Pareti

Monte Bianco, “Les Berbères”: “Un’odissea durata un anno” per la nuova via estrema sul Mont Dolent

Gli atleti Millet Symon Welfringer ed Esteban Daligault, con Virgile Devin e Baptiste Obino, completano una linea di 500 metri fino a M11. Cinque tentativi e un anno di lavoro per una delle vie più tecniche del massiccio.

Sulla parete del Mont Dolent (3819 m), nel cuore del massiccio del Monte Bianco, una cordata composta dagli atleti Millet Symon Welfringer ed Esteban Daligault, insieme a Virgile Devin e Baptiste Obino, ha aperto una nuova via di misto estremo: Les Berbères. Un itinerario di 500 metri con difficoltà fino a M11, che si inserisce nella storica “saga Barbares”, una serie di vie di alto livello sviluppate a partire dal 2003 sullo scudo strapiombante del Pré de Bar. La prima è stata aperta da Patrick Pessi e Stéphane Benoist, la seconda da Léo Billon e Amaury Fouillade, la terza da Léo Billon ed Enzo Oddo.

L’obiettivo, sulla carta, era quello di un’ascensione rapida, da chiudere in due giorni. La realtà si è rivelata ben diversa. “Quella che doveva essere un’apertura veloce in due giorni si è trasformata in un’odissea durata un anno. Un anno di dubbi, di chiodi strappati, di notti bagnate e di attese febbrili”. Il progetto ha infatti richiesto oltre dodici mesi di lavoro e cinque tentativi, segnati da condizioni ambientali difficili, incidenti e ritiri forzati.

I tentativi

Il primo tentativo, nella primavera 2025, si interrompe dopo un bivacco complicato e la perdita del fornello all’alba. Pochi giorni dopo, un secondo assalto vede la cordata ridotta a due, con l’atleta Millet Symon Welfringer infortunato. In parete vanno Baptiste ed Esteban. Durante la salita però, una scarica di pietre colpisce Baptiste Obino al volto. Ma i due non sono facili all’arrendevolezza e, nonostante l’incidente, decidono di proseguire lo stesso arrivando a pochi metri dalla vetta, prima di ritirarsi a causa della neve che rende inaffidabili le protezioni. Meglio rientrare e lasciar perdere, anche se deve essergli costata cara la resa, a così poca distanza dal raggiungimento dell’obiettivo.

Se i primi due tentativi non erano andati a buon fine, quantomeno erano stati utili a dare una chiave di lettura della scalata che avrebbe atteso la cordata: “una parete compatta che protegge male ed è difficile da scalare”.

Nel marzo 2026 arriva il terzo tentativo, con la cordata nuovamente al completo, ma una nuova perturbazione porta neve e spindrift, rendendo impossibile sia la progressione sia la discesa. “A quel punto abbiamo iniziato a vedere la parete come maledetta.

A inizio aprile, il team torna ancora. Virgile ed Esteban conoscono i duri tiri inferiori. L’intera sezione ripida viene liberata. Ma ancora una volta, il meteo colpisce: neve, umidità, sacchi inzuppati. Virgile crolla a 80 metri dalla cima. Quale significato si può trovare in così tanto disagio per una striscia di roccia? Cosa spinge a
tale tenacia? “Non volevo più spingermi al limite su terreno difficile, su roccia marcia con protezioni discutibili. Col senno di poi, sono orgoglioso che siamo tornati indietro. Il progetto sembra finito. Troppa energia spesa, troppi fallimenti. Finché Symon chiama per un ultimo tentativo.

È il 18 aprile, e questa volta non ci sono battute d’arresto. I quattro decidono di scendere dall’alto in doppia fino alla parte finale della via. Restano solo due lunghezze di M5, che questa volta vengono superate, completando l’itinerario. “La gioia non riguardava la prestazione pura, ma un giorno in cui la montagna non era più un avversario da conquistare, ma una compagna con cui muoversi. La montagna ci ha finalmente aperto le braccia” racconta Esteban.

“L’avventura è nata in quattro, come un’alchimia necessaria – raccontano i protagonisti –: la visione di Baptiste, la tecnica pura di Virgile, Esteban a rilanciare e Symon per la saggezza e il coaching. Insieme abbiamo imparato che il senso del successo risiede a volte nell’ostinazione”.

Les Berbères rappresenta così il quarto capitolo di una saga che attraversa generazioni di alpinisti e diversi stili. Una via che non si distingue solo per le difficoltà tecniche, ma anche per il lungo processo che ha portato alla sua realizzazione: una storia di perseveranza, adattamento e lettura della montagna, in cui la riuscita finale arriva solo dopo aver accettato più volte il fallimento.

“Alla fine, probabilmente una delle vie più tecniche del massiccio. Una sfida per gli alpinisti di oggi e di domani, che (speriamo) consumerà qualche lama di piccozza. Di questo capitolo ci ricorderemo: quattro anime vagabonde che hanno imparato ad assaporare il tempo lungo” scrivono ancora i protagonisti.

Il risultato è una linea impegnativa, segnata dall’incertezza, portata avanti da una cordata che fonde stili, generazioni e visioni dell’alpinismo. “Amo la direzione che sta prendendo l’alpinismo, e questo mix di stili e
generazioni. Il livello si sta evolvendo incredibilmente velocemente, ed è esaltante far parte
di questa piccola barca” conclude Symon.

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