietro dalla Chocolateria al Rancho Grande, luoghi di ritrovo per turisti e climber, e per finire un po’ di shopping visto che le sacche, al ritorno, hanno un po’ di spazio in più.
     
Com’è un Natale patagonico?
Per i "locals" è una festa, diciamo un’altra occasione per danzare e sbronzarsi fino a tarda notte. Differente così dal nostro dove oltre a riempirci lo stomaco ci viene suggerito anche il diventare buoni e riflessivi. Per contro la festa di Capodanno l’ho vissuta come un momento di maggior tranquillità, come se il fatto di “dover” far sempre festa riuscisse calmare i caldi animi argentini.
     
La prossima volta che tornerai in Patagonia, quale montagna vorresti salire?
Non si sa quando si tornerà in Patagonia. Ogni volta che pensi di raggiungerla il viaggio salta per vari motivi, quando invece non ci stai pensando ti arriva l’occasione, come questa volta. Comunque ho lasciato giù in deposito un bel po’ di materiale, quindi prima o poi ci tornerò. Non escludo che andrei ancora volentieri nel Circo de Los Altares, sotto la Ovest del Torre. C’è la via di ghiaccio più bella del mondo e c’è anche uno dei posti più unici al mondo per un alpinista.
    
I Ragni, con il tuo amico Hervè Barmasse, sono al Piergiorgio, una montagna che conosci bene. Un’opinione sulle loro possibilità di riuscita.
E’ impossibile fare previsioni. Devono avere la grande botta di fortuna che devi avere per ogni montagna “giù di là”, tutto qua… Sono in tanti, e altri tipi di problemi non ne immmagino.
 
 
Sara Sottocornola

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