Ambiente

Biodiversità e ricerca: il Direttore Luciano Di Martino racconta il patrimonio di orchidee del Parco della Maiella

Un viaggio dietro le quinte del Parco Nazionale della Maiella, per scoprire come vengano protette le oltre 80 specie e sottospecie di orchidee presenti nell'area protetta e come la conservazione della natura possa diventare motore dello sviluppo turistico del territorio.

Il Parco Nazionale della Maiella si presenta come uno degli scrigni di biodiversità più preziosi dell’intero bacino del Mediterraneo. Esteso tra le province di Chieti, L’Aquila e Pescara, questo territorio ha affascinato i botanici per secoli, offrendo un mosaico di microclimi che spaziano dalle influenze mediterranee ai rigori continentali delle alte quote.

In questo scenario unico, le orchidee spontanee rappresentano un gioiello particolarmente ricercato: nel Parco si contano oltre 80 specie e sottospecie, pari quasi all’80% dell’intera ricchezza orchidologica abruzzese. Una ricchezza distribuita in maniera disomogenea, con angoli dell’area protetta che si distinguono per livelli emblematici di concentrazione. È il caso di Palena, ormai celebre come “il paese delle orchidee”, un piccolo centro che, grazie alle oltre 60 specie e sottospecie censite, è divenuto punto di riferimento per esperti ma anche turisti. Ogni anno, in primavera, va in scena l’evento “Nel paese delle orchidee”, una manifestazione che attira appassionati da tutta Italia.

Tuttavia, preservare un tesoro così fragile, in un mondo che cambia, richiede molto più della semplice ammirazione. Dietro la bellezza di questi fiori di montagna si cela un lavoro meticoloso fatto di monitoraggi, ricerca scientifica e cooperazione internazionale. Abbiamo chiesto a Luciano Di Martino, biologo esperto di geobotanica e Direttore del Parco Nazionale della Maiella, di accompagnarci dietro le quinte dell’ente per scoprire come venga messa in campo la protezione delle orchidee e come la conservazione della natura possa diventare il motore dello sviluppo turistico del territorio.

Direttore, la Maiella è un vero hotspot di biodiversità in termini di orchidee. Cosa rende quest’area così speciale per le orchidee spontanee rispetto ad altre zone dell’Appennino?

Il Parco della Maiella è caratterizzato da un’ampia varietà di ambienti. Si parte da una quota minima di 400 metri per arrivare ai 2.793 metri della vetta più alta del massiccio della Maiella, che è il Monte Amaro, spaziando da ambienti mediterranei ed oromediterranei, arrivando a un clima più continentale man mano che si sale in quota. In questo mosaico di ambienti ritroviamo un ventaglio altrettanto ampio di orchidee, dai relitti glaciali a specie ad ampio areale, come la Scarpetta di Venere. La casistica è vasta, ospitiamo specie che presentano come areale di distribuzione il centro-sud Europa e specie che abbracciano il centro-nord Europa. La Maiella appare in tal senso come un massiccio che fa da cerniera tra due regioni bioclimatiche.

L’importanza della flora presente nel Parco non è una scoperta recente. Quali sono le radici storiche della ricerca botanica condotta nel vostro territorio e come prosegue oggi?

La straordinaria ricchezza botanica della Maiella affascina studiosi e ricercatori da secoli. Già tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento, il massiccio divenne meta privilegiata di esplorazione per il grande botanico Michele Tenore, tra i primi a descriverne scientificamente la flora. Nella sua monumentale opera dedicata alla flora del Regno di Napoli, Tenore descrisse anche numerose specie allora nuove per la scienza. Questa tradizione di eccellenza scientifica continua ancora oggi: il Parco, attraverso attività di monitoraggio e ricerca, coinvolge attivamente il mondo accademico. Negli ultimi anni, ad esempio, stiamo collaborando molto con il gruppo di ricerca del Prof. Salvatore Cozzolino dell’Università Federico II di Napoli, e collaboriamo anche con associazioni, come GIROS (Gruppo Italiano per la Ricerca sulle Orchidee Spontanee).

Dall’esterno, anche semplicemente scorrendo i post sui vostri canali social, si percepisce una produttività scientifica di alto livello, quasi da istituto di ricerca…

Effettivamente collaboriamo alla realizzazione di numerose pubblicazioni scientifiche, perché siamo un team di tecnici assunti al Parco che hanno portato con sé il proprio background da ricercatori universitari. E abbiamo anche creato un centro di ricerca all’interno dell’area protetta. Oggi, i nostri Giardini Botanici, il Vivaio e la Banca del Germoplasma costituiscono il Centro di Conservazione della Biodiversità Vegetale dell’Abruzzo. Questa struttura, ufficialmente riconosciuta dalla Regione, è il fulcro delle attività di conservazione ex situ di specie selvatiche rare, endemiche o minacciate di estinzione, oltre che di varietà locali, popolazioni di interesse agricolo e progenitori selvatici delle specie coltivate. Offriamo quindi supporto tecnico-scientifico alla Regione Abruzzo per orientare le politiche di tutela della biodiversità e dell’agrobiodiversità: in particolare nella salvaguardia delle specie selvatiche, i nostri monitoraggi sono indispensabili all’aggiornamento delle Liste Rosse e all’attuazione della Direttiva Habitat, mentre per le varietà agricole abbiamo contribuito all’iscrizione di alcune di esse al registro varietale (anagrafe) regionale e nazionale.

Toccando il tema della tutela: avete svolto o state svolgendo dei progetti che mirano alla protezione delle orchidee?

Sì, siamo stati capofila del progetto Life FLORANET (2015–2020), dedicato alla salvaguardia e alla valorizzazione delle 7 specie vegetali degli allegati II e IV della Direttiva Habitat nell’Appennino Centrale, insieme a Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, Parco Regionale Sirente-Velino, Legambiente e Università di Camerino, tra cui l’orchidea nota come Scarpetta di venere (Cypripedium calceolus). Questa orchidea è una specie simbolo della salvaguardia della biodiversità vegetale a livello europeo e in Italia è presente con poche stazioni distribuite tra Alpi e Appennini. In Abruzzo, in particolare, si trova esclusivamente in Maiella e nel Parco d’Abruzzo, Lazio e Molise, con circa un migliaio di individui; ma la popolazione presente in Maiella in una sola località, già esigua e con meno di 100 individui, presenta una significativa perdita di variabilità genetica, fenomeno noto come “collo di bottiglia” genetico, che ne minaccia la sopravvivenza a lungo termine. Per questo portiamo avanti una strategia di conservazione attiva: abbiamo condotto monitoraggi completi in entrambi i parchi e ne abbiamo tentato la riproduzione in laboratorio. Purtroppo quest’ultimo è un processo estremamente complesso e ancora non siamo riusciti a identificare un protocollo valido. Per elaborarlo stiamo anche collaborando con i ricercatori dei Royal Botanic Gardens di Kew, a Londra.

Attualmente, invece, siamo impegnati nel progetto Life SEEDFORCE, avviato nel 2021. In questo caso il capofila è il MUSE di Trento e l’orchidea target è l’Himantoglossum adriaticum, nota anche come “barbone dell’Adriatico”. Sebbene sia una specie relativamente diffusa nel piano montano, ai sensi della Direttiva Habitat risulta in uno stato di conservazione inadeguato in ambito alpino. È una pianta estremamente sensibile ai cambiamenti climatici e alle variazioni dell’uso del suolo: se le radure scompaiono a causa dell’avanzata del bosco, l’orchidea scompare. Pertanto, stiamo indagando le cause del declino locale e intervenendo nel ripristino delle popolazioni più in quota, intorno ai 1.600-1.800 metri.

La protezione di queste specie necessita anche del supporto attivo dei frequentatori del Parco; in tal senso, come vi state muovendo?

Puntiamo molto sull’educazione ambientale. Disponiamo di un nostro CEA (centro di educazione ambientale) interno al Parco, situato presso il giardino botanico di Sant’Eufemia a Maiella, oltre ad altri CEA gestiti dalle nostre cooperative di lavoro. A queste realtà si aggiungono le Guide del Parco, una figura professionale introdotta negli ultimi due anni

Chi sono e qual è il ruolo di queste Guide?

Sono esperti che accompagnano i visitatori in escursione all’interno del Parco dopo aver superato un percorso di formazione specifico da noi coordinato, ai sensi della Legge Quadro sulle aree protette (L.394/91). Sono accompagnatori di media montagna, guide ambientali escursionistiche ma anche professionisti, come i geologi, essendo il Parco della Maiella un Geoparco mondiale dell’Unesco. I loro nomi e riferimenti sono riportati in una pagina dedicata del nostro sito.

La raccolta di un’orchidea è un reato, ma oltre l’aspetto sanzionatorio c’è un tema più ampio di etica ambientale. Notate una crescita di consapevolezza nel rispetto generale della natura oppure l’aumento dei flussi turistici sta comportando un aumento del rischio di danni alla biodiversità?

Sicuramente si percepisce una crescita di consapevolezza che non riguarda solo i visitatori – un risultato che è anche il frutto del lavoro costante dei nostri operatori sul campo – ma che coinvolge ormai l’intera filiera istituzionale: dagli amministratori locali alla Regione, con l’Assessorato al Turismo. Si sta finalmente consolidando una visione comune in cui la protezione della natura non è più vista come un vincolo, ma come un valore aggiunto per l’intero territorio. Abbiamo agganciato al nostro Geoparco una serie di iniziative, ad esempio il Cammino di Celestino, che stanno generando un importante dinamismo attorno alla nostra area protetta. L’auspicio è che questo movimento si consolidi in un modello di sviluppo sostenibile, capace di dare nuovo slancio agli operatori commerciali, in particolare di potenziare l’offerta ricettiva e della ristorazione nei piccoli paesi delle aree interne, che oggi combattono contro lo spopolamento. Attualmente il turismo di cui siamo protagonisti è soprattutto di prossimità e stagionalizzato. Su dove possa portarci il futuro non saprei dirlo, perché non dipende solo da noi, ma il nostro obiettivo è chiaro: impegnarci nel migliorare l’offerta delle visite per favorire una destagionalizzazione, perché il nostro Parco è bello da scoprire anche in primavera e in autunno.

Tags

Related Articles

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Back to top button
Close