Pinguini della Patagonia: “tossicologi inconsapevoli” nel monitoraggio dei PFAS
Nella Giornata Mondiale dei Pinguini, uno studio rivela come questi uccelli marini abbiano assunto un ruolo inedito e prezioso nella ricerca sui "contaminanti eterni".
Nella Giornata Mondiale dei Pinguini, sarebbe ideale poter celebrare con entusiasmo gli iconici uccelli non volanti che popolano l’emisfero sud. Purtroppo, le più recenti evidenze scientifiche impongono una riflessione meno lieta: i monitoraggi biologici nelle regioni polari e sub-polari delineano un quadro di crescente pressione antropica. Oltre alla criticità del cambiamento climatico – culminata nella recente declassificazione del pinguino imperatore a specie “in pericolo”, che riflette la fragilità degli habitat antartici – i pinguini devono confrontarsi anche con l’inquinamento degli ambienti, un tempo incontaminati, per mano umana. Tra le minacce chimiche emergenti vi sono i PFAS, inquinanti cosiddetti persistenti, nei confronti dei quali i pennuti australi hanno assunto un ruolo inedito e prezioso per la scienza, trasformandosi in sentinelle a supporto dei ricercatori impegnati nel mapparne la diffusione.
L’invasione dei “contaminanti eterni”
I cosiddetti PFAS (sostanze per e polifluoroalchiliche) sono composti di sintesi caratterizzati da un legame carbonio-fluoro estremamente stabile, che conferisce loro un’eccezionale resistenza alla degradazione. Queste sostanze non restano confinate ai siti di produzione. Attraverso il trasporto atmosferico e le correnti oceaniche, questi forever chemicals (contaminanti eterni) sono infatti in grado di raggiungere latitudini remote. Studi condotti nell’Antartide Orientale confermano che i PFAS vengono depositati tramite le precipitazioni nevose, entrando nelle reti trofiche locali e accumulandosi nei tessuti organici attraverso la biomagnificazione.
Ma il problema non è solo antartico, è globale e non risparmia nessuno dei due poli. Nell’emisfero nord, un recente studio sulle renne delle Svalbard (Rangifer tarandus platyrhynchus) ha rivelato concentrazioni crescenti di PFAS nell’ultimo decennio. I ricercatori hanno osservato fluttuazioni stagionali legate ai cicli di accumulo di grasso degli animali, dimostrando come queste specie terrestri siano colpite da emissioni provenienti da regioni industrializzate situate anche dall’altra parte del globo. Parallelamente, nell’emisfero australe, una ricerca pubblicata sulla rivista Earth: Environmental Sustainability conferma che la contaminazione ha raggiunto le colonie di pinguini lungo le coste della Patagonia argentina.
Pinguini “Detective” in Patagonia
Lo studio, condotto da un team multidisciplinare della University of California, Davis (UC Davis) e della State University of New York at Buffalo, ha trasformato i pinguini di Magellano (Spheniscus magellanicus) della Patagonia argentina in preziosi aiutanti sul campo dei ricercatori. Invece di ricorrere a prelievi di sangue o piume per quantificare i contaminanti già accumulati negli organismi, i ricercatori hanno applicato alle zampe di 54 esemplari dei piccoli campionatori passivi in silicone (SPS), simili a dei braccialetti. Questo metodo ha permesso di misurare l’esposizione ambientale dei pinguini mentre si muovevano liberamente nel loro habitat.
Le analisi di laboratorio, eseguite tramite cromatografia liquida e spettrometria di massa tandem (LC-MS/MS), hanno restituito dati inequivocabili: gli inquinanti persistenti PFAS sono stati individuati in oltre il 90% dei campionatori recuperati. Nello specifico, sono stati quantificati cinque composti “storici” e quattro sostanze di nuova generazione, come l’HFPO-DA (GenX) e il 6:2 FTS. La rilevazione del GenX in Patagonia è un dato particolarmente significativo dal punto di vista scientifico, poiché dimostra che anche i PFAS progettati per sostituire i composti ormai messi al bando, possiedono una mobilità e una persistenza tali da permettere loro di raggiungere ecosistemi finora considerati incontaminati.
I pinguini sentinelle degli oceani
“I pinguini stanno scegliendo i siti di campionamento per noi”, spiega Ralph Vanstreels della University of California, Davis. Muovendosi nel loro ambiente naturale, questi “tossicologi inconsapevoli” rivelano dove l’esposizione ai PFAS è più critica attraverso un metodo ripetibile e, soprattutto, minimamente invasivo. Il successo di questa tecnica apre la strada al monitoraggio di altre specie, come i cormorani, capaci di spingersi a profondità ben maggiori (oltre i 75 metri).
La capacità dei pinguini di aiutare la scienza non deve però far dimenticare la gravità del dato: gli inquinanti persistenti PFAS non si limitano a circolare nelle correnti marine, ma si infiltrano nei tessuti e negli organi vitali della fauna selvatica, accumulandosi nel tempo attraverso la dieta. La presenza di queste sostanze negli ambienti – e negli organismi – della Patagonia, è il segno che non conoscano barriere geografiche.











