Storia dell'alpinismo

Sperone Walker alle Grandes Jorasses (2)

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Nella scorsa puntata abbiamo lasciato i tre lecchesi al primo bivacco. Dopo una prima estenuante giornata il livello raggiunto è soddisfacente. E tutto sembra andare per il meglio.

Ai primi albori sono già tutti in piedi. Il tempo è ottimo e fa un freddo da lupi. Il rito del the e la partenza. Col naso all’insù a scrutare il grande diedro da superare. Cassin sceglie la faccia di sinistra e dopo 50 metri di manovre lente ma metodiche è su di un pianoro.

Da qui le difficoltà aumentano anche perchè non sembra esserci modo di sviare la roccia strapiombante. Va affrontata direttamente, cercando gli appigli nascosti, nel caso ve ne fossero.

E le manovre non sono certo delle più consone. Fatto salire esposito e assicuratolo alla parete, Cassin gli sale sulle spalle facendo piramide, e da li inizia a cercare gli appigli per proseguire. Manovra estenuante tanto per il capocordata quanto per il fido secondo, che non esita a lamentarsi.

Alla fine, grazie alla tenacia di entrambi, l’ostacolo è superato. Anche se non c’è tempo di riposare. Subito infatti ecco un altro passaggio chiave. Ma questa volta non c’è posto per ripetere la manovra precedente. Solo, con la faccia schiacciata sulla roccia, il capocordata deve dare il meglio di se per vincere l’impedimento. E a conti fatti sono già passate 5 ore dalla partenza.

E’ il momento di calzare i ramponi. La roccia ha infatti lasciato il posto ad un ripido ghiacciaio. Che lascia su Cassin uno spiacevole ricordo. Un chiodo che non entra e il martello che rimbalza sulla fronte dello sventurato. Un foro dal quale il sangue zampilla tingendo di rosso il terreno davanti a se.

La preoccupazione di tutti è forte ma, tamponando con la neve e applicando un cerotto, il peggio sembra passato.

Finito il tratto di ghiaccio la parete offre una fessura orizzontale, molto difficile, che termina sotto a un tetto. Le ricerche di un passaggio sono vane e bisogna tentare diversamente. Facendosi calare per una dozzina di metri ed effettuando un rischiosissimo pendolo, il capocordata giunge sotto a un altro tetto.

Essere arrivati li a prezzo di tante fatiche e dover rinunciare. Ma forse ancora non è detto. Qualche metro più in la si scorge un piccolo ballatoio, sul limite dello spigolo. E la via da li sembra più semplice.

Detto fatto in pochi minuti Cassin ed Esposito, che nel frattempo faceva sicurezza fermo in bilico sulle staffe, sono riuniti. Lo spettacolo è grandioso. Sulla destra si scorge l’enorme e tetro colatoio di ghiaccio che separa i due costoni della Punta Walker e della Punta Whymper, teatro della morte degli alpinisti Rittler e Brehm.

E sono trascorse ancora 5 ore. La giornata sta rapidamente volgendo al termine. Si ritorna sullo spigolo quindi, e il menù prevede due fessure strapiombanti. Forzata la prima, la seconda non permette di conficcare nemmeno un chiodo. E la fune è finita.

Far avanzare Esposito è troppo pericoloso, e Cassin decide quindi di slegarsi e continuare senza sicurezza. Un’imprudeza certo, ma necessaria. Con cautela e pazienza estenuante iniziano le manovre di superamento della fessura. E in poco tempo anche questa è vinta. Il tetto che costrinse i tre a deviare a destra finalmente è sotto i piedi di Cassinm, aggirato.

500 metri li separano ora dalla vetta. Ma sono le 17.30 e perdipiù il tempo sta volgendo al brutto. Il tempo di infilare i giubbetti infatti, e la neve ha già ricoperto tutte le sporgenze. E di spazio per bivaccare li non ce n’è.

Avanti ancora dunque, ed è l’ennesima fessura a costringere gli alpinisti all’ennesima piramide. Con la neve che scende. Ancora un’ora ci vorrà prima di trovare un ripiano che possa prestarsi al secondo bivacco.

Ed è ormai buio quando anche Tizzoni, ultimo di cordata, raggiunge gli amici, portando fiero il cappello colmo di neve, che servirà per il desideratissimo the. Anche oggi infatti, a parte poche zollette di zucchero, non si è mangiato niente lungo la salita.

Ma i viveri che rimangono non sono certo degni di una cena almeno decente. Qualche boccone di lardo e del pane secco è tutto ciò che resta.

Almeno il tempo però, nel frattempo è migliorato. Non nevica più anche se il cielo resta cupo e coperto, e i sacchi da bivacco, dopo la faticosa salita, sembrano quanto di più confortevole possa esistere al mondo. 

 
Massimiliano Meroni

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