Ambiente

Linci nel Parco Gran Paradiso: la Direttrice Sonia Calderola ne racconta il ritorno

Dopo un secolo di assenza, il grande felino riappare nel PNGP. Tre avvistamenti in tre anni riaccendono le speranze, ma la Direttrice Sonia Calderola invita alla cautela.

Scomparsa dalle Alpi italiane all’inizio del Novecento, vittima della caccia e di un habitat sempre più frammentato, la lince sta oggi tornando a fare capolino tra le vette. Il suo è un ritorno discreto, quasi invisibile. Se nelle Alpi orientali la sua presenza è ormai un dato consolidato, nel versante occidentale i segnali restano rari ma carichi di significato. Nel territorio del Parco Nazionale del Gran Paradiso (PNGP) si sono registrati tre avvistamenti in soli tre anni, un numero esiguo ma significativo. Abbiamo chiesto a Sonia Calderola – Direttrice facente funzioni del PNGP dal settembre 2025 e prima donna alla guida dell’Ente – di aiutarci a comprendere se questi avvistamenti possano essere interpretati come segni positivi, di un effettivo ritorno del “fantasma dei boschi”.

La lince era considerata estinta sulle Alpi italiane dai primi del ‘900. Quali sono state le cause principali della sua scomparsa?

La lince è uno dei carnivori autoctoni delle Alpi la cui scomparsa dalle Alpi – come accaduto per altri grandi predatori, quali lupo e orso – è stata determinata dall’azione antropica, manifestatasi attraverso due canali principali. Da un lato l’impatto indiretto, mediato dalla trasformazione dell’habitat. Tra il Settecento e l’Ottocento, la montagna è stata profondamente trasformata dall’uomo. I disboscamenti massicci realizzati per favorire l’agricoltura e il pascolo hanno causato la rarefazione delle prede naturali e, di conseguenza, le linci hanno iniziato a colpire il bestiame domestico per sopravvivere. Dall’altro lato l’impatto diretto dell’uomo: considerata un competitor per le fragili economie di montagna, basate su autosussistenza e allevamento povero, la lince è stata oggetto di una caccia attiva, spesso incentivata da taglie. Questa combinazione di degradazione ambientale e persecuzione diretta ha portato la specie alò’estinzione. L’ultimo esemplare documentato delle Alpi occidentali fu avvistato proprio all’inizio del Novecento in Valle d’Aosta, nella Val di Rhêmes, all’interno di quello che oggi è il territorio del Parco.

Il ritorno della lince nel Gran Paradiso è un fenomeno naturale? Da dove provengono gli esemplari che occasionalmente raggiungono l’area protetta?

La lince è una specie che non possiede la stessa capacità di riconquista spontanea del territorio tipica di altri carnivori, come ad esempio il lupo; per questo motivo, il suo processo di ritorno va supportato attivamente. Nel secondo dopoguerra sono stati avviati progetti di reintroduzione soprattutto in Svizzera e nelle Alpi orientali francesi, territori che sono diventati le sorgenti delle sporadiche apparizioni che oggi registriamo a sud delle Alpi.

Mentre nelle Alpi orientali italiane esistono corridoi di transito con le popolazioni balcaniche e sono attivi progetti di rinforzo, per quanto riguarda il territorio del Gran Paradiso la dinamica è differente. Sebbene non si possa avere la certezza assoluta senza analisi genetiche specifiche, è estremamente probabile che gli esemplari che raggiungono occasionalmente l’area protetta provengano proprio dalle popolazioni svizzere d’oltralpe.

Le linci che arrivano nel Gran Paradiso sono quindi solo in transito?

Sì, i dati attuali suggeriscono che si tratti di avvistamenti occasionali di individui probabilmente in dispersione, ovvero esemplari giovani o adulti alla ricerca di nuovi territori.

Vi è una probabilità che si tratti sempre del medesimo esemplare?

Non disponiamo ancora di elementi certi per rispondere, quindi possiamo solo fare supposizioni. Parliamo di animali capaci di percorrere decine di chilometri in un solo giorno; di conseguenza, potrebbe trattarsi dello stesso individuo così come di soggetti diversi. Entrambi gli scenari offrono spunti interessanti: se fossero esemplari diversi, testimonierebbero una circolazione non banale; se fosse lo stesso, indicherebbe un’affezione al territorio. In ogni caso, l’home range della lince è molto vasto, non va immaginato come limitato ai confini del Parco.

Quali strumenti servirebbero per avere una conferma definitiva?

Per avere certezze servirebbero conferme genetiche o anche l’applicazione di tecniche di confronto di fotografie per analizzare il mantello della lince, che funziona come un’impronta digitale (fingerprinting) in quanto il disegno delle macchie è unico per ogni individuo. Ma al momento non disponiamo di foto della giusta risoluzione per applicare questa tecnica.

Non si potrebbero applicare trappole pelo o altre tecniche per il recupero di campioni genetici per le linci, come si fa ad esempio per gli orsi?

Questo tipo di analisi rientrano in progetti di monitoraggio sistematico, che si avvia prevalentemente in aree in cui c’è certezza della presenza stabile di una specie. Al momento nel Parco non abbiamo all’attivo un progetto di monitoraggio, ma teniamo le antenne dritte. Abbiamo la fortuna di poter contare sulla presenza costante e capillare dei nostri guardiaparco: grazie alla loro sorveglianza continuativa sul territorio, sia attraverso l’osservazione diretta che tramite l’impiego delle fototrappole, riusciamo a garantire un presidio attento. È proprio grazie a questo impegno che abbiamo ottenuto i risultati documentati finora, con tre avvistamenti accertati nell’arco degli ultimi tre anni.

La lince è nota per essere un “fantasma dei boschi”. È possibile che qualche esemplare sia transitato anche in precedenza, ma sia sfuggito alle vostre “antenne”?

Certamente. La lince è uno dei mammiferi più elusivi del nostro territorio: è solitaria, caccia all’agguato e nasconde con cura sia le fatte sia le prede sotto la neve. È possibile che l’aumento degli avvistamenti recenti sia dovuto all’uso delle nuove tecnologie, come le fototrappole. Non possiamo quindi escludere che sia transitata nel Parco anche in passato, restando semplicemente invisibile all’occhio umano.

Come mai si è scelto di non rivelare la località esatta degli avvistamenti delle linci?

La scelta è dettata dalla tutela dell’animale e dell’ecosistema. Trattandosi di individui in dispersione, rivelare il punto esatto non equivale a rivelare un punto di passaggio costante dell’animale ma si rischierebbe comunque di attirare una curiosità eccessiva. Vogliamo evitare che una ricerca concentrata da parte di curiosi possa interferire con la fauna o con il monitoraggio di altre specie. Cerchiamo di essere trasparenti, ma la priorità resta la protezione della fauna.

Il Parco collabora con altri enti per la gestione della lince a livello alpino?

Lo scambio di informazioni è la base di ogni monitoraggio, specialmente per specie transfrontaliere come lince e lupo. Sebbene sulle Alpi occidentali italiane non ci sia ancora una progettualità finanziata specifica (essendo il monitoraggio di tipo opportunistico), siamo in costante contatto con la Regione Valle d’Aosta e le aree protette dell’Ossola.

In termini prospettici, c’è ottimismo per il ritorno delle linci?

I segnali sono incoraggianti, ma dobbiamo essere cauti. Sappiamo che la lince ha grandi difficoltà a riconquistare nuovi territori: le popolazioni riproduttive stabili si trovano a nord dei valichi alpini, e le alte quote rappresentano una barriera fisica notevole. Speriamo che la specie riesca a espandersi autonomamente, a patto che l’uomo non le metta ulteriormente “i bastoni tra le ruote”.

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