Attualità

Bandiere Verdi e Nere delle Alpi: una montagna divisa tra azioni che generano e tolgono valore

Dal Dossier Bandiere Verdi e Nere 2026 di Legambiente emerge la mappa di una "montagna attraversata da due visioni opposte di sviluppo": assegnati 19 vessilli green, con il Friuli-Venezia Giulia al primo posto, e 7 neri.

“Le Bandiere Verdi e Nere 2026 raccontano una montagna attraversata da due visioni opposte di sviluppo. Da una parte ci sono comunità che costruiscono valore territoriale attraverso la cura dei luoghi, le economie locali, le relazioni sociali e la tutela degli ecosistemi. Dall’altra persistono modelli intensivi fondati su grandi opere, consumo di suolo e sfruttamento delle risorse”. È con questa netta fotografia che Vanda Bonardo, responsabile nazionale Alpi di Legambiente, ha commentato i dati emersi in occasione del X Summit nazionale delle Bandiere Verdi, svoltosi a Rovereto.

L’evento – organizzato da Legambiente in collaborazione con Dislivelli e con il contributo di Patagonia, Comune di Rovereto, La Foresta, Cassa Rurale VallaGarina – ha riunito esperti, associazioni e realtà locali per un confronto a tutto campo sulle sfide cruciali delle terre alte: dagli impatti della crisi climatica al progressivo spopolamento, dal valore delle comunità come generatrici di solide economie territoriali alla coesistenza con la fauna selvatica.

Un appuntamento che celebra anche un traguardo storico: nell’ultimo decennio (2017-2026) il Summit ha assegnato ben 177 Bandiere Verdi, che vanno ad aggiungersi alle 145 premiate dal 2004 al 2016, portando a 322 il totale delle esperienze virtuose complessive. Esperienze capaci di dimostrare come la montagna possa trasformare la propria fragilità in un laboratorio di futuro, generando benessere durevole attraverso la salvaguardia e promozione di biodiversità, cultura e coesione sociale. In questa specifica edizione 2026, lo scatto di Legambiente sull’arco alpino ha visto la presentazione e la consegna di 19 Bandiere Verdi a fronte di 7 Bandiere Nere.

Bandiere Verdi: pratiche che generano valore territoriale

Le 19 Bandiere Verdi del 2026 testimoniano una montagna “controvento” che si rigenera oltre i vecchi modelli estrattivi, in linea con il trend dello scorso anno. Regina green è il Friuli-Venezia Giulia (5), seguita da Trentino-Alto Adige (4), Piemonte (3), Lombardia (3), Valle D’Aosta (2) e Veneto (2). Questa mappatura risponde a un cambio di paradigma, così sintetizzato da Vanda Bonardo:lo sviluppo della montagna non può più essere misurato soltanto attraverso il PIL. La vera ricchezza si misura anche nella capacità di generare coesione sociale, qualità ambientale e resilienza”.

I riconoscimenti sono divisi in cinque categorie che spesso si sovrappongono per la complessità delle esperienze. I pilastri “Comunità e rigenerazione” e “Conoscenza e ricerca” guidano la classifica con sei bandiere ciascuno, seguiti da “Cura dell’acqua e degli ecosistemi” ed “Economie locali” (cinque a testa) e infine “Turismo e abitare” (quattro).

Sul fronte di acqua ed ecosistemi, spiccano il piemontese Bando Acquevive, che reinveste i canoni idrici in riqualificazione fluviale, e l’associazione Togreenther in Valchiusella (TO), attiva nel recupero comunitario dei boschi incendiati. Accanto a loro si distinguono il Comitato Dora Baltea Viva (Valle d’Aosta), il Consorzio Vicinale di Bagni di Lusnizza (Udine) a difesa del Rio Zolfo, e la trentina Unser Wald, che protegge il faggeto di Caldaro dall’innevamento artificiale.

Molte di queste realtà convergono nella rigenerazione comunitaria, ambito in cui brilla la cooperativa sociale iLvB (I Love Val Brembana) di San Pellegrino Terme (BG), che unisce sviluppo locale e inclusione lavorativa di persone con fragilità, affiancata dal Resinelli Tourism Lab a Lecco, esperimento partecipato fondato da due giovani neo-residenti. Il Friuli-Venezia Giulia risponde con il collettivo Robida, che ha trasformato il borgo di Topolò-Grimacco (UD) in un laboratorio culturale permanente, e con l’esperienza di co-progettazione di ArzinOLTRE a Vito d’Asio (PN).

Le economie e filiere locali, celebrate nell’Anno internazionale dei pascoli ONU, registrano l’eccellenza della cooperativa femminile Les Tisserands (Valle d’Aosta), che da oltre 55 anni rilancia il Drap con la lana della pecora autoctona Rosset, e del progetto trentino Bollait (di Barbara Pisetta e Giovanna Zanghellini), che valorizza in chiave circolare ed etica la lana del Lagorai. Sempre in Trentino opera APIVAL per l’apicoltura biologica, mentre in Veneto l’associazione Coltivare Condividendo promuove lo scambio di semi antichi con il progetto “Chiamata a raccolto”.

La conoscenza e la ricerca si confermano leve importanti: l’Università di Torino coordina l’Ermlin Project (guidato da Marco Granata) per studiare l’ermellino come indicatore climatico, mentre l’Università di Trento, con Slow Food Trentino-Alto Adige, lancia il primo corso nazionale in “Antropologia culturale dei domini collettivi”. Il Friuli si distingue con il docu-film sulla crisi dei ghiacciai L’unico superstite (di Floreanini, Tringali e Velusceck) e con un vessillo alla memoria dell’ecologista Maurizio Fermeglia (WWF). Completano il quadro il comune veneto di San Tomaso Agordino (BL), per il Sentiero delle Dolomiti in miniatura e il Centro Orti Rupestri, e il comune lombardo di Chiuro (SO), che tutela la stagione degli amori dei cervi limitando il disturbo turistico.

Sul fronte di turismo e abitare sostenibile, i modelli virtuosi si ripetono: dal Resinelli Tourism Lab che ridisegna la gestione dei flussi, a San Tomaso Agordino con l’ospitalità diffusa, fino ad ArzinOLTRE (Vito d’Asio) e alle residenze artistiche del collettivo Robida, capaci di edificare forme di accoglienza basate su relazioni dirette tra residenti e visitatori.

La denuncia di 7 Bandiere Nere

Accanto alle buone pratiche, Legambiente assegna 7 Bandiere Nere a progetti che erodono il patrimonio alpino attraverso infrastrutture ad alto impatto e una governance miope. Tre vessilli neri sventolano in Trentino-Alto Adige, due in Friuli-Venezia Giulia, uno in Piemonte e uno in Veneto.

Il caso più emblematico è quello del comune di Cortina d’Ampezzo (BL), ammonito duramente per la nuova pista da bob e la cabinovia Apollonio–Socrepes realizzate per le Olimpiadi invernali 2026. Secondo il dossier, in questo territorio sono state sistematicamente ignorate le alternative a minor impatto, esponendo un’area già fragile a gravi rischi di dissesto idrogeologico. Altre criticità strutturali emergono in Friuli per la concessione di eventi con quad su delicate strade forestali da parte della Comunità di Montagna della Carnia e per la gestione del Rifugio Zacchi in area protetta, a dimostrazione di come persistano spinte speculative volte a trasformare la quota in un parco giochi artificiale.

Il Valore Aggiunto Comunitario (VAC)

Per misurare l’impatto di chi resiste in quota oltre la sola economia monetaria, Luca Rota e Maurizio Dematteis hanno realizzato un’indagine sperimentale sul “Valore Aggiunto Comunitario” (VAC), analizzando un campione di 25 Bandiere Verdi storiche attraverso indicatori come relazioni, comunità, restanza, impatto sociale e qualità territoriale. I dati emersi sono emblematici: l’81% delle attività si basa sul volontariato; il 57,2% delle realtà supera le 161 ore mensili di lavoro e quasi 1 su 3 arriva a 320 ore. Notevole anche l’impegno economico: 2 realtà su 3 sostengono costi superiori a 20 mila euro annui, e il 28,6% supera i 50 mila euro.

Questi numeri fotografano il fermento della cosiddetta “montagna di mezzo”, ma evidenziano anche una forte vulnerabilità. Come spiega Vanessa Pallucchi, vicepresidente nazionale di Legambiente: “Se da un lato le Bandiere Verdi raccontano la voglia di fare di tante realtà montane, dall’altro va ricordato che questi territori non devono essere lasciati soli. Servono più politiche mirate e più investimenti per ridurre la vulnerabilità dei territori, sempre più fragili a causa della crisi climatica, lavorando su interventi di mitigazione e adattamento, e per dare sostegno alle comunità e ai tanti giovani che decidono di tornare a vivere nei piccoli comuni montani. I dati sul VAC ben sintetizzano quanto il volontariato e la rete territoriale siano una leva strategica”.

Un manifesto per l’accoglienza montana

Di fronte a questa doppia fotografia tra spinte ideali e necessità di investimenti, Legambiente ha rilanciato le 10 proposte del “Manifesto della Carovana dell’accoglienza montana”, un decalogo nato dal confronto con le 300 comunità alpine premiate in questi anni per proporre un modello opposto alla “disneyficazione” e alla monocultura del turismo di massa.

Il documento intercetta un cambiamento profondo nei desideri di chi frequenta le terre alte, come si legge nel report della Carovana: “Si va delineando un turismo alternativo dai numeri crescenti e dalle grandi potenzialità, basato su nuovi ospiti e nuove domande. La maggioranza dei visitatori delle nostre montagne non vuole più essere paracadutata in quota come in un ‘non luogo’ qualsiasi, ma vuole capire e decifrare il territorio nel quale sceglie di trascorrere il proprio tempo, per cogliere scampoli di verità e bellezza, e soprattutto di autenticità e unicità, oltre al sipario asettico dell’apparato turistico”.

Tra i punti cardine del decalogo si afferma infatti che ogni territorio possiede eccellenze uniche da valorizzare, che gli ospiti devono trasformarsi in co-abitanti temporanei – disposti a rispettare i riti, i tempi e persino le imperfezioni delle comunità ospitanti – e che la lentezza non è una rinuncia, ma una conquista per la profondità della vita.

Tags

Articoli correlati

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Back to top button
Close