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Stefi Troguet all’Annapurna: “Non voglio più perdere me stessa”

Stefi Troguet torna agli Ottomila. Dopo uno stop segnato da motivi personali, riparte dall’Annapurna: “Voglio solo godermi l’esperienza, giorno dopo giorno”.

Dopo oltre un anno lontana dalle grandi spedizioni himalayane, Stefi Troguet torna a guardare agli Ottomila. Qualche giorno fa è infatti partita alla volta dell’Annapurna, il suo quarto Ottomila. L’alpinista andorrana ha infatti all’attivo le salite di K2, Nanga Parbat e Manaslu, tutte realizzare senza uso di bombole di ossigeno.

Per questo ritorno ha scelto una cima tutt’altro che semplice, anzi. Ma la scelta non è casuale, per un nuovo inizio che ha più a che fare con un percorso personale che con la ricerca della vetta. L’obiettivo dei 14 Ottomila senza ossigeno resta, sullo sfondo. Oggi il centro è altrove: stare bene in montagna, giorno dopo giorno.

Ce lo ha raccontato lei, direttamente dal campo base dell’Annapurna, dove l’abbiamo raggiunta per qualche domanda, alla vigilia della sua prima rotazione di acclimatazione sulla montagna.

Stefi, è passato più di un anno dalla tua ultima spedizione…

Sì, è passato tanto tempo. Nel 2025 mi sono detta: stop, niente spedizioni. Perché? Per tante ragioni, soprattutto personali ed emotive. Non ero al 100%. In tre anni ho cambiato tre case, ho perso molti amici in montagna. Semplicemente non ero pronta a partire, così mi sono presa una pausa e ho lavorato su me stessa grazie anche al mio psicologo.

Tornare in Himalaya oggi ha un sapore diverso rispetto al passato?

Sì, è molto diverso. Torno sugli Ottomila con più calma, vivendo questa esperienza giorno per giorno. Voglio essere felice ogni giorno, godermi l’acclimatazione e il tempo al campo base. Quando ero più giovane avevo meno esperienza, ed ero forse più spensierata. Però quando perdi tanti amici inizi a farti molte domande.

Perché proprio l’Annapurna?

Quando ho iniziato a scalare gli Ottomila, c’erano tre montagne che mi spaventavano: K2, Nanga Parbat e Annapurna. Le prime due le ho salite, sono stata fortunata. L’Annapurna è sempre rimasta nella mia lista. Voglio provarci: la vetta conta fino a un certo punto, quello che voglio davvero è vivere questa esperienza.

A livello alpinstico ti senti la stessa scalatrice di qualche anno fa? L’alpinista con il rossetto?

No, non sono più la stessa scalatrice. Il rossetto sì, quello c’è ancora. Ma dentro sono diversa: ho una percezione del pericolo completamente cambiata. Non è più paura, è consapevolezza. Ho imparato il valore della rinuncia. L’emozione dell’alpinismo resta, ma è più profonda.

l progetto dei 14 Ottomila senza ossigeno è ancora un obiettivo centrale per te?

Sì, resta il mio obiettivo principale. Però le spedizioni sono sempre più costose e complesse. Ora riparto con calma: il progetto c’è, ma lo valuto spedizione dopo spedizione. Qui al campo base vedo persone che passano da una montagna all’altra nella stessa stagione. C’è chi finito con l’Annapurna ha già fissato la salita al Dhaulagiri e mangari anche su un terzo Ottomila. Io no: sono qui per l’Annapurna, poi vedremo.

Non era così un tempo…

Il mondo degli Ottomila è cambiato molto, in pochi anni: si fanno più montagne in una stagione, si usa molto ossigeno, si fanno poche rotazioni di acclimatazione e le spedizioni devono essere veloci. Qui all’Annapurna vedo tante persone usare ossigeno e salire rapidamente. Chi scala senza ossigeno va più piano e spesso si ritrova solo sulla montagna.

Anche se i tempi sono cambiati non ci sono molte donne che provano a salire gli Ottomila senza ossigeno o che hanno scalato il K2 o l’Everest senza ossigeno. E questo rende tutto ancora speciale.

Posso aggiungere una cosa?

Prego…

Per me, questa volta, la cosa importante è essere felice. Siamo un piccolo team, c’è una bella atmosfera, gli sherpa sono fantastici. Ci sono molti russi al campo base, e anche alpinisti fortissimi come il due volte Piolet d’Or Valery Babanov. È bello essere qui e condividere tutto questo.

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