“Ritorno al tratturo”: il Molise che resiste con Elio Germano. “Le aree interne sono il futuro”
"Luoghi in cui è tangibile la voglia di cambiamento, in cui si vive la ricerca della felicità": intervista in anteprima a Filippo Tantillo sul viaggio con Elio Germano nel Molise che resiste.
Il 29 aprile 2026 uscirà nelle sale italiane, con una distribuzione indipendente curata da Own Air, “Ritorno al tratturo”. Presentato in anteprima alla 17ª edizione del Bif&st di Bari, il film – a partire dal titolo e dalla grafica della locandina – sembra strizzare l’occhio a una cinematografia d’altri tempi, di quegli anni Ottanta e Novanta in cui lo smartphone era fantascienza e per raccogliere ricordi servivano rullini da usare con parsimonia o telecamere alquanto scomode.
È un documentario che rivendica con orgoglio un sapore analogico, inteso come via maestra per raccontarne l’autentico protagonista: il Molise. Una regione che sui social ha fatto della sua “inesistenza” un punto di forza, ma che nella realtà vive, al pari di tutte le aree interne del Paese, la difficoltà di restare in piedi e conservare fiducia in un futuro di ritorni e rinascita.
Il film non nasce con l’intento di regalare allo spettatore una vetrina stucchevole o bucolica, piuttosto una visione attraverso una finestra senza doppi infissi, una semplice intelaiatura di legno che regge un vetro consunto dal tempo. Un punto di osservazione interno, domestico, attraverso il quale scoprire, senza censure, la vita di chi resta e la rabbia di chi si sente abbandonato. Un mondo in cui si riscopre il concetto di comunità, di quel darsi una mano che fa la differenza.
Il documentario nasce da un’idea condivisa tra il ricercatore territorialista Filippo Tantillo, il regista Francesco Cordio e l’attore di origini molisane Elio Germano. In attesa di poter apprezzare l’intera pellicola in sala, abbiamo chiesto a Filippo Tantillo di raccontarci l’anima di questo progetto. Un viaggio tra i paesaggi e i paesi dell’entroterra, che ha come itinerario di riferimento il Tratturo: antica “autostrada” di erba e sassi che, per secoli, è stata utilizzata per la transumanza stagionale delle greggi. Un cammino condiviso con Silvia Di Passio, community manager delle aree interne, e con un Elio Germano “che non ti aspetti”, un molisano tra i molisani che si fa voce narrante e ascoltatore.
Filippo, il film non nasce come il classico racconto bucolico di una terra da scoprire, ma come un documentario quasi in presa diretta che attraversa a passo lento l’entroterra molisano. È nata prima l’idea di realizzare la pellicola o quella di mettersi in cammino insieme a Elio Germano?
Il progetto nasce dal tentativo di raccontare un lavoro che si può fare nelle aree interne, non guardandole da lontano ma immergendosi nelle dinamiche locali. In oltre 10 anni di attività ho messo a punto un mio modo di stare in questi luoghi e conoscerli, prendendo coscienza del fatto che raccontare ai locali ciò che si vuole fare è essenziale. Una sorta di metodo che ho condiviso prima con Francesco Cordio e poi con Elio Germano, che è rimasto entusiasta del proposito di raccontare il Molise camminando. Tra l’altro suo padre è tra i fondatori di Cammina Molise – iniziativa raccontata anche nella nostra pellicola – che è nata su input di un gruppo di giovani molisani degli anni Settanta, che hanno deciso di costruire un percorso “al contrario” rispetto ai genitori che lasciavano i paesi per raggiungere le città, proponendo iniziative che definirei di ricerca militante. Insieme abbiamo quindi strutturato il progetto, per il quale avremmo anche potuto usufruire di fondi pubblici – era stato vinto un bando per la realizzazione di un documentario di stampo tradizionale – ma abbiamo preferito avviarci in una missione totalmente indipendente. Abbiamo rinunciato ai fondi pensando: “Facciamolo come ci pare”.
A parte la rinuncia ai fondi, le istituzioni hanno avuto un ruolo in questo progetto?
È un racconto nel quale le istituzioni rimangono sullo sfondo. Non abbiamo organizzato nulla con loro, non per spirito di opposizione – io collaboro da tempo con le istituzioni democratiche e ci credo – ma perché bisogna ammettere che spesso non intervengono in maniera significativa. Nelle aree marginali si vedono riproporre troppo spesso sistemi colonialisti, se non clientelari, per non dire corrotti. Queste situazioni vanno denunciate. Abbiamo deciso di dare voce a chi prova a fare qualcosa, talvolta con ingenuità, con semplicità, ma con un’energia vitale che nel nostro Paese trovi solo in questi posti. Luoghi in cui è tangibile la voglia di cambiamento, in cui si vive la ricerca della felicità.
Ci pare di capire che le sensazioni raccolte lungo il cammino dicano che, nonostante lo scarso supporto, il Molise non sia pervaso da arrendevolezza.
La percezione media è: “Non ci aiutano, facciamo da soli”. È un “non ci aiutano” accompagnato da un senso di ingiustizia e amarezza. Spesso le aree interne vengono dipinte come oasi di benessere personale: l’immagine dello smart worker in cima alla montagna, collegato alla borsa di New York col suo Mac mentre guarda le vacche. Non è così. La realtà è diversa. Nel film incontriamo un allevatore che lamenta una distribuzione ineguale dei contributi. Ci sono tanti fondi per il turismo, ma magari a chi è impegnato nel recupero di grani antichi non arriva nulla. O la donna che apre un ristorante in cima alla montagna e vede che i contributi pubblici ci sono per tutti tranne che per lei. Le istituzioni si vantano di elargire fondi, ma chi produce davvero sul territorio spesso non ne riceve affatto. Questo è quello che dicono le persone e che dice anche il nostro film.
In termini di itinerario, vi siete trovati ad affrontare difficoltà oppure ostacoli fisici?
Essendo una pellicola autoprodotta, il lavoro di realizzazione è stato molto lungo. Non sono stati 120 km di camminata continuativa, ma un viaggio fatto di andate, ritorni, soste. Le difficoltà logistiche ci sono state, banalmente nel trovare punti di appoggio per pernottare, considerando di avere al seguito una troupe: quando arrivavamo a Frosolone, nostra base d’appoggio, riempivamo praticamente tutto il paese. In termini di ostacoli fisici, abbiamo percorso tratti del tratturo che oggi è in larga parte abbandonato o, in alcuni punti, anche privatizzato. Non è più il prato pulito di un tempo perché mancano le pecore che lo tenevano rasato, appare come una striscia di terra dove la natura si sta riprendendo i suoi spazi. Non è ancora bosco, ma è un groviglio di ginestre, rovi e sterpaglie su cui è difficile camminare. Nel video vedrete che ci siamo ritrovati ad attraversare una boscaglia a tratti impenetrabile insieme a un allevatore e qualche capretto si è proprio perso nella vegetazione.
Vi siete quindi cimentati in prima persona nella transumanza?
L’idea non era realizzare un reportage giornalistico, ma entrare nelle dinamiche locali, diventarne a nostra volta protagonisti. Io sono un antropologo, il mio metodo di lavoro è immersivo: non sono un osservatore distaccato. Devo trovare la “giusta distanza” – come direbbero i sociologi – tra il fenomeno osservato e il mio punto di vista, consapevole che la mia presenza cambia ciò che sto osservando. L’economia può permettersi di guardare i territori da lontano e riesce comunque a spiegarli, io invece devo comprenderli. L’output della mia ricerca è diverso.
Filippo, lei ha un’esperienza ultradecennale nello studio delle aree interne. Elio Germano, che agli occhi del pubblico è l’attore di origini molisane divenuto un personaggio di fama internazionale, come vive questi territori marginali?
Elio è una persona delle aree interne. Pur essendo nato e cresciuto a Roma, mantiene un legame viscerale con Duronia, il paese della sua famiglia. Lì ha trascorso le estati da bambino e continua a farlo oggi. In paese lo conoscono tutti e lui conosce tutti: parliamo di una comunità estremamente piccola e per la maggioranza anziana. Il suo è un legame sentimentale, non tanto politico. Tra noi c’è stato uno scambio: grazie a lui sono entrato in una dimensione più locale, incontrando quelli che di fatto sono i suoi amici, e io ho dato a lui una lettura d’insieme, aiutandolo a guardare oltre la sua esperienza personale. Elio si porta dentro quella nostalgia tipica di chi è andato via e sente il bisogno di “restituire” qualcosa alla sua terra.
In un mondo che dedica sempre meno tempo alla lettura di argomenti complessi, pensa che il cinema e il volto di Elio Germano siano la chiave definitiva per far capire all’Italia “urbana” che il destino delle aree interne riguarda tutti noi?
Ci conto. Ho realizzato altri documentari, ma mi sono sempre posto il problema di come far comprendere ciò che faccio. Se c’è un deficit in queste aree, è quello della fiducia. Devi arrivare in questi posti a mani alzate, spiegando cosa vuoi ottenere. Io cerco di conoscere questo mondo – che non conosce nessuno – per raccontarlo nelle città con un linguaggio urbano, perché sono convinto che le aree interne contengano il futuro del Paese. Probabilmente, tra non molto, le città saranno le “riserve” e le aree interne dovranno prendersi cura di quegli spazi urbanizzati e insalubri che non offrono più nemmeno le condizioni di lavoro di un tempo. Parafrasando Sergio Leone: se un uomo con i dati incontra un uomo con le emozioni, l’uomo con i dati è un uomo morto. Basta raccontare numeri, che diventano la condanna delle aree interne perché sono sempre troppo bassi! Le emozioni colpiscono di più. Per questo nel mio lavoro sono passato dalla scrittura tecnica a quella letteraria e, infine, al mettermi in piazza, facendomi vedere e mostrando i miei sentimenti. Mi auguro che questa scelta possa scuotere le coscienze.













