Alpinismo

Salvaterra: fallita la missione in Patagonia

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EL CHALTEN, Patagonia — La traversata Cerro Torre – Cerro Standhardt. Ecco cos’aveva in mente Salvaterra quando il mese scorso è partito per l’ennesima volta verso la Patagonia, lasciando un alone di mistero attorno alla sua spedizione. Ma sono stati quaranta giorni di acqua, neve e vento forte. Di tentativi falliti ancor prima di iniziare, di notti in bianco aspettando invano un’alba serena.

Salvaterra, al suo ventitreesimo viaggio in Patagonia, era partito insieme ad Alessandro Beltrami e Rolando Garibotti. Gli stessi compagni con cui l’anno scorso aveva messo a segno la prima ripetizione della Nord del Cerro Torre, dopo ben 46 anni dalla storica impresa di Cesare Maestri e Toni Egger.
 
Si sapeva che la destinazione sarebbe stata ancora una volta il Cerro Torre (3.133 metri). Ma i tre alpinisti non si erano sbottonati sull’obiettivo che si apprestavano a tentare di raggiungere.
Volevano "esagerare". E chiudere quell’ambizioso progetto iniziato oltre quindici anni fa con Maurizio Giarolli, Elio Orlandi e Andrea Sarchi. Proseguito con Adriano Cavallaro e Ferruccio Vidi, fino allo Spigolo dei Bimbi della Punta Herròn. Tentato da molti alpinisti stranieri, che si sono spinti fino alla Torre Egger. Ma la traversata completa non è ancora riuscita a nessuno.
 
Allo sbarco in Patagonia, li ha accolti il sole. Tanto che, senza darsi quasi il tempo di riposare, Salvaterra e compagni avevano subito iniziato le scalate in attesa che la parete del loro "progetto" fosse in condizioni. Entro qualche giorno dall’arrivo avevano già salito il Cerro Standhardt (2.650  metri) lungo la difficile via “Festerville”, sullo spigolo nord, bivaccando sulla cima.
 
Ma la fredda e ventosa guglia del Torre, quest’anno non si è concessa ai tre alpinisti italiani. Uno sfiancante succedersi di finestre di bel tempo annunciate e mai durate più di un giorno. Un vento che più volte ha superato i 100 chilometri orari.
 
Il trio ha vissuto per quasi due mesi tra il villaggio di El Chalten e la truna che periodicamente
raggiungeva pieno di speranze. Speranze sempre uccise dalla bufera che spazzava il ghiacciaio, dalla neve che a volte arrivava fino alla cintola, dalle pareti impraticabili e troppo impastricciate di ghiaccio e nevischio.
 
Solo una volta sono riusciti a metterci le mani, ma hanno dovuto scendere dopo aver percorso poche decine di metri. E, alla fine, hanno deciso di rientrare in Italia, dove sono sbarcati proprio questo weekend. "Per il nostro progetto servivano condizioni ottimali – ha detto Salvaterra -. A malincuore, abbiamo rinunciato. Non potevamo fare altro".

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